Febbraio 2015 - N. 176
Scritto da Redazione   

Apertura
Due poesie
di Attila Jòzsef traduzione di Franco Fortini

Persuasioni
Per “Charlie Hebdo”

Satira e sangue
di Goffredo Fofi - Se non ci fosse il Paradiso di Vinicio Capossela - Per Georges Wolinski di Sergio Staino - I militanti jihadisti di Alessandro Leogrande - Per Bernard Maris di Mario Pianta - L’opinione di Tzvetan Todorov di Fabio Gambaro -  Nigeria, una nuova guerra civile? di Andrea Brigaglia Il voto in Emilia e la politica renziana di Mauro Boarelli -  Jobs Act di Giulio Marcon -  A Skopje: il post-comunismo nella sala degli specchi di Jurica Pavicic - La crisi ucraina e il possibile ruolo dell’Italia di Luciano Monzali - Ferguson vista dal Medio Oriente di Max Fisher

Arte e parte
La trilogia dei ghiacci
di Jón Kalman Stefánsson incontro con Paola Splendore - Anna e Adriana, un’amicizia di Sergio Lambiase - Barthes, il teatro, la possessione di Stefano De Matteis

Poesie dal Nord-Est
42 anni insieme
di Leonardo Zanier con una nota di Alessandro Triulzi - Due parole di Francesco Giusti

Opere e giorni
Marchesini, Tricomi e la critica
di Stefano Guerriero - Realismo e letteratura di Gabriele Vitello - Prima internazionale, un’antologia diMauro Boarelli - I “fondali bassi” di Elena Ferrante di Paola Splendore - Feinmann oltre la Storia di Vittorio Giacopini - La Nigeria di Teju Cole di Stefano Talone - Stefano Ricci nella selva oscura di Goffredo Fofi - Un classico per Massimiliano Civica di Rodolfo Sacchettini - La Grande guerra secondo Olmi di Goffredo Fofi - Sul Pasolini di Abel Ferrara di Nico Naldini - Lutti napoletani: Zevola, Daniele di Goffredo Fofi

Letto, visto, ascoltato
Amos Oz, Sorj Chalandon, Visar Zhiti, Umberto Eco / Franco Toscani e Attilio Mangano / Dino Campana /David Fincher

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Satira e sangue
Scritto da Goffredo Fofi   

Se si esclude Altan, che più che satira politica fa, ci pare, satira antropologica, la tradizione italiana è stata raramente comparabile con quella francese, la sua irriverenza è stata più cauta e generica, anche nei grandi (Maccari, Longanesi...), o più sbracata (dal “Travaso” al “Candido”, da Forattini al “Cannibale”), troppo interna alla logica degli schieramenti sia quand’era di destra che quand’era di sinistra. Le mancavano e le mancano, rispetto a quelli francese, una tradizione e un retroterra ideologici forti, che per i francesi sono quelli di una rivoluzione borghese che noi non abbiamo avuto. E dunque, molto più nel bene che nel male, quelli dell’illuminismo. È comune oggi condannarli da parte di molti nuovi filosofi e guru accusandoli dei disastri del Novecento, che essi attribuiscono a nazismo e comunismo e quasi mai al capitalismo, in una visione assai povera e castrata del liberalismo. Volendo difendere il sistema di potere attuale (il migliore dei mondi possibili?) essi buttano a mare le ragioni di qualsivoglia rivoluzione, compresa quella borghese senza la quale non avrebbero avuto voce.

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I militanti jihadisti
Scritto da Alessandro Leogrande   

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

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Su Marchesini e Tricomi
Scritto da Stefano Guerriero   

Matteo Marchesini e Antonio Tricomi hanno mandato in libreria due volumi di critica che insieme fanno più di novecento pagine (rispettivamente: Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, Quodlibet 2014, pp. 536; Nessuna militanza, nessun compiacimento. Poveri esercizi di critica non dovuta, con prefazione di Nicola Lagioia e postfazione di Goffredo Fofi, Galaad 2014, pp. 422). Sillogi che raccolgono moltissimo della loro produzione via via pubblicata in quasi due lustri presso sedi diverse, libri articolati e importanti, che sviluppano le loro analisi su un numero ampio di autori e di temi; libri dei quali qui si rinuncia a dare conto compiutamente, ma sui quali si prova piuttosto a costruire un ragionamento d’insieme, anche perché i due saggisti si propongono, più o meno consapevolmente, a modelli esemplari di quella categoria inquietante che è il giovane critico (essendo “giovane”, nel dilatato tempo attuale, aggettivo riservato a trentenni e quarantenni), o quanto meno ne sono tra i rappresentanti di maggior interesse.

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Il voto in Emilia
Scritto da Mauro Boarelli   

Proviamo a riflettere a freddo su un episodio recente, di rilevanza solo apparentemente locale, che offre chiavi di interpretazione utili a comprendere la situazione politica nazionale e i suoi possibili sviluppi e che il ceto politico ha irresponsabilmente collocato nel dimenticatoio.
Alla fine del mese di novembre dello scorso anno, in Emilia Romagna si svolgono le elezioni regionali. Il Pd è il vincitore annunciato, ma qualcosa va storto, qualcosa che era nell’aria ma che va ben oltre le previsioni più funeste: l’asticella dell’affluenza si ferma al 37,7%, un livello incredibile, il più basso mai raggiunto in tutto il paese. Il dato è eclatante, e non solo se raffrontato all’andamento storico delle elezioni emiliane, che evidenzia una partecipazione tra le più elevate su scala nazionale.

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I “fondali bassi” di Ferrante
Scritto da Paola Splendore   

In una lettera non spedita a Goffredo Fofi, che dopo l’uscita del film di Martone tratto da L’amore molesto le chiedeva di parlare del suo rapporto con Napoli, Elena Ferrante ricorre  al linguaggio metaforico descrivendo la città come “prolungamento del corpo... matrice della percezione... termine di paragone di ogni esperienza”. Se in futuro dovesse tornare a scrivere di Napoli, lo farebbe con “una storia di piccole violenze miserabili, un precipizio di voci e di vicende, gesti minimi e terribili.” Ma per questo sarebbe necessario tornare a vivere a Napoli, cosa non facile per chi ne è scappata sentendosi diversa, estranea alla sua volgarità e meschinità, e tuttavia se l’è portata dietro negli anni custodendola come un’esperienza preziosa che solo a fatica ha “smesso” di sottrarre a se stessa.

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