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“Erodoto è il primo a rendersi conto che la caratteristica fondamentale del mondo sta nella sua molteplicità.” Figlio della tragedia di Eschilo e di Sofocle più che della filosofia platonica che sarebbe sorta ad Atene solo cinquant’anni dopo i suoi viaggi, Erodoto da Alicarnasso, più che il primo storico, è il primo reporter che si affaccia nella storia della letteratura. Questo ci dice Ryszard Kapuscinski, il più grande reporter vivente, nel suo ultimo libro: “In viaggio con Erodoto”, edito da Feltrinelli e tradotto, come tutti gli altri libri del giornalista-scrittore polacco, da Vera Verdiani. Questa volta Kapuscinski non solo racconta (come sempre avviene nei suoi libri) del Congo, dell’Algeria, del Senegal, dell’India, della Cina, cioè del Terzo mondo che ha attraversato e spiegato nelle sue trasformazioni e nelle sue disillusioni nella seconda metà del Novecento, ma si confronta anche con il primo occidentale che ha voluto descrivere la vastità del mondo e dei suoi costumi, l’orrore delle guerre tra Oriente e Occidente, gli esempi di convivenza. “In viaggio con Erodoto” è il racconto di come sia possibile “varcare la frontiera”: un’operazione, questa, sempre complessa, perché per passare i confini non è necessario solo viaggiare ed entrare in contatto con le diversità, ma anche essere predisposti al loro accoglimento, alla loro comprensione, all’incontro con gli altri e con il loro modo di vivere e di pensare. Kapuscinski, che il mondo del Novecento lo ha conosciuto e studiato tanto quanto Erodoto ha studiato e conosciuto quello di venticinque secoli fa, ci racconta del suo dialogo a distanza, morale e metodologico, con il greco: la lettura delle “Storie”, ci dice, ha accompagnato tutta la sua attività di reporter, fin dai primi viaggi in India e in Cina. Da allora, ha costantemente riletto la sua vastissima opera, scovandovi non solo una via di fuga dal presente, dal fallimento della decolonizzazione, da “giochi sporchi, sotterfugi e menzogne” che portano allo sfinimento chiunque si accinga a raccontarli, ma anche un banco di prova attraverso il quale analizzare le leggi di fondo di ogni società umana, il ruolo dell’onore, della vendetta e del tradimento, l’anarchia e l’impudicizia del potere, il silenzio e l’obbedienza della vittime, e le sorti di quella che i greci chiamavano “fortuna”, la quale fugge sempre dal campo dei vincitori. Ma, di Erodoto, a Kapuscinski interessano anche i ferri del mestiere. Quante volte ha viaggiato nello stesso posto? Con quante persone ha parlato prima di giudicare verosimile un fatto? Come ha superato la barriera delle lingue? Come ha distribuito le colpe tra vinti e vincitori? Kapuscinski prova a dedurre dall’opera di Erodoto le leggi che dovrebbero regolare l’attività di ogni reporter nel suo incontro con il mondo. Ci lascia intendere che queste sono le leggi (morali e professionali) che hanno governato la sua ricerca: e in quest’opera senile, scritta dopo essersi rifugiato nella sua Varsavia, ora che viaggia molto meno che in passato per motivi di salute, prova a consegnare tali “leggi” a chi ha voglia di ascoltarlo, agli irrequieti che amano “avventurarsi fuori dalle mura di cinta”. Più concretamente: Kapuscinski parla ai giovani reporter, e dice loro che non c’è scuola di giornalismo migliore delle “Storie” di Erodoto; perché non serve semplicemente andare in giro per il mondo, occorre avere anche una griglia interpretativa attraverso cui leggerlo. Questa griglia è fornita sì dall’esperienza, ma soprattutto dallo studio, dal leggere quanti più libri possibili e dall’intrecciarli con il presente. Altrimenti, prima ancora di diventare giornalisti “embedded”, è molto facile lasciarsi segregare in uno stadio di innocua e stupida superficialità. Delle regole che Kapuscinski cava da Erodoto, proviamo a elencarne qualcuna. Innanzitutto, la critica dell’eurocentrismo. Erodoto è stato il primo occidentale a scrivere che il mondo non si esaurisce con il proprio popolo e, più in generale, con l’Europa; è stato il primo a sostenere che i “barbari” sono portatori di una cultura di uguale valore e, per giunta, più antica. In secondo luogo, l’elogio del relativismo. La pluralità del mondo non può essere ridotta a unità; ogni tentativo politico che miri a una tale “reductio a unum” non può non essere assolutista, dittatoriale, rozzo, incolto. In terzo luogo: le diversità non hanno prodotto solo conflitti, ma soprattutto scambi, commerci, arricchimenti reciproci. I narratori sono attratti dallo spettacolo delle armi più che dalla quotidianità delle convivenze: eppure sono le seconde che ci si dovrebbe sforzare di raccontare. In quarto luogo: il compito del reporter è quello di sottrarre la diversità dei mondi sociali al loro oblio, di fissare su carta i racconti, le narrazioni, il passato costantemente messo in discussione. Ma per fare questo occorre saper affrontare il caos delle testimonianze: “La gente ricorda non quanto è realmente accaduto, ma ciò che vuole ricordare. Ognuno vede la realtà a modo suo […]. Il che rende impossibile ricostruire il passato nella sua verità storica: tutto quello che possiamo ottenere sono varianti più o meno verosimili, più o meno rispondenti alla nostra mentalità odierna. Il passato non esiste. Esistono solo le sue infinite versioni.” Dalle mille pagine delle “Storie”, Kapuscinski trae e commenta le più belle, spesso quelle più dolenti e tragiche sulle stragi di massa, sulla violenza cieca degli imperatori persiani. Ma c’è un’ulteriore legge di straordinaria importanza che il reporter polacco deduce dall’opera dello scrittore di Alicarnasso. Parafrasando Simone Weil, potrebbe essere così definita: la giustizia, e non solo la fortuna, fugge dal campo dei vincitori. Ciò avviene quando, durante le guerre o durante le rivoluzioni, gli oppressi mutuano le forme di potere, di violenza, di dominio dei loro oppressori. Non a caso le “Storie”, dopo che per centinaia di pagine è stato narrato il tentativo dell’Impero persiano di sottomettere le città-stato democratiche della Grecia, si concludono con un crudo rovesciamento. Dopo aver vinto e aver scongiurato l’occupazione persiana, i greci (amanti della libertà, della cultura e della democrazia) si gettano all’inseguimento dei persiani in fuga (gli imperialisti, gli assolutisti che minacciavano la loro libertà). E, catturato Artaicte, uno dei generali più crudeli, “lo appesero dopo averlo inchiodato su una tavola, e lapidarono il figlio sotto i suoi occhi.” Venticinque secoli dopo, Kapuscinski ha raccontato innumerevoli rovesciamenti di questo tipo: nel Terzo mondo che passava dalla decolonizzazione a nuovi e feroci regimi militari, il vuoto di potere prodotto dagli scossoni politici non è stato occupato da governi democratici, ma dalla forza cupa e sfrenata di nuovi gendarmi. Kapuscinski ci ricorda che la colpa maggiore è quella del provincialismo. Non esiste solo il provincialismo dello spazio, di chi non vuole conoscere gli altri paesi e le loro culture. Esiste anche, ed è più pericoloso, il provincialismo del tempo, secondo il quale, diceva Eliot, “il mondo è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato”. Il peggior rischio, allora, è quello di vivere in un mondo di provinciali schiacciati sul presente, che vanno incontro, senza comprenderle, alle stesse tragedie di sempre. Anche per questo, oggi, conviene rileggere Erodoto. Alessandro Leogrande
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