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Gli psicodrammi del giorno dopo erano già un preludio all’oblio, premessa alla rassicurazione che auto-assolve. Archiviato il referendum sulla fecondazione assistita l’Italia s’è svegliata esattamente uguale a se stessa – egoista e furbastra, un po’ impigrita – e non tutti hanno capito che quella partita dall’esito scontato potrebbe aver dimostrato per assurdo che un cambiamento di paradigma (politico e mentale, culturale) si è già verificato nei fatti, nelle cose. Lo scontro non è stato una guerra di religione tra laici e cattolici o un duello finale tra la scienza e la religione. Fuori dai piagnistei o dai trionfalismi del giorno dopo sarebbe il caso di ammetterlo senza neppure farla troppo lunga: la distinzione tra cultura laica e cultura religiosa – l’ultima demarcazione dentro cui per pigrizia continuiamo a leggere i conflitti e i contrasti del presente – non spiega quanto è successo e anzi rischia di rivelarsi inservibile ed esaurita. Sono le stesse dimensioni della sconfitta – quel 25,9% che ha fatto dire ad Arbasino: “signora mia qua votano solo i salotti e (speriamo) qualche tinello” – a dimostrarlo in modo piuttosto limpido e pesante. Denunciare l’influenza invadente della chiesa, perdersi nell’ermeneutica del fenomeno teocon, analizzare compunti le sfasature e i ritardi della “cultura laica” o del “fronte progressista” lascia il tempo che trova, non aiuta. Identità e tradizioni, condizionamenti e ricatti, sono stati solo la componente secondaria di una vicenda anomala, sfuggente. Il primo voto popolare dell’era della “biopolitica”, il primo faccia a faccia tra i vecchi strumenti della politica e i fantasmi dell’“ultramoderno”, hanno mostrato che continuare a pensare la politica in termini di schieramenti e di contrapposizione di “ideali”, “etiche”, “valori” sta diventando un esercizio inutile, grottesco. Abulia, indifferenza, disinteresse questa volta sono scaturiti da un deficit cognitivo inedito, molto radicato e profondo, complicato. Le stesse dichiarazioni dei vincitori tradiscono la necessità di rimuovere l’intuizione di un fatto nuovo che ancora nessuno riesce a capire sino in fondo. Quando Berlusconi e Ruini si trincerano nell’esaltazione del “moderatismo” e del “buon senso” degli italiani sembrano aver quasi più fretta di voltare una pagina delicata che non sfruttare sino in fondo una vittoria il cui vero significato probabilmente non sanno decifrare neanche loro. Al di là del dato tecnico più immediato – il tentativo perfettamente legittimo di modificare una legge sbagliata, limitante –, la posta in gioco autentica era un’altra. Per la prima volta la politica si è trovata costretta a misurarsi con una costellazione di rompicapo incipienti e di paure che – oscuramente, confusamente, nevroticamente – intuiamo già iscritti nel nostro futuro più o meno prossimo o remoto. Ed è su questo che l’Italia intera si è astenuta: la stragrande maggioranza non andando proprio a votare punto e basta; una neanche troppo sparuta minoranza recandosi alle urne con convinzioni, slogan e credenze preconfezionati e parziali, supponenti, comunque mai all’altezza della sfida reale, del problema. Qualche settimana dopo – adesso che le mosse della politica-politica sono rientrate nel recinto rassicurante dei soliti giochi di ruolo – forse è il caso di vedere se da tutta questa faccenda si può cavare una mezza lezione o una morale. Quando negli anni settanta il femminismo proclamava che il “personale è politico” rompeva con un’idea antiquata di politica e introduceva nel mondo un fatto nuovo. Trent’anni dopo quella parola d’ordine è diventata pura archeologia. Sarà un peccato ma è anche un fatto evidente, conclamato. Sono cambiati i tempi, si capisce ma soprattutto sono mutati il paesaggio, lo scenario, la cartografica politica e morale che consentivano di separare e distinguere tra la sfera privata e quella pubblica. Sul “declino dell’uomo” pubblico, sull’affermarsi della cultura del narcisismo e sui suoi esiti si è scritto moltissimo. Quanto si sia trasformato il “personale” è meno chiaro e la mutazione è ancora in corso. Resta questo senso di allarme, un’incertezza disorientante e profonda, insistentissima. Ragionare come se vivessimo ancora ieri o l’altro ieri è rovinosamente ingannevole, sbagliato. Chi ha pensato di poter ripercorrere col referendum una storia già nota ha preso un abbaglio clamoroso. La stagione delle battaglie sul divorzio e l’aborto è già preistoria. Allora i nodi centrali erano la libertà e l’autodeterminazione, la disponibilità del proprio corpo e delle proprie scelte private, l’indipendenza dai diktat dei preti e dei bigotti. Il tema della fecondazione assistita ci sposta su un terreno radicalmente diverso e più complesso. I parametri classici (semplifico: diritti della donna o dell’embrione) questa volta contano molto poco o quasi niente. La possibilità di scegliere liberamente, le aspirazioni a guarire o a procreare, rappresentano soltanto la dimensione più esteriore e finale del problema. Al centro della questione – e molto più a fondo degli stessi quesiti referendari o dei pregi e difetti della legge – c’è l’intuizione di un passaggio di fase davvero spiazzante, indecifrabile. Il personale torna a mostrare la sua dimensione potenzialmente politica in un incrocio di dimensioni che non siamo ancora attrezzati a maneggiare. Tra scienza e mercato, tecnica ed economia, il tema della fecondazione rimette in gioco un sostrato biopolitico che abbiamo dato costantemente per scontato. Ma il salto qualitativo ormai è innegabile. Le forme della nascita, le modalità della riproduzione dell’umano, il superamento dei limiti, la virtuale decostruzione delle coordinate biologiche e della natura: se il referendum ha evocato simili “questioni di vita o di morte” lo ha fatto in modo drasticamente diverso dal passato. La posta in gioco adesso ha veramente a che fare con la possibilità di una mutazione radicale del nostro modo di essere (e di nascere) e forse per la prima volta il vecchio, apocalittico, slogan di Günther Anders sull’“uomo antiquato” rischia di rivelarsi una descrizione insufficiente e pacata del presente. L’esigenza è quella di riuscire a provare a vivere e ad agire dentro questa mutazione con consapevolezza, responsabilità, immaginazione ma fuori da vecchie ricette ormai usurate. La battaglia “ideale” inscenata prima del referendum da questo punto di vista è stata semplicemente costernante. Mentre il fronte del “no” esaltava un’idea di Natura e di Limite semplicemente obsolete e molto ipocrite, i sostenitori del “sì” sono sembrati preda di un riflesso condizionato sospetto e contradittorio, deludente. Lasciamo pure stare l’indecorosa parata di testimonial più o meno vip che hanno dato alla campagna referendaria l’aspetto di un irritante girotondo radical-chic molto “società dello spettacolo”. Il guaio vero è stato che quella battaglia non poteva essere sostenuta rifugiandosi sotto le bandiere della “scienza” o del progresso. In vitro – e in modo molto parziale e ridotto, involontario – il referendum incrociava di fatto il tema chiave del nostro presente ed è evidente che su questo fronte la scienza non è la soluzione ma il problema. Come si ridefiniscono i rapporti tra scienza, politica e economia in questa fase di mutazione globale e di passaggio? Chi esercita il controllo su sperimentazioni virtualmente capaci di alterare il codice stesso della nostra vita, le prospettive biologiche e materiali della specie umana e dell’ambiente, gli scenari mutanti del futuro? Nella battaglia per il referendum si è eluso il nodo più drammatico. Quasi nessuno ha voluto riconoscere che scienza, politica, religione, economia sono al momento pure forme – concorrenziali e alleate – del dominio in una fase in cui il dominio tocca (e può alterare) la dimensione stessa della “vita vivente”. In questa situazione il compito più urgente è capire a che punto è il processo di redistribuzione dei poteri tra queste dimensioni e immaginare forme razionali e sensate di controllo. Il resto sono chiacchiere amene, cretinate. Aver trasformato questo referendum in uno stucchevole gioco della torre (è meglio Scalfari o il cardinal Ruini? è meglio la Ferilli o papa Ratzinger?) è stato abbastanza imbecille e irresponsabile. Le troppe chiacchiere sulle insufficienze della “cultura laica”, le troppe analisi sul ritorno di Dio e la rivincita di religione, chiese, preti e suore, hanno oscurato il dato politico di fondo. La vita e la morte, il rapporto tra scienza e potere, gli azzardi della bioetica, gli imprevisti e i misteri della tecnica: per schierarsi e andarsi a contare su faccende del genere ci voleva parecchia incoscienza e un coraggio davvero da fessi (o da leoni). Chi aveva le carte in regole per tentare una sfida del genere e rischiare? La risposta non può che essere duplice e un po’ ambigua. Pragmaticamente, la strada del referendum era del tutto legittima anche se un po’ azzardata, probabilmente sbagliata, prematura. Ma poi sono dettagli, contingenze. Davanti a una legge pessima e assai ingiusta era ragionevole provare a forzare i tempi e rilanciare. Comunque andasse, il problema andava posto (d’accordo: ora bisogna sperare che quel 25,9% non diventi una pietra tombale definitiva). In termini di culture politiche, consapevolezza della posta in gioco, visione e progetto sul futuro, la faccenda si rivela invece decisamente più complicata e imbarazzante. Quell’azzardo – è logico – andava sostenuto da ragionamenti coerenti e ambiziosi, molto estremi. Al di là di circostanze fortuite, considerazioni tattiche, giochi del caso e inciampi della storia, trasportare l’agire politico sul terreno minato della biopolitica avrebbe richiesto un radicalismo e un’ampiezza di sguardi che sono clamorosamente mancati e non solo per caso ma per scelta. Il problema, allora, è molto semplice. Ha senso che a evocare simili questioni di “vita e di morte” e a sfidare l’ignoto sia una sinistra che sembra aver fatto della parola d’ordine del riformismo il suo unico mantra e un grande alibi? E poi come si può pretendere radicalismo e inventiva, audacia, irriverenza da parte di gente che ha costruito tutta la sua identità politica sull’accorciamento deliberato dell’orizzonte mentale, sull’annacquamento dei problemi? A conti fatti forse questo è il significato politico più interessante di tutta questa vicenda finita male. Con la sua attuale cultura politica cauta e mediocre, pigra, moderata, la sinistra riformista sembra costitutivamente incapace di affrontare la dimensione biopolitica e di affrontare le incognite del futuro (e le molte incertezze del presente). Ma in fondo il problema non è neppure questa nuova frontiera, il laboratorio segreto del domani. Questa stessa sinistra elude ormai da troppo tempo tutti i grandi temi globali che chiunque può intravedere all’orizzonte. La sua scelta di campo “riformista” è anche un rifiuto di vivere sino in fondo la drammaticità di un quadro mondiale pericolosamente sfalsato e intollerabile. Ingiustizie e disuguaglianze planetarie sempre più ampie e sempre più vergognose e svergognate fanno da pendant al delirio di un unico progetto imperiale che punta a riunificare il mondo nel segno di un solo potere illimitato. E mentre una parola come “democrazia” sta diventando una formula ipocrita o un imbroglio, tutti sembriamo subire, scegliere, accettare un delirante progetto di sviluppo che porterà il mondo alla rovina. Bisogna ammetterlo, anche se non è consolante e fa paura: questa situazione non è letteralmente riformabile. Per stare all’altezza di queste sfide globali bisogna immaginare una sinistra irriverente e sfacciata, laicamente estremista, radicale. Quello che serve sono “visioni alternative del futuro” (Amitav Ghosh), un’altra mentalità, un nuovo tipo di sguardo e di rifiuto. I paradossi della globalizzazione, lo scarto tra il nord e il sud del mondo, lo stesso destino di questo pianeta saccheggiato: i problemi reali e più urgenti restano ancora questi, come sempre. Prendiamone atto senza starci a girare troppo intorno: nel vasto mondo parlare di “vita” o di “morte” è una cosa serissima che a poco a che fare con embrioni e cellule staminali, fecondazione assistita, altri dettagli. Ma, dato che “tout se tien”, è anche vero che solo una sinistra capace di non chiudere gli occhi davanti a questo scenario devastante potrà tornare a riproporre i temi della vita e della morte (in versione occidentale, vale a dire piccolo-borghese) senza risultare vana, supponente, irrimediabilmente stucchevole e radical-chic. Vittorio Giacopini
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