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Le osservazioni che seguono sono una ricostruzione “a memoria”, la testimonianza di uno spettatore/lettore e non la riflessione di uno studioso. Il punto di vista è dunque molto personale, non so quanto attendibile scientificamente. Sono state presentate al convegno tenuto a Mestre il 19 novembre scorso.
Alla caduta del fascismo, l’Italia era tutta da scoprire e da raccontare. Se ne incaricò il cinema, soprattutto, con opere egregie, e il neorealismo riuscì spesso a dare, con le sue storie di reduci, di disoccupati, di contadini, di marginali, di donne (mogli o prostitute, ma per la prima volta o quasi protagoniste di vicende socialmente significative), di bambini; più raramente di operai, di borghesi, di emigranti. Nell’insieme un’immagine del “popolo” attendibile più e quanto di quella data dalla nostra letteratura realista a cavallo tra Otto e Novecento. La letteratura seguì con qualche affanno e con dispendio di retorica. La forza dell’immagine era maggiore di quella della parola, e impose ai cineasti una sorta di spontaneità che i letterati faticavano a trovare. Il giornalismo servì da tramite e rimedio, e la scoperta dell’Italia cominciò per molti dalle inchieste dei quotidiani, che erano spesso lunghe e duravano molte puntate, sia nel caso dei quotidiani che dei settimanali, producendo anche negli anni cinquanta, e a maggior ragione nelle mutazioni dei sessanta, moltissimi reportages di qualità. Più interessanti, infine, erano le inchieste dei giornali “borghesi” che non quelle, predeterminate sulla denuncia, di quelli di sinistra, con l’eccezione dell’“Avanti” e più tardi delle piccole edizioni che da questa testata prendevano il nome, dirette da Gianni Bosio. Nell’editoria, la laica Laterza fu certo più presente di Einaudi, che entrò in campo molto più tardi, ma cui si dovette il libro chiave dei primi anni, il “Cristo” di Carlo Levi, la cui lettura fu fondamentale per molte vocazioni (fondamentale persino più di quella di “Fontamara”, edito infine in italiano). Con la collana dei “Libri del tempo” – pamphlet, saggi e inchieste centrati sull’Italia e i suoi problemi più aperti, in cui pubblicarono Rossi, Calamandrei, Calogero, Battaglia eccetera – Laterza infranse a suo modo il tabù crociano sulla sociologia, che sul piano scientifico fu aggredito a Nord da Pizzorno e a Sud, in rapporto al mondo contadino, e con molto maggior peso politico, da Rossi-Doria e dal suo gruppo, primi tra tutti Scotellaro e Marselli. Essi seppero apprendere tutto ciò che loro mancava dagli americani venuti a studiare il Sud, che i comunisti si ostinarono per anni a considerare servi o agenti della Cia – Friedman, Peck, Banfield e altri ancora (vedi “L’osservazione partecipata” di Franco Vitelli, Edisud 1989). Tornando a Einaudi, il primo tentativo di una collana di inchieste e saggi di impostazione sociologica o antropologica in ottica bensì politica lo si deve a Raniero Panzieri, nei primi anni sessanta, con “La nuova società”, una collana di breve durata in cui avrebbe dovuto apparire anche il mio “L’immigrazione meridionale a Torino”. I “Libri del tempo” laterziani avevano spesso delle consonanze con “Il mondo”, la rivista di Pannunzio su cui “inchiestavano” a loro modo, girando l’Italia per quella e altre testate, scrittori come la Ortese e Arbasino e Giovanni Russo o la dimenticata Anna Garofalo che raccolse i suoi lavori in “Cittadini sì e no” (edizioni Silva, quelle di “Se questo è un uomo”, delle “Memorie” di Serge e del primissimo Dolci) e con “L’italiana in Italia” (Laterza). La Garofalo fu certamente di modello alle giornaliste più giovani di lei, come la Cederna o la Tornabuoni. Le inchieste del “Mondo” narravano più il costume che l’economia e il lavoro, ma furono fondamentali nella perlustrazione di un paese ancora poco conosciuto, e non avevano i veli dell’ideologia. Erano accompagnate da foto altrettanto rivelatrici, scelte con accorta perizia da Ennio Flaiano. Per rimanere sul fronte giornalistico, mai più così coinvolto nel rapporto con la letteratura, è doveroso ricordare che per molti lettori “borghesi” e piccolo borghesi la “scoperta dell’Italia” avvenne per il tramite del più famoso “Viaggio in Italia” del dopoguerra, nel pieno dei cinquanta e già a ridosso del “boom”: quello di Guido Piovene per “Epoca”, poi raccolto in volume con immediato successo. E dopo “Il mondo”, “L’espresso”: con Cancogni, anzitutto, e una fitta schiera di giovani giornalisti che si scatenarono nella denuncia del malcostume e dei ritardi del paese, talora e poi sempre più spesso con un piglio effettistico e superficiale di cui risentirà soprattutto la direzione di Scalfari (e i suoi giornali fino ai nostri giorni). Più efficace e autenticamente “laica” se pur “borghese” fu l’azione del “Giorno” di Baldacci da Milano, con autori quali Bocca, la Cederna, Umberto Segre e tanti altri che furono dentro giorno per giorno agli anni e ai fatti del “boom”. Nulla di nuovo, si dirà, poiché i giornalisti da sempre hanno “fatto inchiesta”. Ma va ricordato che per vent’anni questo era stato impossibile, e va fatto il paragone con i giornali di oggi, e la loro miseria. Sul fronte editoriale, si osserva con una certa delusione la quasi assenza di inchieste nel catalogo di Comunità, la casa editrice di Adriano Olivetti, che pure pubblicò “l’inchiesta operaia” della Weil e stimolò un intenso lavoro sociale attraverso, per esempio, una scuola da lui finanziata, il Cepas di Roma diretta da Guido Calogero, che formava assistenti sociali e “operatori di comunità” attorno a personaggi come Angela Zucconi, Paolo Volponi, Adriano Ossicini e altri, e pubblicò nella sua rivista “Centro sociale”, diretta da Anna Maria Levi, molte inchieste importanti, per esempio su Matera, dove l’esperienza del villaggio-modello di La Martella stimolata da Olivetti produsse numerose inchieste specifiche, economiche sociali urbanistiche. Se dovessi però indicare la fucina, o il riferimento per inchiestatori più arditi, dovrei senz’altro ricordare la rivista “Nuovi argomenti” e la figura del suo primo direttore, Alberto Carocci, un letterato che teneva a pubblicare alla fine di ogni fascicolo della rivista un’inchiesta significativa. Vi uscirono – in anticipo sugli editori di libri – le inchieste di Cagnetta su Orgosolo, di Dolci su Partinico e su Palermo, di Bianciardi e Cassola sui minatori di Maremma, di De Martino sulla Lucania, e se non erro perfino le prime “Autobiografie della leggera” di Danilo Montaldi, che fu al centro di numerose iniziative di inchiesta a Cremona (e Piadena) e che, negli anni del “miracolo”, scrisse un acuto saggio di prefazione alle storie di vita di “Milano, Corea” di Franco Alasia, che veniva dal lavoro con Danilo Dolci. Proprio Montaldi fu con Nuto Revelli e più tardi con Bianca Guidetti-Serra tra i veri iniziatori di quella “storia orale” che doveva crescere in seguito grazie a giovani studiosi di formazione anglosassone; e tra la storia orale e l’inchiesta, nel caso degli autori citati, la diversità era scarsa, le acquisizioni di metodo comuni. A chiudere l’esperienza di “Nuovi Argomenti” fu forse l’inchiesta più ambiziosa di tutte, che finalmente riportava l’attenzione sulla classe operaia e sul maggior centro del potere italiano, l’“Inchiesta alla Fiat” coordinata da Giampiero Carocci, figlio di Alberto, e che coinvolse alcuni dei futuri fondatori dei “Quaderni rossi” preparandoli ai futuri lavori dell’inchiesta operaia. C’è una discussione che è interessante ricordare, nata all’interno del lavoro sociale del Cepas e altrove in rapporto a interventi concreti sul campo: l’inchiesta come preparazione all’intervento ma anche, si diceva allora, come “con-ricerca” o come “inchiesta partecipata”: una forma di inchiesta, insomma, che coinvolgesse direttamente gli inchiestati e che mirasse a renderli più coscienti delle proprie condizioni, e soprattutto li aiutasse a cercare insieme agli operatori sociali (inchiestatori ma anche assistenti sociali, secondo i modi di una professione che era, allora, ben diversa da quella di oggi). Mi colpì molto, personalmente, avvertire a Torino, nell’ambito dei “Quaderni rossi”, così diverso da quello del Cepas, una stessa preoccupazione. Ridestare, conoscere, per intervenire meglio, più efficacemente, insieme. Voglio ricordare anche un breve articolo di Maria Calogero su “Centro sociale” che si chiamava “La piccola inchiesta non trasferibile” e consigliava in sostanza all’operatore di tenere gli occhi bene aperti sulla realtà immediata e anche minima in cui viveva e agiva, per capire i suoi meccanismi, ciò che sta dietro le apparenze. Valeva per il vicinato come per il posto di lavoro, e dal particolare al generale il passo finiva per essere breve. Anche in questo si potevano udire echi di un dibattito statunitense che accomunava gli operatori sociali più avanzati – diciamo di scuola deweyana: educazione, intervento sociale, democrazia, e soprattutto, democrazia “dal basso”, e quel “dal basso” era diventato in Italia, in molte esperienze, una formula quasi sacra (e talvolta sembra esserlo ancora, con un eccesso di fiducia nelle virtù del basso) ma anche di scuola sociologica alla Wright Mills, quella della “immaginazione sociologica” e della contestazione della macro e micro sociologia d’impostazione accademica. (Una versione di nuovo ideologica e di eccessiva fiducia nelle virtù dell’inchiesta sarà nel ’68 quella trentina di Gilli). Questo apprendimento quotidiano alla “piccola inchiesta non trasferibile”, alla “immaginazione sociologica” e al legame tra inchiesta e intervento è forse l’insegnamento più vivo di quegli anni, in vari ambiti e campi, e se già negli anni del boom venne travolto da una certa euforia giornalistica (che dette però anche ottime inchieste utili alla comprensione della mutazione mentre essa era in atto), e se uscirono ancora buone opere letterarie legate ai temi dell’inchiesta, come “Donnarumma all’assalto” di Ottieri e certi squarci narrativi o di riflessione di Pasolini, di Bianciardi, dello stesso Calvino e di molti altri (e nel cinema ci furono esempi di commistione appassionanti, da un certo Fellini a De Seta, da Pasolini a Olmi, da Rosi a Gregoretti eccetera), tra i primi sessanta e il sessantotto decaddero molte cose e si affievolirono molte tensioni. Una data si può azzardarla sulla scia degli studi di Guido Crainz sul “paese mancato” editi da Donzelli – Crainz è forse il primo storico ad aver usato adeguatamente molti dei materiali che ho ricordato – ed è il 1963, anno del fallimento del centrosinistra e del revanscismo di una ottusa o criminale classe dirigente cui risponderà – più che “inventare il nuovo” come allora ci parve – proprio il ’68. E se il libro chiave del ’68 doveva essere non un testo politico della sinistra, significativamente, ma la denuncia di un prete sul classismo della nostra scuola, è curioso anche che, ignorata a sinistra, un’inchiesta esemplare – attiva, sul campo, di comunità, per cambiare, di con-ricerca – fosse venuta anni prima proprio da Don Milani, quando ancora non era stato esiliato a Barbiana, “Esperienze pastorali”. Lasciando da parte la trascurabile retorica dell’“inchiesta maoista” il ’68, nel campo delle inchieste, dette perlopiù delle denunce; lasciò cadere di fatto le ipotesi di con-ricerca, scelse di richiamare con forza l’attenzione su casi terribili di ingiustizia (i manicomi, le carceri, la droga, la scuola, gli orfanatrofi, le fabbriche, e insomma il malessere sociale del paese nelle sue forme più nascoste e più estreme) la denuncia fu spesso la premessa a interventi politici di riforma, ma la più grave non ha avuto ancora seguito: quella sulla Strage di Stato, e l’inchiesta “La strage di Stato” fu il punto centrale dell’ideologia di quella corrente di “contro-informazione” che ebbe corso per molti anni. Insomma, il ’68 lasciò al Censis e ad altri centri studi consimili e ufficiali (o a professori universitari alla Paci o Donolo, eccetera) l’onere e il merito di indagare le mutazioni economiche e sociali in molte parti d’Italia, svolgendo spesso una funzione culturale e politica molto rilevante. Tutto questo implicava la speranza nella vittoria della “rivoluzione” o di un riformismo eticamente radicale e, in ogni caso, la crescita della coscienza civile del paese o della sua classe dirigente, e la fiducia in nuovi meccanismi democratici. Ma, come sappiamo, sia la democrazia che la politica sono precipitati in una sorta di parodia mediatica che lascia ben poco spazio ad acquisizioni solide, a movimenti duraturi, a interventi non di facciata ma di profondità. Con la politica e la democrazia, la decadenza più vistosa è oggi quella dei media, di tutti i media; l’inchiesta è così diventata scoop, e lo scoop un fine in sé, mentre la grande quantità di tesi di laurea che sono inchieste lascia il tempo che trova, non essendo finalizzata ad alcunché. Nella grande diffusione dell’inchiesta, giornalistica e politica e scientifica, oggi è ben difficile che si rintraccino opere che lascino il segno. Citerei la trasmissione televisiva “Report”, l’unica rimasta degna di nota e di rispetto, qualcosa da “Diario”, un tempo, o rare inchieste su giornali soprattutto marginali e locali e non i maggiori, e naturalmente dei libri, a volte semplici dilatazioni o messe a punto di tesi di laurea, ma a volte animose perlustrazioni su temi scottanti attuate da giovani operatori o da gruppi legati al cosiddetto volontariato e alle sue organizzazioni più forti. I titoli e gli autori di vero rilievo sono pochi, ed è peraltro molto difficile orientarsi in una produzione tanto vasta quanto effimera e gridata. Importa l’effetto, la risonanza immediata di un “caso”; o importa, sull’altro versante, la carriera universitaria. Importa la “comunicazione” e non la conoscenza o la comprensione ai fini del cambiamento. Tra le eccezioni, è importante segnalare una letteratura appena ora emergente, che di fronte a una valanga di “nomi” che pretendono di scoprire il paese nascosto raccontando storielle “gialle”, sta faticosamente cercando di annodare o di riannodare invenzione e inchiesta, racconto e anche denuncia, ma nel senso più alto e ambizioso della parola. Cito i primi nomi che mi vengono in mente: Lagioia, Pascale, Braucci, eccetera. Si ricomincia, forse, cercando di tirarsi fuori dal magma nefasto della decadenza giornalistica, politica, universitaria. Una vitalità maggiore è riscontrabile, pur nella confusione, nel documentario cinematografico e video, indipendenti, cui molti si sono dedicati in passato e i nuovi arrivati si dedicano oggi con entusiasmo. Il bisogno di inchiesta non può essere coperto dalla letteratura e dal giornalismo, e tantomeno dall’università: esso ha bisogno di ricerche che partano dallo studio della realtà per cercare i modi di cambiarla e che leghino tra loro la conoscenza dei problemi con la volontà di intervenirvi e con l’individuazione dei modi migliori per farlo. Su questo punto, mi pare che non si possa chiedere alla letteratura più di quanto non debba e possa dare (e forse neanche al giornalismo, neanche all’università), ma che ci si debba rivolgere a figure nuove (e finora rarissime) di militanti dentro il disordine e l’ambiguità attuali della militanza – di militanti dell’educazione e della trasformazione, della cultura, della politica, dei movimenti. Un esempio, tra pochi o pochissimi, che cerca di impostare un discorso metodologico già di questo tipo, può essere quello delle inchieste di Alessandro Leogrande sulla Puglia (e più in generale sull’Adriatico) tra politica, economia legale ed economia criminale, immigrazione, marginalità. Per finire, mi sovviene una lettera di Aldo Capitini, del 1961 o giù di lì, nella quale egli irrideva alla mia difesa dell’inchiesta: tutti fanno inchiesta, e nessuno lavora per cambiare concretamente le cose, egli mi diceva. Quel monito è stato per me decisivo. Anche l’inchiesta può essere un alibi al non fare, invece che un aiuto, come dovrebbe essere, al “ben fare”. Goffredo Fofi
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