A Ground Zero
di Kyoko Hayashi   

a cura di Manuela Suriano 

Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki è l’evento chiave della storia mondiale che ha segnato l’inizio dell’era atomica. La valenza simbolica assunta dalle due città e i sessant’anni trascorsi da allora non devono farci dimenticare la sofferenza prolungata dei superstiti che, pur in numero sempre più esiguo, continuano a far sentire la loro voce. È significativo vedere come Kyoko Hayashi, scrittrice giapponese nonché vittima della bomba a Nagasaki, rifiuta di considerare il bombardamento del 9 agosto come un evento compiuto, un punto fisso della storia, parlandone al contrario come di una linea retta che continua ad allungarsi. Attraverso le sue opere Hayashi, raccontando la sua vita da allora, testimonia che quella del bombardamento atomico resta per lei e per tutti gli altri superstiti un’esperienza viva e attuale, le cui conseguenze perdurano nel tempo. Come emerge dal saggio che presentiamo, il dovere morale della testimonianza viene rinnovato dalla consapevolezza che la propria esperienza si lega sempre più al futuro dell’umanità. Per la scrittrice, dare voce alle vittime coincide con la necessità di richiamare l’attenzione sul tema del nucleare nella sua totalità, convinta che il problema fondamentale della nostra epoca sia lo scontro tra essere umano e nucleare, di cui lei ha sperimentato gli effetti in prima persona. Testimoniare significa innanzitutto informazione corretta, corredata di dati precisi, contro i tentativi di occultamento e di manipolazione. Quello alla chiarezza è un diritto costantemente ribadito, affinché i morti non siano doppiamente vittime, oltre che della bomba, anche di una “morte oscura”. È una questione di giustizia per chi ha sofferto e allo stesso tempo un ultimo messaggio al mondo: anche la morte di un superstite deve essere, in quel numero in più da aggiungere alla lunga lista delle vittime, un atto di testimonianza.
Kyoko Hayashi è nata a Nagasaki nel 1930, ma ha trascorso l’infanzia a Shanghai, in un periodo in cui il Giappone portava avanti la sua politica espansionistica in Asia. È tornata a Nagasaki nel 1945, pochi mesi prima che la città diventasse obiettivo del bombardamento atomico statunitense. È sopravvissuta alla conflagrazione, manifestando da subito i sintomi da contaminazione radioattiva. Tuttavia, Hayashi non parla di sopravvivenza, bensì di una nuova nascita: il 9 agosto sarà il suo “grembo materno”, la distruzione totale portata dalla bomba diventerà il punto di partenza che orienterà la sua esistenza futura. Dal debutto negli anni settanta come scrittrice, Hayashi ha fatto della propria esperienza di vittima uno dei temi fondamentali della sua produzione.
Le sue opere, per lo più romanzi e racconti, sono sempre ispirati alla sua vita o a quella di altri superstiti costretti a vivere con l’eredità della bomba. La scelta letteraria l’ha portata a un costante processo di oggettivizzazione e di analisi della sua esperienza per renderla in qualche modo condivisibile con chi non ne è portatore. L’impossibilità di comunicare appieno la portata dell’evento che l’ha colpita ha rappresentato un motore continuo verso la scrittura. Se il divario tra le vittime e chi non c’era resta incolmabile, Hayashi usa quelle differenze di sentire sul terreno della quotidianità per dimostrare il grado di presenza della bomba nella vita dei superstiti. La sua letteratura, che non è mai sfogo personale, rifiuta il sentimentalismo e non punta alla pura commozione in quanto, a suo dire, quello del nucleare è un tema che dovrebbe interessare indistintamente ogni persona, senza alcun sentimento di compassione. Sempre attenta a rifuggire da etichette politiche, considera il suo un lavoro “domestico”, vale a dire un’attività di paziente impegno, tesa a far giungere la sua voce a ogni singolo individuo.
In oltre trent’anni di carriera, Hayashi andrà ampliando i temi affrontati nelle sue opere: dalla cronaca dal tono pessimistico ai quadri di vita quotidiana degli “hibakusha” (le vittime atomiche), alla loro difficoltà di vivere nell’era nucleare. È utile notare che Hayashi si confronterà anche con altri temi, primi fra tutti l’esperienza in Cina dalla parte del popolo aggressore, criticando la politica militarista del Giappone.
Nelle sue opere Hayashi racconta solo in minima parte ciò che accadde il 9 agosto. Attraverso i suoi personaggi scopriamo come i superstiti vivano la loro esperienza al presente, nella possibilità che si manifestino i sintomi atomici, con diversità di tempi e forme. Ognuno dei suoi personaggi ha il proprio modo peculiare di affrontare la bomba e viverne le conseguenze: accettazione, rassegnazione, negazione, denuncia. Anche chi è immerso in un vissuto che sembra allontanarlo dalla bomba sentirà prima o poi inevitabilmente riemergere tutta la realtà e urgenza di quella tragica esperienza, sia che si tratti di manifestazioni concrete o che siano solo evocate, ma non per questo meno terribili negli effetti psicologici. Molte delle sue opere terminano con la decisione del protagonista di affrontare la propria realtà e farne testimonianza, che è anche l’impegno costante dell’autrice.
Nelle specifico Hayashi, attraverso i molti personaggi femminili delle sue opere, ci racconta soprattutto di sé come donna vittima. I passaggi che segnano lo sviluppo e le fasi della vita si legano alla presenza del 9 agosto e le possibili ansie come donna, vissute attraverso un’esistenza che ha sperimentato il danno della bomba, diventano terrore; la maternità è sentita non solo come rischio di incolumità ma, con la messa al mondo di un’altra vita, diventa problema di trasmissione del danno fisico o psicologico, diventa un’eredità di terrore. Proprio questa connessione al problema della maternità accentua la persistenza della bomba nella vita della vittima, in quanto problema che non solo non cessa di esistere, ma che coinvolge le generazioni future e la continuazione della specie. Tra i motivi che in un primo tempo l’hanno spinta a scrivere, Hayashi riporta proprio l’ansia vista riflessa nel figlio quando lo scopre a nascondere un articolo sui rischi delle “vittime di seconda generazione”. L’attenzione verso il danno che continua oltre se stessi ha dato la direzione fondamentale alle opere di Hayashi che, partendo da un’esperienza personale, ne indagano il significato nel mondo attuale.
Questa sua direzione è maturata attraverso una riflessione graduale riscontrabile nel percorso segnato dalle sue opere, che vede come ultimo approdo, oltre il 9 agosto, Trinity e Tokaimura, soggetti affrontati nel saggio che segue. Trinity è per lei il luogo da cui tutta la tragedia del nucleare ha origine e che la rende in grado di afferrare il significato di vittima nella sua totalità; Tokaimura, da un’altra prospettiva, rappresenta l’esempio della tranquillità apparente e fragile con cui viviamo nell’epoca nucleare. (m.s.)

Il 16 luglio 1945 fu sperimentata negli Stati Uniti, a Trinity Site, per la prima volta nella storia la bomba atomica: Ground Zero fu chiamato l’epicentro dell’esplosione. Per l’esperimento venne impiegata una bomba al plutonio, come quella che sarebbe stata usata a Nagasaki.
Il 9 agosto 1945 fui colpita a Nagasaki dalla bomba atomica. Tre giorni dopo mia madre e mia sorella vennero a cercarmi e partimmo per Isahaya, dove giungemmo nel pomeriggio. Passando davanti al Municipio incontrammo l’addetta alla distribuzione dei viveri. La donna mi guardò e disse a mia madre nel dialetto di Nagasaki: “Le vittime di quella bomba, anche se tornano a casa vive, prima o poi muoiono tutte”. Fu uno shock: era la prima volta che sentivo una cosa simile. A sorprendermi fu soprattutto la rapidità con cui si era diffusa una notizia non ancora ufficiale. A Hiroshima era già stata sganciata un’altra bomba, ma la censura aveva occultato la situazione reale parlando solo di danni minimi. Tuttavia, di bocca in bocca, con una velocità sbalorditiva, si era andata diffondendo la realtà della morte totale portata dalla bomba atomica. Percepisco in questo la straordinarietà degli individui.
Da parte americana, la potenzialità dell’atomica fu oggetto di una lettera, contenuta nelle tre radio sonde lanciate immediatamente prima della bomba, indirizzata a uno scienziato giapponese, il professor Sagane. Una delle sonde si impigliò sui rami di un albero nella zona montagnosa alla periferia di Isahaya, fu scoperta dalla gente del villaggio e trasportata dai militari con un treruote all’alloggio della marina. La sonda era legata a un paracadute e serviva a rilevare le condizioni atmosferiche e la potenza dell’esplosione, i cui dati particolareggiati venivano telegrafati alla base di Tienan. La lettera per il professore era coperta da una plastica trasparente e collocata al lato della trasmittente, visibile anche dall’esterno, inserita in una busta bianca aperta. Come mittente riportava: “Tre amici scienziati”, tre professori del Centro di ricerche atomiche dell’Università della California: “La ragione per cui le inviamo questo messaggio personale è una sola: vogliamo che informi gli ufficiali giapponesi che se la guerra continua, il popolo giapponese andrà incontro a perdite immani. Abbiamo completato l’impianto per la realizzazione di bombe atomiche e, accelerandone la produzione, sarà molto semplice distruggere il suo Paese”.
La data era quella del 9 agosto 1945 e come luogo di emissione riportava il Comando di strategia atomica. Era la prima volta che veniva usata l’espressione “bomba atomica”. La lettera conteneva un messaggio personale, ma considerato il luogo di emissione e il fatto che la busta non era chiusa, si deduce che fosse uno strumento di propaganda nel contesto più ampio della guerra tra nazioni; forse la lettera era stata anche pensata per il professor Sagane, ma innanzitutto era calcolato che circolasse tra la gente comune. Purtroppo essa fu requisita dal governo e, in seguito al disordine del dopoguerra, fu resa nota solo molto tempo dopo. Trovo molto interessante confrontare il modo in cui le notizie sui fatti del 9 agosto furono trasmesse ufficialmente e quello in cui circolarono tra la gente comune. Mi sento un po’ sollevata al pensiero che anche le singole persone abbiano un certo potere. Essendo una scrittrice, come l’addetta ai viveri a cui accennavo, anch’io ricorro alla comunicazione diretta tra individui, anche se non si tratta di una diffusione di bocca in bocca. Scrivo testi che vengono stampati e che acquistano significato allorché circolano fra i singoli individui: il mio è un lavoro domestico.
Sono stata a Trinity il 2 ottobre 1999. Due, tre giorni prima avevo visitato il National Atomic Museum di Albuquerque, nello stato del New Mexico, e lo Science Museum che si trova nel National Laboratory di Los Alamos. Il 1 ottobre, tornando la sera in albergo, avevo saputo dell’incidente di criticità occorso alla centrale nucleare di Tokaimura. Era una coincidenza eccessiva che io, superstite della bomba atomica, venissi a conoscenza di una tale notizia proprio negli Stati Uniti. Non capendo bene l’inglese, guardavo le immagini trasmesse in tv senza afferrare la gravità della situazione. L’amica che era con me mi ha spiegato che il governo giapponese richiedeva soccorso agli Stati Uniti per far fronte all’incidente.
Sono rimasta allibita. Non sono serviti a niente il 6 e il 9 agosto? Non è stato tratto nessun insegnamento dall’essere un paese vittima della bomba atomica e dalla lunga esperienza dei sopravvissuti? Se tutto questo fosse servito a qualcosa, io e le altre vittime troveremmo un minimo di conforto. Con sentimenti di profonda delusione verso il mio paese, il giorno dopo mi sono recata a Trinity.
Dalla capitale dello stato Albuquerque dista 120 miglia. È una vasta e arida pianura di terra rossa, estesa fino all’orizzonte, abitata da cactus e serpenti a sonagli, dove non vi cresce erba che superi le caviglie. Una parte della zona è delimitata da un recinto verde che racchiude Trinity Site. Trinity, “uno e trino”: questo nome pare gli sia stato dato da Oppenheimer e confesso che le ragioni della sua scelta mi incuriosiscono.
Per entrare, molto prima del parcheggio, c’è un cancello fatto con pali di ferro incrociati. Un cartello informa che siamo in una zona militare, al di fuori della giurisdizione del New Mexico. All’ingresso ogni visitatore riceve una carta d’intenti con tredici condizioni, fra cui leggiamo che si vieta qualunque altro tipo di manifestazione, che non si possono portare armi o raccogliere vetro, terra, sabbia, erba. Si avverte, inoltre, che il livello di radiazioni è dieci volte maggiore della media, indicandone la quantità ricevuta in un’ora di permanenza. La responsabilità di eventuali danni per chi non rispetta i tredici punti è rimessa al singolo, cosa che dà una piacevole sensazione. Il foglio va letto, firmato, consegnato all’addetto e solo così si ottiene il permesso di entrare. La macchina viene lasciata al parcheggio e si procede a piedi per circa 400 metri, verso Ground Zero.
Il cratere formatosi al momento dell’esperimento nucleare è racchiuso da un basso recinto, fatto in modo che dall’alto si possa guardare al suo interno. In quel punto la terra diventò come spuma, gli elementi del terreno, per il calore e il vento dell’esplosione, si trasformarono in sferici agglomerati di vetro, pietra e ferro. Tutto è stato lasciato intatto. Su una torre di ferro alta circa 300 metri fu collocato l’esplosivo Tnt che venne fatto esplodere da circa 110 miglia con un comando a distanza. Pare che gli scienziati fossero incerti sulla riuscita di quel primo esperimento, ma il risultato fu al di là di ogni aspettativa. Al momento dell’esplosione la torre si fuse e non resta niente di essa. Si possono vedere invece i resti di una capsula di ferro pensata come scudo per evitare che, in caso di fallimento dell’esperimento, le radiazioni di plutonio si spargessero per l’intero paese; in realtà non ci fu bisogno di usarla e ora giace sul terreno, arrugginita e in parte rotta, ma non per colpa dell’esplosione.
È passato più di mezzo secolo dall’esperimento, ma gli apparecchi allora usati sono tuttora esposti su un tavolo di legno. L’addetto accosta un contatore Geiger a ogni oggetto e l’ago oscilla freneticamente, rilasciando uno spiacevole suono.
Al centro di Trinity Site c’è un monumento alto circa 3 metri, formato da blocchi di pietra disposti uno sull’altro, l’unica cosa che nella pianura superi l’altezza umana, e riporta una lapide con su inciso: “Memoria di storia nazionale”. La gente accorre da tutti gli Stati Uniti per visitare questo luogo che è aperto al pubblico solo due volte all’anno, il primo sabato di aprile e di ottobre. Penso che gli americani siano spinti a Trinity da sentimenti molteplici, ma tutti allo stesso modo si dirigono in silenzio verso il monumento che da solo si erge nella pianura. Anch’io mi sono incamminata con loro. Il tempo era bello e il cielo azzurro, ma non c’era neppure un uccello, nessun rumore di insetto o fischiare di vento, era un mondo senza suono. Mi sono fermata e ho sentito che il mio corpo fremeva, sono stata invasa da una sensazione difficile da definire.
Ferma nel luogo dell’esplosione del 16 luglio ’45, ho immaginato il bagliore che bruciò la pianura e la montagna, per poi dissolversi sotto una pioggia intensa. Ho percepito il calore di quel momento, ho cominciato a tremare e in mezzo a quel silenzio ho sentito una grande voglia di urlare, di correre. Fino alla mia visita a Trinity avevo pensato che gli esseri umani colpiti il 6 e 9 agosto fossero le prime vittime del nucleare. In realtà, lì al centro della pianura, ho sentito con anima e corpo che la prima vittima era stata la terra, e con essa i serpenti a sonagli che la popolavano e ogni altra forma vivente. (Mi è venuto da piangere).
Dal 9 agosto 1945 ho vissuto da vittima atomica; ho vissuto nel dolore fisico e spirituale generato da quel momento, nell’angoscia di vedere morire mio figlio. Tuttavia, davanti alla terra di Trinity ho percepito la realtà del danno seminato alla radice della mia vita il 9 agosto, è allora che sono diventata una vittima.
Dopo la mia visita a Trinity ho pubblicato “Da Trinity a Trinity”. Dalla mia prima opera, “Il luogo del rito”, a ora ho continuato a scrivere sul 9 agosto, ma sempre focalizzando l’attenzione sugli esseri umani. Tuttavia, dopo Trinity sono stata stranamente confusa sul punto di vista da adottare, in quanto ho avuto la sensazione che quello rappresentato dal 6 e dal 9 agosto fosse ormai passato in secondo ordine. L’essere umano ha superato un confine proibito ed è questo un tema difficile da affrontare.
“Il nemico interno” è un libro scritto da J. M. Gould, laureato in statistica economica alla Columbia University, assieme ai membri del progetto di ricerca su radiazioni e igiene pubblica. Il “nemico interno” di cui si parla nel libro è rappresentato dalle sostanze radioattive che noi assorbiamo, qualcosa di invisibile che avviene nel microcosmo: “Le sostanze radioattive assorbite dall’organismo aderiscono agli organi interni e in minima quantità continuano a emettere radiazioni; dopo venti o trenta anni diventano la causa dei tumori”. C’è un collegamento, ed è questa la cosa più importante riportata nel libro, tra radiazioni e trascorrere del tempo. Quello che viene dalle armi nucleari è quindi un terrore che non ha fine, è la paura per qualcosa che, nel caso degli uomini, resta nell’organismo, nel caso della terra permane nelle sue viscere.
Forse non tutti sanno che in Giappone è ufficialmente riconosciuto lo status di vittima della bomba atomica. Considerando la ristretta cerchia dei miei amici, le malattie tipiche sono: tumore, disfunzioni alla tiroide, anemia perniciosa. Ci sono poi malattie senza nome definite del “ciondolare”: un senso di fiacchezza costante, che impedisce di lavorare e porta a ripetuti ricoveri. Quando il medico accerta che una determinata malattia ha origine dalla bomba atomica, consiglia al paziente di chiedere il riconoscimento ufficiale di vittima, le cui domande vengono accettate una volta ogni quattro mesi. Dopo il passaggio attraverso una serie di uffici, la pratica viene approvata o rifiutata per insufficienza di prove. In molti casi, come è successo anche ad amici, la morte arriva durante la trafila burocratica. Alcune mie ex compagne di classe si sono viste rifiutare la richiesta nonostante si conoscesse esattamente il luogo in cui si trovavano.
Tre anni fa è morta la mia amica Y. Suo padre era direttore della fabbrica Mitsubishi dove eravamo tenute a prestare servizio e morì all’istante o la sera stessa del 9. Anche Y fu colpita dalla bomba in maniera grave e la sua malattia si protrasse per lungo tempo. Tre o quattro anni fa le fu diagnosticata una malattia precisa e fu ricoverata. L’ufficio competente si occupò subito della sua pratica, ma la mia amica morì prima che arrivasse il riconoscimento. Non so se le pratiche siano troppo lente o la morte troppo veloce, ma tutti quelli che si trovano nella condizione di dover inoltrare la domanda sono persone che soffrono per le conseguenze del bombardamento, che hanno perso i familiari, che non si sono potute sposare. Chi ottiene l’approvazione riceve 20.000 yen al mese per le cure mediche, somma molto importante se non si ha un lavoro. Tuttavia, quello che ognuno di noi desidera più del denaro è essere riconosciuti come vittime sofferenti per gli effetti della bomba atomica. Non amo particolarmente le cifre, ma ci tengo molto al numero delle vittime, in quanto rende la misura del danno subito. A volte viene sminuito il paragone tra i morti per le cause della bomba e gli altri pazienti proprio ricorrendo ai dati. Nel caso dei figli, ad esempio, non si sa quali siano le conseguenze ereditate dai genitori vittime del bombardamento. Il più delle volte la cosa viene liquidata come oscura, ma io voglio che il numero delle vittime sia conosciuto con esattezza. È una questione che riguarda tutti i sopravvissuti, non solo gli amici che non hanno ricevuto il riconoscimento o che sono morti senza riuscire a portare delle prove sufficienti. Proprio questa morte oscura è per me senza dubbio la realtà delle armi nucleari del 6 e del 9. Se penso al senso della mia vita dal 9 agosto a oggi, in ultima analisi credo sia stata la prova del rapporto tra corpo umano e nucleare. Se questo ha un suo valore, per me è sufficiente. Le vittime atomiche, prima ancora di essere vittime della guerra o dello scontro generato tra nemici e alleati, sono vittime del genere umano.
Al mio ritorno da Trinity sono andata a Tokaimura, preoccupata per quanto era successo. L’impianto di lavorazione dell’uranio era circondato da un alto recinto. Nel mio racconto “Il raccolto” ho parlato di una fattoria che si trovava esattamente dietro al recinto dell’impianto, all’interno di un raggio di 350 metri dal luogo dell’incidente. Accanto alla strada che costeggiava la fattoria c’era un campo coltivato a patate oltre il quale sorgeva la casa. Camminando lungo il recinto, ho scorto seduto in un angolo del giardino un anziano agricoltore che mi fissava. Titubante ho guardato il campo raccogliendo da terra una delle patate: fuori era di un bel colore, ma dentro era molle. Esitavo a fare domande sull’incidente di criticità, ma ho provato a chiedere al contadino se avesse visto un balenìo o sentito un rumore particolare. Lui ha risposto di no. La sua casa rientrava nella zona sotto evacuazione e dopo l’incidente alcuni funzionari lo avevano invitato a sottoporsi a dei controlli medici. Il figlio dell’agricoltore aveva seguito le disposizioni, ma lui aveva rifiutato. Gliene ho chiesto il motivo, ma lui mi ha risposto con una domanda: “E anche se ci fossi andato?”. Ho continuato: “Le patate abbandonate sul campo non le ha potute vendere?”, al che lui ha ribattuto prontamente: “Le patate non c’entrano, le avevo raccolte prima dell’incidente”. In quella secca risposta ho avvertito il sentimento di chi vive a contatto con la terra, e nella mia mente si è sovrapposta l’immagine della terra ferita di Trinity. “Anche se ci fossi andato?”. Può sembrare strano, ma ho provato sollievo alle parole del contadino, sollievo nel vedere che ci sono persone che conoscono il terrore del nucleare, che tra la gente c’è consapevolezza della relazione che corre tra l’essere uomini e il 6 e il 9 agosto.
Le sue ultime parole sono state: “Che pena”, riferite all’operaio deceduto per i danni riportati nell’incidente di criticità, un uomo del paese accanto. Ascoltando le notizie avevo preso l’accaduto in maniera oggettiva, ma ora le parole “l’uomo del paese accanto” mi davano un effettivo senso della realtà.
Ho letto il libro “Sta scherzando, Mr. Feynman”, un saggio disinvolto e spigliato scritto dallo scienziato Richard Feynman, che partecipò alla realizzazione della bomba atomica a Los Alamos. Nel libro c’è un capitolo intitolato Los Alamos vista dal basso che dice: “Dopo l’esperimento eravamo tutti sovreccitati, a Los Alamos. Passavamo da una festa all’altra. Io suonavo il trombone su una jeep. Ricordo che però Bob Wilson se ne stava in disparte, immusonito. Cos’è che ti preoccupa, Bob? Abbiamo creato una cosa terribile, mi rispose. [...] Io, e tutti gli altri, avevamo iniziato per ottime ragioni, poi avevamo lavorato sodo per raggiungere lo scopo: era bello, entusiasmante. Avevamo smesso, semplicemente smesso, di pensare. Bob Wilson era l’unico che in quel momento avesse continuato a farlo”.
Anche durante la mia visita al National Atomic Museum e allo Science Museum di Los Alamos ho avvertito un’atmosfera satura di soddisfazione per il successo di un lavoro portato avanti per un buon fine. È forse naturale, considerato che si tratta di un luogo importante per la storia degli Usa.
Ci sono diversi modi di pensare sulla bomba atomica e sulle sostanze nucleari, ma mi auguro che aumentino le persone che la pensano come Bob Wilson.

Kyoko Hayashi
a cura di Manuela Suriano