N. 155 - Maggio 2013
di Redazione   

Apertura
Il capitalismo come religione
di Walter Benjamin - Un commento, oggi di Giorgio Agamben

Persuasioni
Cosa ci hanno detto dell’Italia le elezioni
di Carlo Donolo - Quel che resta del Tav di Enzo Ferrara - Mobilità sociale e opportunità di crescita di Andrea Toma - Perché oggi c’è chi si ammazza di Stefano Guerriero - Azzardo di Stato di Alberto Grossi
Un papa nuovo Col nome di Francesco di Giancarlo Gaeta - Quel che sappiamo di lui di Iacopo Scaramuzzi

Paese che vai
L’Albania, il paese di fronte
di Alessandro Leogrande - Il Bllok, senza nostalgia di Fatos Lubonja - Un paese di plastica di Ardian Klosi - Dentro l’Europa di Ardian Vehbiu - Gli albanesi in Italia di Rando Devole - Il cinema, prima e dopo di Roland Sejko

Opere e giorni
Un romanzo-fiaba di Capitta
di Goffredo Fofi - Glissant e la letteratura antillese di Paola Splendore - Il Gattopardo, romanzo e film di Paolo Mereghetti - Diritti e l’attesa di Dio di Emiliano Morreale - Una storia di Gabriella Giandelli di Alessio Trabacchini - Pirandello illustrato da Rocchetti di Marcello Benfante

Ricordo di Chinua Achebe di Alessandro Jedlowski - Ricordo di Enzo Jannacci di Goffredo Fofi - Ricordo di Lucia Zannino

Letto, visto, ascoltato
Richard Ford, Paolo Di Paolo / Arendt, Caffi, Goodman e MacDonald, Tomaso Montanari

Il racconto
I beati momenti di Giuseppe Montesano - Straniero fra i “suoi” di Andrej Volos a cura di Sergio Rapetti - Il mio migliore amico di Carmelo Montagno - Vicenza, cento versi di Paolo Lanaro - Per fare presenza di Matteo Garrone - Alloro di Paolo Cattaneo - Rivivrei tutto da capo di Dalia Mouin Rabbani - M. M. da Warry di Francesco Carchedi e Luca Scopetti

La copertina di questo numero è di Alessandro Sanna, le illustrazioni sono di Marco Lafirenza, i disegni in apertura di sezione sono di Oreste Zevola, il logo è di Mimmo Paladino

 
Benjamin e il capitalismo
di Giorgio Agamben   
1.  Vi sono segni dei tempi (Mt.16, 2-4) che, pur evidenti, gli uomini, che scrutano i segni nei cieli, non riescono a percepire. Essi si cristallizzano in eventi che annunciano e definiscono l’epoca che viene, eventi che possono passare inosservati e non alterare in nulla o quasi  la realtà a cui si aggiungono e che, tuttavia, proprio per questo valgono come segni, come indici storici, semeia ton kairon. Uno di questi eventi ebbe luogo il 15 agosto del 1971, quando il governo americano, sotto la presidenza di Richard Nixon, dichiarò che la convertibilità del dollaro in oro era sospesa. Benché questa dichiarazione segnasse di fatto la fine di un sistema che aveva vincolato a lungo il valore della moneta a una base aurea, la notizia, giunta nel pieno delle vacanze estive, suscitò meno discussioni di quanto fosse legittimo aspettarsi. Eppure, a partire da quel momento, l’iscrizione che  tuttora si legge su molte banconote (per esempio sulla sterlina e sulla rupia, ma non sull’euro): “Prometto di pagare al portatore la somma di …” controfirmata dal governatore della banca centrale, aveva definitivamente perduto il suo senso. Questa frase significava ora che, in cambio di quel biglietto, la banca centrale avrebbe fornito a chi ne avesse fatto richiesta (ammesso che qualcuno fosse stato così sciocco da richiederlo) non una certa quantità di oro (per il dollaro, un trentacinquesimo di un’oncia), ma un biglietto esattamente uguale. Il denaro si era svuotato di ogni valore che non fosse puramente autoreferenziale. Tanto più stupefacente la facilità con cui il gesto del sovrano americano, che equivaleva ad annullare il patrimonio aureo dei possessori di denaro, fu accettato. E, se, come è stato suggerito, l’esercizio della sovranità monetaria da parte di uno Stato consiste nella sua capacità di indurre gli attori del mercato a impiegare i suoi debiti come moneta, ora anche quel debito aveva perduto ogni consistenza reale, era divenuto puramente cartaceo.
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Perché oggi c’è chi si ammazza
di Stefano Guerriero   

Forse l’elemento che più dà l’idea del tremendo mutamento avvenuto nel paese in cui viviamo, durante gli ultimi vent’anni, è il cambiamento nelle ragioni che portano le persone a suicidarsi. Sono diversi i motivi della vergogna, le offese insostenibili alla propria dignità e identità, che spingono a preferire la morte alla vita. Non leggo mai la cronaca nera, i retroscena su omicidi e suicidi sembrano perversi giochi letterari e di immaginazione, parole di fronte al silenzio della morte. Ma forse qualcosa si può provare a dire, almeno in generale, a debita distanza di rispetto dai casi individuali.
Quando nel 1992 scoppiò tangentopoli, furono molti i suicidi tra gli indagati: i socialisti Renato Amorese e Sergio Moroni, Gabriele Cagliari, Raul Gardini e tanti altri (secondo alcuni calcoli, più di quaranta).

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Gli albanesi in Italia
di Rando Devole   

I motivi dell’emigrazione
Perché gli albanesi emigrano? Si tratta di una delle domande più frequenti che ci si pone quando si parla dell’emigrazione albanese. A prima vista, l’individuazione dei motivi dell’emigrazione albanese non sembra difficile. Si potrebbe pensare, in linea generale, ai motivi politici, economici e culturali. Ovviamente tali motivi sussistono, ma non esauriscono la loro molteplicità. Inoltre, se visti in ordine cronologico, i motivi che sono alla base dell’emigrazione di centinaia di migliaia di albanesi si presentano differenti l’uno dall’altro. Succede poi che l’emigrante non lascia il proprio Paese sotto la spinta di un unico motivo; in realtà ne può avere più di uno e la vicenda albanese ce lo testimonia perfettamente. In tal caso sarebbe più appropriato parlare di interazione tra diversi motivi, i quali possono essere definiti – anche nel loro peso specifico – solo da un’analisi del contesto storico in cui si sono verificati.

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Col nome di Francesco
di Giancarlo Gaeta   
Firenze, 24 marzo 2013

Caro Goffredo,
parole e comportamenti del nuovo Papa hanno sorpreso anche me: il nome inedito quanto emblematico che si è dato, il volersi accreditare innanzitutto come vescovo di Roma, la rinuncia immediata ai segni esteriori del potere, il parlare in spirito di semplicità, la ricerca di un contatto diretto con i fedeli e dunque, come tu stesso hai detto, “uno sguardo rivolto ai lontani, ai poveri, agli ultimi”, che ti fa pensare e sperare in una ripresa del discorso iniziato con Giovanni XXIII e il Concilio; insomma un augurabile ritorno al francescano spirito evangelico di cui vanamente si cercherebbe traccia nei vertici ecclesiastici.
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Il Gattopardo, romanzo e film
di Paolo Mereghetti   

Ci sono dei romanzi (e dei film) capaci di dar forma nelle loro pagine (e nei loro fotogrammi) alle tensioni che attraversano la società. E ci sono dei saggi (e dei saggisti) che quello “spirito dei tempi” sanno poi ritrovarlo e spiegarlo. E soprattutto ci aiutano a capirlo meglio. È il caso di Operazione Gattopardo di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice (Le Mani), che ripercorrendo la nascita del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la sua “tormentata” fortuna e la gestazione altrettanto “tormentata” del film che ne trasse Luchino Visconti (ma anche il suo successo trionfale e “annunciato”) hanno saputo restituire non solo l’importanza e la bellezza di due opere capitali per la cultura italiana ma soprattutto i rapporti che in quegli anni – il romanzo uscì in libreria l’11 novembre 1958, la prima del film fu a Roma il 27 marzo del 1963 – legavano a doppio filo letteratura, critica, cinema e soprattutto politica.

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