Novembre n. 173
Scritto da Redazione   

Apertura
L’affare Moro di Leonardo Sciascia incontro con “Lotta continua” (1978)

Persuasioni
Il mosaico di civiltà
iracheno di Domenico Chirico - Affascinati dall’Isis di Marco D’Eramo - Israele, una società coloniale di Aurora Caredda - Razzismo in Israele di Philip Kleinfeld -  La “buona scuola” e i cattivi maestri di Mauro Boarelli - Scusi lei è toscano? di Luca Lenzini -  “Belluscone” visto da Palermo di Giorgio Vasta - E a Genova piove di Amedeo Gagliardi

Orizzonti
Migrazioni via mare e diritti fondamentali
di Luca Masera - Il miracolo di Stoccarda. I verdi in Germania di Dorothee Kraus-Prause, Jakob Kraus, Jobst Kraus

Arte e parte
“Class Enemy”, scuola e società
di Rok Bicek, incontro con Jan Mozetic - La rappresentazione del sesso di Alain Guiraudie incontro con A. Inzerillo e E. Biagi - Dopo “La classe”, verso Cuba di Laurent Cantet incontro con Maurizio Braucci - Sparare ai topi e altre poesie di Hayden Carruth a cura di Fiorenza Mormile

Opere e giorni
Modiano, maestro pudico
di Goffredo Fofi - Dalle Antille a Bellinzona di Paolo Bertinetti -  Dantzig tra il tutto e il niente di Nicola Lagioia - No alla criminologia di Marcello Benfante - La Bari feroce di Nicola Lagioia di Goffredo Fofi - Maja Haderlap sui confini di Sara Honegger - Leopardi narrato da Martone di Nico Naldini - Cantet torna a L’Avana di Cristina Basso

Letto, visto, ascoltato
Howard Zinn e Anthony Arnove / Teju Cole, Marco Franzoso, Chimamanda Ngozi Adichie, Josefina Aldecoa,  Boileau-Narcejac / Ivan Bormann e Fabio Toich / Virgilio Sieni

Il racconto
Yanvalou
di Lyonel Trouillot - La festa è finita di Eugenio Vendemiale - L’arte della contraffazione di Marzio Carangi

La copertina di questo numero è di Armin Greder, le illustrazioni sono di Fabio Babich, i disegni in apertura di sezione sono di Oreste Zevola, il logo è di Mimmo Paladino.

 
Il mosaico di civiltà iracheno
Scritto da Domenico Chirico   

Al di là della rappresentazione voyeuristica della tragedia irachena difficilmente quando si parla del Paese si ricorda che è la terra di sumeri e babilonesi. è per molti la terra delle radici. è il luogo dove le comunità cristiane parlano ancora l’aramaico. è il paese dove nel sud esiste un territorio ancora bellissimo, le paludi a sud di Nassyria, che un tempo rappresentavano nell’immaginario l’Eden. E anche al tempo della dominazione araba Baghdad era il centro della cultura, delle arti, della scienza. Nella Biblioteca di Baghdad ancora sembra sia conservata la tavola rogeriana, ovvero “La delizia di chi desidera attraversare la terra” detto Libro di re Ruggero, descrizione del mondo scritta dal geografo arabo al Idrisi nel 1154.

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“Belluscone” visto da Palermo
Scritto da Giorgio Vasta   

Belluscone è (anche) un film sul linguaggio. Più esattamente sull’esperienza linguistica palermitana. O meglio ancora sulla frequente coincidenza palermitana tra linguaggio e indicibilità. In Belluscone Franco Maresco filma corpi, volti, bocche, il teatrino della parola allestito in ogni bocca, l’avventura rocambolesca di una lingua fondata sul costante andirivieni dal palermitano all’italiano al palermitano, lo sfarinarsi del lessico, la sintassi che si imbizzarrisce e disarciona il senso consueto generandone un altro ancora, liminare e illuminante.
Le ragioni per le quali in Belluscone il linguaggio coincide con l’indicibilità sono soprattutto tre. Perché ci sono termini i cui fonemi risultano, malgrado i reiterati tentativi, impronunciabili (folclore, per esempio, che si incarta in florcore, oppure incaprettato che diventa incrapettato); perché se ne ignora il senso (ibrido è un vocabolo che in certi casi può suscitare disorientamento, così come labiale); perché ci sono parole che non devono essere dette: è tollerabile alludere al loro significato facendo però sì che il significante che le veicola permanga silente, larvale, il fantasma di una parola (Lauricella, il cognome del boss, viene mormorato ma è senza suono: è una parola che si ascolta con gli occhi).

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No alla criminologia, viva Perry Mason
Scritto da Marcello Benfante   

La macchina della giustizia tende a incagliarsi se non la si tiene ben lubrificata.
Gli avvocati sono i macchinisti.
(E. S. Gardner, Perry Mason e l’avversario leale)

Da qualche tempo una nuova scienza ha invaso il mondo dell’informazione. È la criminologia. Qualcuno obietterà che la scienza non è nuova. Nuovo è però il credito che ora le si dà. Un credito assoluto, senza se e senza ma una sorta di fideismo (ben poco scientifico) incondizionato e illimitato.

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Modiano, maestro pudico
Scritto da Goffredo Fofi   

Da quando si vide, nel 1974, il film di Malle Lacombe Lucien, nuovo e sconvolgente nella sua analisi del collaborazionismo non delle classi alte e medie ma di uno stolido proletariato, e quando poi si lesse, nell’originale francese e poi di nuovo nella felice traduzione della Guanda, Dora Bruder, un romanzo del 1988, si è seguito il lavoro di Patrick Modiano con costante simpatia, si potrebbe perfino dire con affetto, per le sue qualità invero rare: la discrezione, la brevità, l’assenza di enfasi, lo stile piano da registrazione di eventi, la rievocazione fin ossessiva di una certa Francia, e di una certa Parigi ricostruita e battuta con maniacale precisione topografica. Lo giudicammo da subito uno dei migliori scrittori francesi della sua generazione anche se il meno appariscente di tutti – la generazione venuta dopo i Camus, Sartre, Queneau, Beckett, Yourcenar, Sarraute, quella che fu bambina nel dopoguerra, che non vide la guerra ma ne sentì l’eco e gli effetti e che crebbe negli anni dell’esistenzialismo e alla coscienza adulta in quelli del situazionismo e del Maggio. (Modiano è nato nel 1945; i due più noti scrittori francesi di oggi, Houellebecq e Carrère, essendo rispettivamente del 1956 e del 1957.)

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Cantet torna a L’Avana
Scritto da Cristina Basso   

Ritorno a L’Avana (Retour à Ithaque), del regista francese Laurent Cantet, Palma d’oro a Cannes nel 2008 con La classe, potente e insieme intimo racconto della scuola nella banlieu parigina, è un film che sta quasi per intero dentro il suo nome. è un film sul ritorno, mai solo geografico, ma qui senza scampo dell’anima e della mente. Un gruppo di amici, quattro uomini e una donna, si ritrova su una terrazza del centro dell’Avana – in un quartiere in rovina a ridosso di quello storico – per festeggiare l’arrivo dopo sedici anni di uno di loro, trasferitosi a Madrid per motivi politici.

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