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“Papà, spiegami allora a che serve la storia.” (Marc Bloch)
“La storia complica la nostra conoscenza del passato; la commemorazione la semplifica perché il suo obiettivo più frequente è di procurarci degli idoli da venerare e dei nemici da aborrire. La prima è sacrilega, la seconda è sacralizzante.” (Tvetan Todorov, “Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico”, Garzanti 2000). Per sbarazzarsi della storia bastano a volte certi musei o piedistalli. Era convinzione di Saint Just che di un secolo ci si libera mettendolo al Pantheon. Nelle nostre società, queste procedure non sembrano rispondere a un progetto iconoclasta e palingenetico di chi si vuole liberare del passato una volta per tutte per affrontare le sfide del presente e del futuro. Piuttosto paiono concorrere all’abilitazione di alcuni usi politici della memoria, di certe monumentalizzazioni, retoriche identitarie, invenzioni di tradizione, dove i percorsi reali della conoscenza storica sembrano interrompersi o falsarsi, o meglio rincorrere risposte per altre agende. Nel dialogo con sua figlia e con la generazione dell’89, quella che ha a disposizione la migliore letteratura storiografica sulla Resistenza, Cavaglion (in “La Resistenza spiegata a mia figlia”, L’ancora del Mediterraneo) sembra rispondere a una domanda di conoscenza o almeno all’ipotesi che quella domanda si formuli attraverso una relazione che definirei didattica, non tanto perché dispiega in quadri ordinati una prosa di contenuti da sapere (o nella peggiore delle ipotesi, per certa scuola italiana, da ripetere) quanto piuttosto, in limine, si preoccupa di chiarire in che tempi, modi, sentimenti può avvenire il confronto con il passato, la sua ricostruzione, la sua narrazione. Una didattica della storia che prima di interpretare la sua missione in chiave “istruttiva”, definisce il suo progetto intendendo mostrare una modalità di approccio ai documenti, alle testimonianze e alle bibliografie, visto che “la storia conviene scriverla a maggior distanza di tempo e la scriverà meglio, probabilmente, chi non è stato attore del dramma” (Leo Valiani, “Tutte le strade conducono a Roma”, Il Mulino 1995), come diceva, da storico, Leo Valiani nella prefazione alle sue memorie di bandito. Cavaglion ci consiglia di non “fornire perizie di parte”, ma, piuttosto, di dosare in fasi distinte la passione e la ragione, non censurando in alcun modo la storia delle emozioni legate alla lettura-ascolto dei testi che raccogliamo ma senza cedere a rivendicazioni: portare alla verifica del dibattito e del giudizio pubblico la propria selezionata serie documentale, senza nascondere il proprio esplicito progetto d’ipotesi d’indagine. Non il terzismo a cui ci ha abituati certa carta stampata. Piuttosto una posizione, quella di Cavaglion, che si descrive come defilata e non allineata con nessuna delle correnti attuali della contesa analitica sulla crisi-fine del paradigma antifascista e che si decentra in una “minority of one” che nel corso delle pagine mostra la sua tradizione e si arricchisce di nomi fino a comporre almeno una piccola banda. Se vuole essere davvero sacrilego l’atteggiamento di chi studia la storia sui banchi di scuola o sui tavoli di un istituto di ricerca (senza dimenticare gli scranni dei tribunali e le scrivanie delle redazioni), deve sapere – blochianamente – che “ogni generazione ha il diritto-dovere di narrare per prima – e come meglio crede – le vicende delle quali è stata protagonista, ma chi come noi è nato dopo […] ha un diverso diritto-dovere: cimentarsi con le ragioni della storia, che non sono le stesse della vita”, perché “entrare nelle ragioni della storia significa attribuire a tutti i personaggi protagonisti di una certa vicenda storica uguale dignità, dunque anche a coloro che militarono nella parte avversa a quella per cui noi simpatizziamo”. E ancora: “Per chi si occupa di storia del Novecento non dovrebbero esistere fatti buoni o cattivi, personaggi completamente negativi, ma solo fatti o personaggi non completamente intesi. […] Quando si vive dentro la storia, quando si è protagonisti di una stagione bellica l’avversario che ci sta di fronte ha, ovviamente, torto e per questo lo combattiamo con tutte le nostre forze. […] Quando però facciamo storia dobbiamo liberarci il più possibile da qualsiasi valutazione morale, da ogni passione. È necessario uno sforzo per dare all’avversario non la ragione storica, che non potrà avere, ma la dignità storica senza la quale risulta impossibile ogni nostra ricostruzione di quel periodo. […] Concedere dignità storica non significa necessariamente sostenere l’equivalenza tra le parti” ma ricordarsi che “la storia viene meno a se stessa quando prevede tra i suoi fini quello di dare un premio ai buoni e un castigo ai malvagi”. La solitudine di uno storico come Cavaglion, si comprende, viene allora dal rifiuto categorico di conformarsi a una delle principali prestazioni che la nostra società pretende dalla sua professione – quella di servire da compositore dell’ennesima versione di storia schematica e aproblematica, di un canone rigido da recitare, privo di domande esigenti e di spazi irrisolti, buono alla persuasione dei più e al loro conforto. Distinguendo tra le ragioni della vita e quelle della storia, Cavaglion indica un percorso possibilmente laico intorno alla natura strutturale e procedurale di memoria e storia. In altre parole, sembra dirci, che in gioco non è tanto la legittimità delle diverse memorie del proprio passato da parte di chi è stato protagonista di una fase storica, quanto lo statuto che gli si vuole affidare durante la ricostruzione dei fatti e la dignità storica che si vuole riconoscere ai soggetti che le producono, a partire non da un pregiudizio che vorrebbe solo dedurre maschere coerenti e nei secoli uguali, ma affrontando quelle narrazioni come fatti discreti, che appartengono a contesti, hanno una storia più o meno violenta, hanno enciclopedie di riferimento, che, da un lato, non possono essere usate tout court come storia, dall’altro, non devono essere trattate come copioni di tipi fissi in uno scenario manicheo. Con queste precauzioni forse non solo la generazione dell’89 potrà ripensare la composizione del proprio album di famiglia, tornare a interrogarlo, riaprire le pagine che sono rimaste sigillate o che erano state incollate, sondarne le caratteristiche che consentono di riconoscervisi. Cavaglion parla con affetto a sua figlia, ci parla all’inizio come dal proscenio, a sipario ancora calato: “Verrai a conoscenza di storie che, in passato, gli imbalsamatori della Resistenza si sono guardati bene dal rievocare: storie scabrose, in nessun modo rubricabili nella disciplina di partito, anarchiche con tutte le migliori storie partigiane, storie che non esiterei a definire maledette, per il dolore che i protagonisti procurarono a se stessi e ai loro cari, ma anche perché slegate da una precisa appartenenza politica o religiosa: storie di confine, che hanno per protagonisti strana gente, antieroi non incasellabili in alcuno schema predefinito e perciò destinati a rimanere nel limbo. Del resto, la guerra per bande fu opera di minoranze; nulla di più sbagliato considerarle, come a lungo si è fatto, guerra di popolo”. Non importa a Cavaglion proporre una galleria di icone alternative a quelle della mitografia resistenziale o dei martirologi di parte avversa. Nel tratteggiare le biografie dei più noti e dei meno noti, dei già conosciuti e degli sconosciuti, dei rimasti per molto tempo innominabili e degli anonimi, allo storico non interessa fermare quei medaglioni in silhouette da far brandire e sollevare come exempla, quanto piuttosto mostrare delle personalità e illuminare pochi tratti della storia di queste personalità, dove contano i percorsi e i luoghi della formazione culturale e politica, dove pesano i sentimenti e gli istinti, dove convincono le lacerazioni, i dubbi, le incoerenze, molto più delle versioni eroiche, dove si definiscono i drammi e le contraddizioni delle scelte, dove si interrogano soprattutto le scritture, le strategie di lettura, i progetti editoriali. Una linea unitaria sembra infatti attraversare la narrazione di Cavaglion, dal racconto del tentato salvataggio dei fondi più antichi dell’Archivio di Stato di Napoli durante l’incendio appiccato dai guastatori tedeschi al recupero dei materiali preparatori di un fondamentale libro di storia in una baita dell’alta Valsavaranche, i fatti con cui rispettivamente si apre e si chiude il libro: la linea cioè della perdita-salvataggio degli “strumenti di vita spirituale”, storie di resistenze testuali, carte strappate al momento del pericolo che riposano, spesso distanti tra loro, sugli scaffali delle nostre librerie di casa, senza apparentemente tradire, pur essendone impregnati, gli insospettabili luoghi e i drammatici frangenti delle loro gestazioni e il dialogo segreto che alimentano da anni, senza che noi ce ne fossimo mai accorti. Proprio così si articola la scrittura di Cavaglion “restituendo la parola ai libri, quelli distrutti dalla furia della guerra e quelli che miracolosamente si sono salvati”. Proprio perché “senza leggere i libri non si capisce il passato”, “La Resistenza spiegata a mia figlia” “si propone di mettere in fila problemi irrisolti senza cercare di piegare la conoscenza alla mia volontà e per farlo si appoggia ad altri libri. Non ci interessa una cartina con la mappa degli eccidi nazisti, non abbiamo bisogno di lapidi e martirologi. Ci occorre una bibliografia.” Ecco allora che il progetto di questa “spiegazione” si sintetizza in un doppio gesto fermato in due istantanee che Cavaglion ci descrive: Coppi e Bartali che si scambiano la borraccia, prima di una salita impegnativa del Tour; lo storico Federico Chabod che passa a Croce un volume da un alto scaffale a cui il filosofo anziano non può più accedere. “Sappi – dice alla figlia – che senza l’ausilio dei libri, non è mai possibile fare il salto necessario per passare dalle ragioni della tua singola vita, alle ragioni più generali della storia di cui entrerai a far parte.” Questo stesso gesto è a nostro avviso un’ottima immagine per descrivere la produzione storiografica di Cavaglion: un generoso attento prolungato paziente consiglio di lettura, un avventuroso accompagnamento al rinvenimento e alla mediazione di testi marginali, di scritture periferiche, di diari e carteggi dimenticati o salvati in extremis, letture extra-ordinarie, selezionate pazientemente senza la boria dell’erudito, quanto piuttosto nell’accanimento di definire una costellazione di testi che compongano almeno un’arca, una piccola patria portatile in cui ritrovare affetti e ricordi, le parole amiche a cui aggrapparsi, i modi inquieti e bruschi dei conoscenti più risoluti e attenti, i materiali che illuminano la nostra storia nazionale con le sue falde, i ritardi, le rincorse, le componenti di possibili progetti politici o almeno ripensamenti, le tracce dei sentimenti più forti, come quel senso di “scampato pericolo” che gli ex partigiani portavano e comunicavano alle prime manifestazioni, normalizzato poi dalle fanfare e dalle amnesie di piazza e massa. A chi volesse scorrere la produzione di questo storico capiterà di imbattersi per lo più in figure d’educazione e politica, di letteratura e religione, in personaggi pensati secondari, eretici, anarchici, riformatori, sognatori, piccoli editori, consolatori malinconici, cenobiti, figure “che non si privarono mai del vizio di sognare il riscatto dei diseredati.” Leggendo Cavaglion abbiamo imparato a conoscere il valore delle minoranze e la loro fragilità, il loro valore di laboratorio avanzato e la loro alterna impotenza per il cambiamento. Anche la Resistenza è stata opera di minoranze, esperienza non di popolo e nazione, ma di piccole patrie, di comunità liminari, dove i legami affettivi e d’istinto hanno prevalso, almeno in un primo momento e in alcune circostanze particolari, sulle cooptazioni ideologiche, in cui si sono sperimentate immaginarie fughe in avanti, in cui i lavori in corso per il cambiamento del paese a fascismo sconfitto sono una seria occasione di ripensamento radicale della politica (anche l’antologia degli scritti di Carlo Levi curata da Filippo Benfante da poco pubblicata dalle Edizioni Spartaco ne è una delle numerose e affascinanti testimonianze). Sono minoranze in cui non si riuniscono per forza i migliori di una generazione, in cui il quadro ha finalmente luci e ombre, in cui la retorica della storia non può che fallire o imporre letture falsate. Leggiamo dal diario del partigiano di origine ebraica Emanuele Artom che Cavaglion ci porge da anni, con insistenza, dallo scaffale: “due episodi: un partigiano ubriaco litiga con un carabiniere e vien portato in carcere per qualche ora, poi rilasciato. Un altro ingravida una ragazza. Bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova retorica patriottarda o pseudoliberale non venga ad esaltare le formazioni dei purissimi eroi; siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina. Gli uomini sono uomini. Bisogna cercare di renderli migliori e a questo scopo per prima cosa giudicarli con spregiudicato e indulgente pessimismo. In quasi tutte le mie azioni sento un elemento più o meno forte di interesse personale, egoismo, viltà, calcolo, ambizione; perché non dovrei cercarlo in quelle degli altri?” (Emanuele Artom, “Diari, gennaio 1940-febbraio 1944”, Cedec 1966). Non solo è salutare qualsiasi uscita dalla retorica della storia ma è anche meglio comprensibile e non certo consolatorio che il meraviglioso inizio che la Resistenza ha proposto al nostro paese, scontando tutte le fragilità della nostra peculiare storia nazionale, non sia venuto da cavalieri senza macchia e senza paura, da profili a tutto tondo di eroi. E che proprio dalle loro mani sia venuta la guerra partigiana come “rivelazione”, in senso gobettiano ma di segno positivo, una parentesi in cui si mostrano risorse rigeneratrici e virtù sopite della nostra storia nazionale. Sappiamo che subito fuori da quella parentesi, si sono riproposte continuità e sopravvivenze di un passato che si voleva superato, e che anche protagonisti dell’esperienza resistenziale, come il giellista Giorgio Agosti, hanno potuto parlare con il registro amaro degli sconfitti, ma per ripartire, senza vittimismi – e in questo sta una lezione che altri non sembrano ancora aver appreso – dai limiti della propria formazione e psicologia, ovvero riaprendo sempre prima il proprio dossier, per riformulare, con la consapevolezza dei mutati contesti, gli strumenti e le prassi per una nuova liberazione: “Una buona parte di responsabilità ricade su tutti noi. […] Il nostro errore psicologico […] è stato proprio nel credere che la grande massa degli italiani dovesse guardare con riconoscenza quei pochi che avevano preso l’iniziativa della riscossa e se ne erano addossati, nell’interesse di tutti, il peso più duro e più tragico. E non abbiamo capito che è proprio l’aver agito, quando gli altri scappavano o si nascondevano ciò che i milioni di attendisti non ci perdonano: la resistenza sottolinea per contrasto, il collaborazionismo, la viltà, la pigrizia.” (Willy Jervis, Lucilla Jervis Rochat, Giorgio Agosti, “Un filo tenace. Lettere e memorie 1944-1969”, La Nuova Italia 1998). Non è stato Cavaglion, recensendo qualche mese fa su questa rivista il “Carteggio” einaudiano di Piero Gobetti a ricordarci che “L’autobiografia della nazione non si chiude dopo il 1945. Il fascismo è finito da più di mezzo secolo, l’abitudine al conformismo, la faziosità, la retorica godono ottima salute. Puntata dopo puntata, mutano i personaggi-protagonisti, ma l’autobiografia continua imperterrita a narrare la storia di una nazione che rimane sempre la stessa”? (“Leggere Gobetti: la continuità italiana”, in “Lo Straniero”, luglio, 2004) In La Resistenza spiegata a mia figlia Cavaglion ci permette di sentire la dignità degli uomini che fanno la storia e il valore di quella umanità, senza che questo implichi generici giustificazionismi. Contro la natura spesso vuota delle memorie imposte per legge dove si sconta l’assenza assoluta di riflessione pubblica, dove manca il coraggio di mettere davvero a tema la dimensione culturale e la fisionomia civica della nostra società, insomma dove non solo si confondono i giudizi ma non si arriva nemmeno a tentare di conoscere i fatti, Cavaglion ci fa sentire e riflette sul cuore precario e violento, ideale e pauroso, istintivo e realistico che ogni storia porta con sé. Ci ha ricordato le testimonianze dei partigiani della Val Pellice raccolte da Paolo Gobetti nei primi anni ottanta, quando raccontano dei sentimenti contrastanti di quei mesi, della solitudine provata a sera mentre “nello stomaco si sentiva quell’affare pesante, che non riesco ad esprimerlo, come un pesantore” insieme a quei “momenti di assoluta libertà mai più sentiti nel girare per le montagne da soli per una delle tante missioni, provare con mano la possibilità poco definita di costruire qualcosa di nuovo, che sembra di poter toccare quasi l’utopia, sì, quei momenti d’utopia che ti ricordi per il resto della vita.” (Le prime bande, 1983, film). Quando le scritture storiografiche sono sottomesse ai bisogni della propaganda e a domande di innocenza o di conforto, si assolve solo al bisogno commemorativo e non certo a quello autoriflessivo. Riscoprire gli uomini, le loro azioni, la dimensione di scelte all’interno di quadri contraddittori, a versioni non lineari, a contesti mossi, non significa né confondere le carte in tavola in sede di giudizio né fare il gioco del tout comprendre che è tout pardonner, ma sembra voler dire, almeno, ricacciare lontano dal nostro rapporto con la storia ogni metafisica dell’identità e farsi buoni segugi per tornare alla realtà discreta dei fatti del passato e di come sono stati raccontati. Questo sembra dirci Cavaglion, mentre con una figlia sedicenne fa l’orco delle favole che le avrà raccontato, ma sempre senza spaventarla: la porta, da bravo storico, dove fiuta carne umana. Francesco Grandi
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