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di Stefano Laffi
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Ultimo atto
C’era una volta un fondale. Questo era il Paese, erano le Istituzioni, era la Politica: chi lavora nel sociale da educatore, psicologo, sociologo, eccetera è sempre stato un attore teatrale che agiva su di un palco allestito in quel modo, faceva la sua parte legittimato e credibile anche grazie a quel fondale bianco rosso e verde, non il lusso dell’azienda ma l’austera dignità del pubblico, sapeva di essere piccolo e precario e di fronte a problemi sociali crescenti ma di trovarsi, in un certo senso, sulle spalle di un gigante. Perché l’ente pubblico non va in fallimento, non esclude utenti, non licenzia personale, non chiede di vendere i suoi servizi… diciamolo, essere parte del sistema pubblico, anche se solo per mandato sul singolo progetto, veniva vissuto con l’orgoglio del no profit e della distanza dalla logica commerciale, partiva da un presupposto implicito del primato dell’istituzione sull’azienda, consentiva di esercitare sul lavoro un sentimento di solidarietà e comunità, ti lasciava in compagnia di conversazioni con le persone dove il denaro era un dato di partenza, modesto per ammontare ma non in discussione, e si finiva la giornata senza aver parlato di soldi, ma di problemi, di persone, di fenomeni. |
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di Marco Pacioni
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L’estrema versatilità disciplinare e tematica ha potuto disorientare per un po’ i lettori di Giorgio Agamben, renderli perplessi riguardo gli obiettivi ai quali mirava la sua opera. Si pensi, ad esempio, all’apparente eclettismo del suo secondo libro, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale (Einaudi 2011, prima ed. 1977), che si interroga sul rapporto tra poesia e critica passando per la lirica provenzale (da cui deriva il titolo), la melanconia di Dürer, Baudelaire, Freud, Marx, Heidegger (a lui il libro è dedicato), per personaggi e miti come Odradek, Beau Brummel, Edipo, Narciso, Pigmalione, la Sfinge. Analoghe considerazioni si potrebbero fare per Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia (Einaudi 2001, prima ed. 1978), raccolta di saggi di estetica, antropologia culturale, teoria della storia che spaziano da Hegel a Heidegger, da Lévi-Strauss a Benveniste, da Adorno a Benjamin. Ma chi sulla base di un’apparente dispersione pensava che Agamben fosse un pensatore capace soltanto di grandi exploits, un disseminatore di spunti accattivanti privo di sistematicità si è dovuto ricredere. |
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di Giulio Marcon
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La crisi economica e finanziaria ha messo in luce tutte le debolezze strutturali dell’intervento sociale – pubblico e privato, istituzionale e non profit – in Italia. A fronte di queste debolezze strutturali è emersa la fragilità della coesione e la tenuta del tessuto sociale del paese: le famiglie stanno esaurendo rapidamente la loro funzione di “ammortizzatore sociale”, i giovani si stanno stufando (o non possono più farlo) di fare i bamboccioni, la povertà aumenta e gli emarginati non ce la fanno a uscire dai margini in cui si trovano, la mobilità sociale non esiste (in Italia è sempre stata alquanto modesta) se non quella verso il basso, e i conflitti intrasociali aumentano (giovani contro anziani, nord contro sud, residenti contro migranti)...
La prima questione è che il sociale di fronte a questa crisi si trova di fronte a un sistema di welfare di una debolezza impressionante. Lo era prima della crisi (tanto è vero che siamo da tempo decisamente sotto la media Ue a 15 per la spesa sociale e in particolare per gli interventi per famiglie, minori e giovani, politiche attive del lavoro, casa, eccetera) e lo siamo ancora di più dopo gli ultimi tre anni e mezzo di devastazione economica e di governo Berlusconi. |
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di Nicola Villa
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Il terzo romanzo del trentenne Giorgio Fontana, dopo Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007) e Novalis (Marsilio 2008), uscito nello stesso anno del suo saggio sull’Italia berlusconiana La velocità del buio (Zona), segna la maturazione di questo giovane scrittore sia per la scelta di affrontare un tema serio e non scontato, come il divario tra legge e giustizia, che per la capacità di cucire addosso a questo forte tema una veste di racconto misurata ed esemplare.
Prima ancora che per il suo contenuto, in effetti, Per legge superiore (Sellerio) colpisce per la qualità di uno stile solido e sobrio, che non disdegna la bella pagina, e per la totale assenza di qualsiasi scorciatoia narrativa da pescare nel genere o nel cinema per ammorbidire il lettore: è un romanzo che ci parla dell’oggi in cui l’inchiesta sociale si fa morale, in cui si fa volentieri a meno della trama e dei suoi eroi, della loro pesante zavorra autoreferenziale. |
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