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Nell’ultimo rapporto sulla qualità della vita delle province italiane il quotidiano “Il Sole 24 Ore” ha introdotto un parametro, ovvero una domanda diretta alla popolazione – l’unica, accanto a numerosi indicatori statistici – sulla città in cui piacerebbe vivere. Il risultato è dirompente, anche per il modello di analisi comparata proposto da tempo dal quotidiano: Milano, seconda città in Italia per qualità della vita, è la penultima nei sogni degli italiani. Nessuna altra città è così strabica nelle due classifiche: in altre parole, Milano offre reddito, lavoro, servizi… ma non piace per nulla. Qual è il maleficio? A viverci non puoi che condividere quello strano risultato, è vero il primato degli indicatori ed è fondata la diffidenza dei più. Il “cahier de doléances” di qualunque neoimmigrato – ma dov’è la natura? perché la gente ha tanta fretta? perché non ti parla? perché non sorride? – vale quanto l’ammirazione di chi si congratula per la facilità e rapidità con cui ti muovi in metrò, per le occasioni di lavoro e di reddito, per l’offerta formativa, per la bellezza dei negozi, per i suoi tesori nascosti, eccetera. A volte viene il dubbio che gli indicatori fondamentali siano quattro, e siano gli stessi da sempre se adeguatamente interpretati: aria, acqua, terra e fuoco. Se l’aria è irrespirabile perché appesantita dall’inquinamento, di qualunque tipo esso sia; se l’acqua e per estensione i frutti spontanei della terra sono inaccessibili (perché inquinati o lontani); se la terra stessa è un problema, perché non c’è più suolo libero, perché tutto è stato mercificato o votato al traffico automobilistico oppure è depauperato ed è diventato un paesaggio triste; se il fuoco non brucia, ovvero manca l’empatia, la solidarietà, la fiducia fra le persone: ebbene se i quattro elementi primari della vita sono in crisi, non c’è Pil pro capite, numero di teatri o posti letto in ospedale che possa compensarli nella percezione profonda degli abitanti. Era dai tempi di “Milano ’83” di Ermanno Olmi e di “L’aria serena dell’ovest”, il più bel film di Soldini (1990), che Milano non si guardava allo specchio. Luca Doninelli prova a farci “riflettere”: in “Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano” (pubblicato da Garzanti) tenta l’operazione ardua di descrivere l’anima di questa città, offrirne un’interpretazione, ipotizzarne un riscatto. Diciamo subito che descrizione e interpretazione sono operazioni riuscite, ma la cura continua a mancare, perché l’insurrezione è auspicio, non progetto. Doninelli riesce nell’operazione perché si dota di una strumentazione molto ricca nella sua ricognizione: attinge ai grandi milanesi di nascita o adozione – Leonardo, Manzoni, Gadda, Testori – ricostruisce alcuni passaggi d’epoca, svela il paesaggio che a Milano vuol dire case e quartieri, è attento alla lingua, scruta i costumi attuali, descrive i caratteri e si fa guidare da una passione autentica per la città. Ne esce non una guida ma un ritratto molto composito – letterario, antropologico, architettonico – non lineare e probabilmente stratificato anche nella sua stesura, simile a un reiterato e frustrato atto di amore. Il ritratto riesce perché Doninelli non aggredisce il presente, non cade nell’errore dei milanesi di votarsi alla pura contemporaneità perdendo di vista il senso del relativo che deriva dal passato, come dire l’unico stratagemma per comprendersi, per definirsi, per (ri)dimensionarsi. A differenza di romani e napoletani, per esempio, i milanesi infatti non sanno nulla della loro città e del loro passato, un po’ per ignoranza, un po’ perché il passato non è il loro (qui siamo tutti immigrati di prima, seconda o terza generazione), un po’ perché presi dall’operosità del fare, un po’ perché innamorati del nuovo. Qui vige un’amnesia collettiva che tiene tutti prigionieri, perché incapaci di immaginare altro e di riconoscere che altro lo siamo già stati: è una sorta di biopolitica perpetuata col mito dell’innovazione e del cambiamento continuo, con il ricatto del presente come unica condizione possibile, e con l’esito della perdita dell’utopia e della trascuratezza per il passato. La prima è palese nell’inerzia con cui oggi si accetta tutto e ci si disinteressa all’amministrazione della città, la seconda è evidente nell’incuria o nell’oblio verso la Pinacoteca di Brera, le opere di Leonardo, la Pietà Rondanini. Mentre è solo in questa prospettiva storica, ci fa capire Doninelli, che si vede la parabola, si coglie il crollo delle aspettative e si consente all’apatia di diventare indignazione, resurrezione, riscatto. A parte i maestri del passato, a parte i luoghi elettivi, nel libro non c’è un nome, non c’è cronaca: la superficie sparisce, la disintossicazione parte anche da questo, la lucidità dello sguardo trae beneficio dal fare spesso una ricognizione aerea della città. Così prendono forma alcuni archetipi di Milano: la città “che si mostra di culo” con le case girate verso i cortili interni, ovvero l’attitudine all’intimità, alla famiglia, la bellezza nelle sue parti meno visibili e refrattaria all’esibizionismo, al punto di negare qualunque vista, qualunque panorama, come abitata da gente che non si guarda mai, simile alla situazione descritta nel romanzo citato di Wells, “Il paese dei ciechi”, ossia il paese edificato da gente priva di vista. Ma in quella corte la famiglia accoglie, si allarga, sa adottare figli nuovi senza pretendere vincoli di sangue, sa scommettere sulla fiducia, non si appella alla legge per regolare la convivenza ma all’impegno morale della collaborazione, del fare insieme. È il “fare” il vero codice milanese, è l’impresa la sua vita, il modo in cui ci si àncora al presente e si fanno progetti sul futuro, lontano da qualunque illusione di eternità, da qualunque incanto di splendore, cioè dai tratti che questa città proprio non ha, in palese contrasto con Roma. Proprio a partire dalla riflessione sull’etica del fare Doninelli con singolare insistenza si accanisce sulla stagione di Mani Pulite, unico episodio della storia recente della città ripreso più volte nel libro: è strano, perché è vero che non era Milano l’epicentro dell’illegalità e l’accanimento giudiziario nato qui “sterilizzò” l’economia locale fino alla paralisi di quella stessa etica, senza per altro debellare la corruzione, ma è singolare e forse un po’ scomposta questa denuncia, anche alla luce di come quegli stessi poteri si sono poi ricomposti. Viene da dire che se ci manca una cosa, oggi, anche dopo questo libro, è proprio una mappa del potere milanese, che non essendo appunto esibizionista ma molto fattivo e poco propenso a vivere di rendita macina progetti, legami, destini collettivi, oltre che fuochi d’artificio per distrarre le folle. Al di là dei suoi potere forti, forse è innegabile che Milano declina, come il libro puntualmente denuncia. La città si dimentica dei suoi capolavori artistici e del suo ingegno civile straordinariamente impersonato da Leonardo, fatica a riprendersi dal colpo durissimo inferto all’etica imprenditiva, subisce l’aggressione dei palazzinari, patisce la vittoria del modello romano come supremazia del pubblico sul privato, si sottomette alla mediocrità dei suoi amministratori – ma Doninelli giustamente non fa sconti, non vale darsi consolazione con la scusa dell’inettitudine di sindaci e giunte – si vota al surplus e al rischio di diventare semplice meta di shopping planetario. E vive l’estinzione della sua middle class, verso la trasformazione urbana in qualcosa che Doninelli chiama postsovietizzazione, ovvero “quel processo che porterà i centri storici a diventare preda di due diverse utenze, totalmente distinte e probabilmente, anche separate: quella delle persone molto ricche, che si servono in negozi di lusso, e quella della grande massa urbana ormai internazionalizzata, frequentatrice di cinema e locali a basso costo, nonché di negozi ‘per giovani’ di grande richiamo”. Doninelli non dà ricette, si appella al Dna della città inscritto nei maestri del passato, ricorda la vocazione di Milano alla resistenza dimostrata in diverse occasioni, esemplifica la banalità di alcune soluzioni – come un marciapiede decente che colleghi la Scala alla vicinissima Pinacoteca di Brera, come immettere nei pacchetti del turismo da business e nelle abitudini dei milanesi la visita al Cenacolo – ma centrando lo sguardo sulle dinamiche storico-culturali o sul patrimonio artistico perde un po’ di vista una quota significativa di questo malessere, come l’alcolismo e la dipendenza da cocaina crescenti nei più giovani votati a un divertimento autodistruttivo, l’alienazione di milioni di pendolari, la solitudine degli anziani, le condizioni di vita quotidiana di decine di migliaia di immigrati, il costo della vita altissimo, la nevrosi del vivere con tempi estranei al ciclo della natura. Eppure Doninelli sa guardare le periferie come pochi, coglie il mutamento e l’“alienazione spaziale” – “è più facile che chi risiede al Giambellino conosca Miami o Adelaide che non Villapizzone o Monluè” – e trova la poesia laddove la sociologia non vede nulla, in una memorabile passeggiata di innamorati al quartiere Bovisa. Stefano Laffi
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