Grecia e Beozia
di Les Murray   

incontro con Alessandra Contenti

È un’Australia insolita quella che appare nei suoi testi, dove non troviamo magiche rocce, né aborigeni vaganti nel deserto, né lavoratori itineranti, né il fascino crudele del “bush”: al contrario nella sua Australia troviamo terre coltivate, abitate da contadini veri, con problemi veri. C’è un nesso tra la sua poesia e l’Australia del passato?
L’Australia cui lei allude è il cosiddetto “Outback”, che abbraccia la maggior parte del continente e diventò di moda all’incirca 50 anni fa, a opera di taluni pittori. Prima d’allora e per quasi cent’anni, l’immagine dominante era stata quella dei contadini-pionieri, allevatori e piccoli proprietari. Era anch’essa una realtà, e continua a esistere, nelle regioni costiere e in quelle più ricche d’acqua. Io provengo da una di quelle zone, la costa settentrionale del Nuovo Galles del Sud, una terra di fattorie, di alte foreste e piccoli centri urbani. Lì stesso, lontano dalle città, nel corso del tempo c’è stata una forte mescolanza di razze, con gli Aborigeni. Ma oggi le nostre élites culturali disapprovano sia le mescolanze razziali che i contadini e dunque si preferisce promuovere un’immagine diversa dell’Australia rurale, quella dell’“Outback”, pur di tacere di certe altre situazioni.

Gli animali vengono visti con grande empatia nel suo mondo poetico: un cucciolo di volpe sembra invitare l’uomo al gioco; un toro fuggiasco, in calore, si pianta di fronte al bambinetto, che ne osserva placido la furia sessuale; e poi vediamo serpenti, pipistrelli, sciami di zanzare. La loro vicinanza all’uomo sembra scontata, quasi una sorta di fratellanza.
Sono figlio unico, e per lo più i miei contatti con altre creature nella mia infanzia non sono stati con gli esseri umani, a parte i miei genitori e di tanto in tanto qualche parente.

In un suo saggio stampato recentemente in italiano, lei fa riferimento alla storia classica: Atene, Sparta e le loro diverse culture. Tra le due lei sembrerebbe identificarsi con Sparta, e tuttavia non con la bellicosa città cui noi siamo abituati a pensare, ma piuttosto a una sorta di cugina di campagna della aristocratica Atene. Forse si sente anche lei una sorta di cugino di campagna?
Non mi riferivo a Sparta, ma piuttosto a Tebe, il principale centro della Beozia rurale, una regione disprezzata dagli ateniesi. Per la maggior parte della mia vita ho visto giudicare gli agricoltori australiani, dalle nostre élites cittadine, secondo certi stereotipi, più o meno come accade da voi con i “terroni” [in italiano nel testo]. In parte si tratta di un pregiudizio antico, ma qui proviene anche dalla politica: il mondo dei “settlers”, dei coloni, è sempre stato, storicamente parlando, il nucleo vitale del National Party, che una volta veniva chiamato il Country Party, partito di campagna e che spesso ha governato in coalizione con l’urbano e mercantile Liberal Party. I “liberals”, tuttavia, disprezzano il loro alleato rurale, tanto quanto lo disprezza il partito laburista — e in effetti il National ha una forte componente socialista, ancorché di stampo anti-marxista. Io sono stato preso in giro spesso per il fatto di essere nato in campagna e per essere tornato a viverci. Chissà, forse avrei dovuto scegliermi più attentamente il luogo di nascita!

Da un discorso all’altro: c’è un riferimento al cibo piuttosto comico in uno dei suoi testi, a un piatto indiano piccantissimo, il pollo Vindaloo – e all’ impresa eroica (del narratore) di arrivare, sudando, fino alla fine di quel pasto terrificante...
Vuol sapere la psicologia che c’era dietro la sfida di “Vindaloo”, del 1967? Solo svariati boccali di birra gallese.

Dopo una sorta di trionfo, seguito a una conferenza – o a una lettura di poesia, lei confessa, in uno dei suoi testi, di aver provato una desolazione profonda. Ci dispiacerebbe molto apprendere che dopo la sua venuta a Torino possa essere stato infelice di nuovo – forse l’infelicità è il prezzo da pagare per il successo?
Quella sorta di desolazione reattiva era solo un sintomo della mia depressione clinica, una malattia di cui ho sofferto, in forma grave, per parecchi anni. Ora però sto molto meglio e dunque non è il caso di preoccuparsi. Certo, il Cane Nero non muore mai del tutto e tuttavia, oggi, dopo un’esperienza esaltante, mi capita, come capita a tutti, di provare soltanto un senso di sospensione e di vuoto.

Les Murray
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