Archivio 2005 Ottobre - N. 64 Il pensiero unico “der quartierino”
Il pensiero unico “der quartierino”
di Gianfranco Bettin   

La cosa più stupefacente è stata la stupefazione con la quale sono state accolte, da molti, le “rivelazioni” contenute nelle intercettazioni telefoniche, il cui testo è stato pubblicato dai giornali, relative sia alla “scalata” al Corriere della Sera-Rcs sia alle vicende, per certi versi intrecciate, Antonveneta e Bnl-Unipol, con contorno di affaristi, politici, illustrissime autorità bancarie e istituzionali, amici (e amiche) degli amici e furbetti “der quartierino”.
A un certo punto, nel cuore dell’estate, è stato tutto uno stracciar di vesti, un gridare allo scandalo e alla nuova “questione morale” (qualunque cosa questo significhi). E ciò a prescindere, si faceva notare, dalle eventuali implicazioni giudiziarie del contenuto di quelle conversazioni intercettate. Erano le “cose in sé” a scandalizzare, e soprattutto le amicizie e le frequentazioni pericolose di certi affaristi di sinistra (?) e di certe imprese nate in seno al popolo e impegnate, adesso, in arrampicate finanziarie spericolate e forse improprie. Ed era il contesto, ancora e sempre, a mostrare di che pasta è fatto. In fondo, il parvenu Ricucci era perfino patetico quando dichiarava, intercettato, che “quelli là” vogliono fare “i furbetti der quartierino”. Era, la sua, una specie di presa di distanza, disgustata, da parte di uno che ormai sente l’odore dei salotti buoni, ne calca i tappeti, e vuole marcare la distanza da quelli che sono ancora com’era lui una volta. La sua battuta, che gli si è ritorta contro e gli resterà appiccicata per sempre, voleva in realtà sottolineare che “noi” (quelli del giro grosso in cui ormai è entrato, da Gnutti a Fazio a Briatore, e scusate se è poco) non siamo come loro, non siamo “furbetti der quartierino”,  noi “semo ’n’altra robba”.
Ma, appunto, il contesto è quello, ancora e sempre. Di diverso, rispetto ad altre vicende analoghe, c’è che stavolta vi prevale l’elemento di commedia, se non di farsa, quando un tempo tutti questi intrighi e queste scalate vedevano la puntuale e frequente comparsa di cadaveri, più o meno eccellenti. Per ora, per fortuna, ancora no. Solo furbetti, e bisbigli telefonici tipo “entra da dietro” e inopinate affettuosità come “ti bacerei” tra papaveri e consorti di papaveri e scalatori vari, e disvelamenti delle miserie e delle meschinità di certi grandi tromboni tutti casa chiesa banca e cravatta. Fin qui niente di nuovo, quindi. O qualcuno credeva davvero che il “contesto” fosse abitato e frequentato da gente migliore?
Ma quelli di sinistra… Ecco, forse il punto dolente sta qui. “Corruptio optimi pessima”, no? Ci fa più male, perciò.  Ma anche in questo caso, dove sta la sorpresa? Che Fassino sia serio e onesto lo sappiamo bene, non c’era neanche bisogno che, sul piano personale, lo ribadisse. Nessuno pensava a lui come ragione di scandalo. Era tutto il sottobosco rampante di sinistra che emergeva da quelle telefonate a stridere con la tradizionale iconografia della cooperazione o dell’impresa nate dai movimenti sindacali e popolari. Un po’ come quando si finge di scandalizzarsi per il prezzo delle scarpe di questo o quel leader di sinistra, o per la sua barca. è un sacco di tempo, tuttavia, che scarpe costose, e cachemire, e barche a vela e yacht, e immischiamenti in affari e in arrampicate finanziarie sono del tutto normali anche a sinistra.
Il coinvolgimento della sinistra negli “stili di vita” come nei “valori” e negli obiettivi del “contesto” non è affatto recente. Arrampicatori “onesti” come quelli di sinistra ce ne sono anche a destra e, ancor più, nella crescente massa di apolitici, apartitici, amorali. Anzi, integrarsi soprattutto in questa massa sembra essere uno dei “must” spesso non detti ma a volte, ormai, perfino dichiarati, di una gran parte della sinistra. Non rubiamo, formalmente, non siamo tecnicamente corrotti corruttori concussi concussori o evasori fiscali, ma per il resto, tutto ciò che possiamo fare e che ci rende simili a un Ricucci a uno Gnutti e che ci può avvicinare allo status di un Montezemolo o anche solo di un Briatore cercheremo di farlo.
In fondo, in morte di Giovanni Agnelli e con la celebrazione regale dei suoi funerali, non si è imposta a tutti la prevalenza di questo stile di vita, di questi valori, di un tale contesto? Poco importa che ciò avvenisse nel più clamoroso e spettacolare dei modi in coincidenza con la scomparsa del più splendente esponente del “contesto”. L’emotività del momento consentiva di sancire che quello era il modello. Che poi non ci fossero successori all’altezza e che, semmai, ciò che aveva da tempo già vinto fosse ascrivibile alla versione berlusconiana del “contesto”, del tutto priva di “regalità” e anzi un po’ trash, importava meno. Importava che venisse finalmente accettato da tutti che il quadro era quello e che solo lì dentro era possibile muoversi se si voleva contare, se si voleva uscire dai ghetti politici e sociali, smettere di essere non solo i “furbetti der quartierino” ma anche i paria, i marginali della politica, quelli che il potere vero non riusciranno mai a condividerlo. Adesso è ancora più chiaro, attraverso l’incursione antropologica consentita dalle intercettazioni, che l’omologazione è compiuta. Il pensiero unico, da tempo dominante in politica e in economia, secondo il quale “nessun altro mondo, e nessun altro modo, è possibile” e da tempo egemone negli stili quotidiani di vita (scarpe giacche cravatte da indossare, salotti tv e mondani da frequentare, luoghi di vacanza in cui esibirsi, miti riti flirt mode da condividere per essere del giro), questo pensiero unico, anche nella versione “der quartierino”, si conferma la sola stella polare nell’intreccio delle trame mondano-politiche, che accompagnano la ristrutturazione in atto del capitalismo e della finanza italiani.

Gianfranco Bettin