Archivio 2005 Ottobre - N. 64 Non esistono “nazioni indiane”
Non esistono “nazioni indiane”
di Emiliano Morreale   

Che il livello della cultura letteraria in Italia non sia mai stato così basso dal dopoguerra, è quasi un luogo comune. Il sintomo che giustamente si richiama è la qualità delle pagine letterarie di giornali e settimanali, imparagonabile a quanto c’era in giro anche solo una quindicina d’anni fa per livello di firme. Se non è forse un gran momento per le lettere italiane, c’è da dire che questo è molto più vero per la saggistica che per la letteratura, per la critica che per la scrittura. Ed è curioso che mentre si trovano continui compianti sulla crisi della letteratura italiana, ce ne siano molti di meno in quella molto più tangibile della critica.
L’esperienza del sito e blog www.nazioneindiana.com si è imposta quindi negli ultimi due anni come un momento eccentrico e vitale, un raro spazio libero di discussione. Il sito è nato nel 2003, come prolungamento ideale di un dibattito accesosi a partire dal convegno “Scrivere sul fronte occidentale”, svoltosi nel novembre 2001 e poi diventato un libro per Feltrinelli. Tra i suoi coordinatori Andrea Bajani, Carla Benedetti, Benedetta Centovalli, Renzo Martinelli, Giovanni Maderna, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini. La redazione, come accade in questi casi, non esiste: ognuno dei redattori invia liberamente dei pezzi suoi, o pubblicati in giro, o inviati da amici.
Non sono esperto di riviste online, non so granché della società letteraria italiana; la mia opinione su questi temi sarà dunque tutta esterna, da semplice frequentatore dilettante (uno dei possibili profili del frequentatore della rete, anzi forse il suo idealtipo). Quelle che seguono sono una serie di considerazioni a partire da qualcosa che si configura inevitabilmente, per definizione stessa dei curatori, come uno “zibaldone”. E per giunta, uno zibaldone a più voci, non sempre concordanti. Oltretutto negli ultimi mesi il sito “nazioneindiana” è sostanzialmente chiuso, o almeno è mutato radicalmente, dopo l’uscita di alcuni dei promotori e collaboratori di maggior spicco: Moresco, Scarpa, Montanari. Senza volerlo, dunque, queste note sono anche un parziale bilancio.

1. Sicuramente, per segnare una vera diversità dai format culturali imperanti, quelli di “nazioneindiana” hanno anche ritenuto di non potersi più esprimere nei modi della comunicazione usuale. Eppure il formato del blog (sito con accesso libero dei lettori, che possono inviare dei commenti) ha i suoi pro e i suoi contro, e verrebbe da dire che alla lunga i secondi superino i primi. Con qualche momento di cortocircuito imbarazzante. Tipo: Scarpa se la prende con i curatori dell’antologia “Burned Children of America” perché sarebbero all’avanguardia del colonialismo, in prima linea nell’importare roba dall’America (tesi di partenza già cervellotica). Marco Lodoli risponde: ah, sono contento che Scarpa sia diventato antiamericano perché io me lo ricordo in una trasmissione in cui è entrato facendo le mosse di Travolta in “Pulp Fiction”. Scarpa insorge: calunnie! Io ho buttato il libro a terra e facevo le mosse di quel gioco italianissimo che si fa coi gessetti segnando a terra e saltellando. Lodoli ancora: No, ti ho visto che facevi anche il gesto con le mani a V davanti agli occhi. E Scarpa a sua volta...... In questi momenti (non frequentissimi, per fortuna: un altro era uno scambio più recente con Lagioia su delle gare di poesia) le dinamiche del blog rivelano inquietanti affinità con quelle del reality show. Lo stesso Scarpa se ne era accorto ben presto, e faceva una attenta autoanalisi critica (16 giugno 2003).
La forma dialogica del blog è inseparabile dal progetto di “nazioneindiana”, e si finisce col digerire gli inconvenienti del mezzo. Ma a conti fati “nazioneindiana” rimane migliore come “rivista” che come “blog”, come fonte di idee che luogo di scambio. Se è vero, come annunciava lietamente a un certo punto Scarpa, che “la rete ha superato le gerarchie tra autore e lettore”, questo ha dato la stura anche a numerosi interlocutori senza nulla da dire, e nei post del sito il tono degli interventi (sospesi tra invidia e piaggeria) soverchia spesso ciò che si vuol dire.

2. I problemi di fondo, come era ovvio, non riguardano però il mezzo quanto “il contesto”, a cui il format funge più che altro da amplificatore. Ogni tanto fa capolino, via Moresco ma toccando anche la Benedetti e talvolta lo stesso Scarpa, quella che Carmelo Bene chiamava la micromegalomania, l’ipertrofia dell’io. La sensazione di mania di persecuzione che aleggia su molte pagine di “nazioneindiana” è certo condivisibile (non possiamo non dirci paranoici, questo è vero). Ma se la psicosi è una virtù, non lo è l’autoassoluzione, e la cosa meno simpatica del sito è il sentirsi duri e puri, diversi. L’idea, insomma, proprio della “nazioneindiana”. Per quante affinità si possano sentire con degli “(un)happy few” sparsi per il mondo, invece, personalmente mi pare che la cosa più inutile sia pensare in termini di gruppi di puri solo perché si è in terza fila rispetto ai funzionari della cultura più coccolati.
Semmai, si potrebbe trattare oggi di affinità deboli, parziali, tra culture, progetti, sensibilità e idiosincrasie; anche momentanee, perché l’ala dell’imbecillità ci sfiora continuamente, chi più chi meno. E il correlativo di questo ingiustificato senso di riserva sono le scorciatoie o le derive complottarde: utilissime per creare orditi narrativi come quelli di Giuseppe Genna (“compagno di strada” degli indiani col suo blog “I miserabili”), sterili nelle analisi politiche di Carla Benedetti, che a un certo punto per parlare di Pasolini tira in ballo “Il quarto livello” di Carlo Palermo. Confermandosi nel vecchio vizio della sinistra italiana (e non di Pasolini): ragionare in termini di politica, anzi di intrighi politici, e non in termini sociali, di osservazione dei mutamenti nella realtà, verrebbe da dire provocatoriamente nel “prossimo”.

3. Nonostante l’entusiasmo dei fondatori, a spulciare gli archivi i primi pezzi usciti sul blog sono quelli più incerti, forse pagando ancora la sfocatezza del progetto. Sugli esordi del sito pesava molto la presenza di Antonio Moresco, scrittore con un incomprensibile ascendente su rispettabilissimi componenti del blog. Moresco è uno che tornato da poche ore dall’Argentina anzi (come lui stesso dice) “da un’opposta stagione a un’accecante estate”, si lancia in una esercitazione retorica che comprende un “indescrivibile albergo” che è piccolo “ma a suo modo meraviglioso”, “l’immenso, fangoso Rio Paranà”, una “delirante città vegetale” (l’aggettivo prima del nome segnala qui la presenza della “letteratura”).
Se nel confronto con altri scrittori Moresco zoppica (superficialissimo il pezzo su Bellow, più interessante la “riscoperta” di De Roberto), è nei pezzi politici che gli affondi danno il peggio. L’eccesso di indignazione porta rapidamente al “signora mia”: a metà di un articolo sulla guerra in Iraq, separato dal resto, campeggia come un aforisma la frase: “Questi furibondi cretini ci porteranno tutti quanti alla rovina.” Il tono apodittico, l’insulto alla cieca, l’esplosione di esclamativi deittici invocazioni al lettore, evocano lo stile, più volgare ma speculare, di Oriana Fallaci.
Eppure anche quell’aria da “camerati” fastidiosamente guerresca che circola (soprattutto all’inizio) tra le pagine di “nazioneindiana”, questa specie di machismo da “procomberò sol io” ha anche una ragion d’essere nell’urgenza con cui il progetto era nato. Specie oggi che è possibile guardare già con una certa distanza ai primi mesi del blog, appare con forza il leitmotiv della guerra. Sorprende osservarlo, magari c’entreranno anche l’idiosincrasie dei redattori, ma certo che a leggere questo sito la prima cosa che viene in mente è che si tratta di articoli in tempo di guerra. Se si schiva, anche lì, il falsetto di Moresco (“Al seguito delle truppe stanno calando come schiacciasassi anche gli uomini-business del blocco economico-politico-militare che ha scippato per via elettorale il potere (sic) e i nuovi, allucinanti predicatori religiosi dalle facce ipernutrite e ottuse e cappellino da baseball in testa, legati alle strutture presidenziali del loro paese e ai servizi segreti”), ci si può imbattere in analisi piene di attenzione, sinceramente accorate, tese umilmente a capire, e le pagine di “nazioneindiana” resteranno tra le pochissime in cui nei nostri anni la guerra si sia fatto problema dell’Italia, cogliendo fino in fondo la gravità della situazione mondiale.

4. La cosa curiosa è che, mentre “nazioneindiana” poneva al centro del proprio progetto il recupero di una centralità della letteratura, una nuova coraggiosa versione dell’“impegno”, e nonostante la scelta di ragionare sulla letteratura in termini di industria culturale, le cose migliori del sito sono venute dai margini, dalle deviazioni rispetto al progetto. Insomma, le cose migliori del blog sono quelle in cui non si parla di letteratura, in cui l’intelligenza degli autori si sposta e applica un’intelligenza e un candore nuovi ad altri ambiti.
Da un lato, per esempio, la polemica sulla marginalità dello scrittore è autoreferenziale, sembra la parodia delle discussioni sull’impegno o sulla letteratura e l’industria. A un certo punto, si arriva a dire che nell’attuale sistema editoriale nessuno pubblicherebbe Beckett o Kafka – quando è sotto gli occhi di tutti che in Italia tutti pubblicano di tutto, e che siamo sommersi dagli esordi... (Però forse la parte di analisi dell’industria editoriale mi pare fiacca perché, avendo a che fare con il cinema, vedo quotidianamente quali possono essere gli ostacoli reali, economici, la censura di mercato eccetera che deve fronteggiare un regista, rispetto a quelli degli scrittori, che mi paiono dei privilegiati: possono se non altro scrivere, e quasi sicuramente venir pubblicati. Del resto, come obiettavano i lettori sul sito, si pubblica Moresco, e non si dovrebbe pubblicare Kafka?)
Dall’altro lato, invece, su “nazioneindiana” sono uscite alcune delle cose più belle che sia stato possibile leggere in Italia, e a tratti è una miniera di libertà e intelligenza (e di serietà). La maggior parte degli articoli del sito sono di molto superiori (ma meglio che superiori, direi sono più necessari) di ciò che si legge in giro per giornali e riviste.
L’anima del sito è (stato) sicuramente Tiziano Scarpa, che vi ha profuso energie con enorme generosità, pubblicadovi cose molto belle: gli scoppiettanti dialoghi filosofici, i pezzi folgoranti sull’arte, i sacrosanti sfoghi di contro la religione degli italiani (intellettuali in prima linea) che è il calcio, una stupenda recensione dei film di Crialese e Salvatores. Il suo è, in questi anni, un esempio di intervento preciso, puntuale, discutibile ma anche nuovo. Sulle macerie dell’“impegno”, in una situazione di effettivo monopolio dei mezzi di informazione da parte della medietà più piena, gli “indiani” si sono imbarcati in un’impresa solitaria e temeraria, unica: inventarsi un mezzo, un luogo, un ruolo, un pubblico e (nel caso di Scarpa e di altri) uno stile nuovi per l’intellettuale e lo scrittore. In un certo senso, sono davvero stati costretti a fare tabula rasa.
Un’ideale antologia del meglio di “nazioneindiana” sarebbe una buona mappa del nostro presente, che un eventuale spoglio (fra cent’anni) di giornali riviste tv e radio potrebbe immaginare più sepolto nel conformismo di quanto effettivamente non sia. Su “nazioneindiana” i pezzi da leggere e discutere, i lampi di intelligenza sono continui: da alcuni interventi sulle soap (dei racconti-saggi di Andrea Falegnami e Andrea Bajani, il pezzo di Giorgio Vasta a partire da “will and grace”) o sulla letteratura (il giro di inchieste di Voltolini, insieme a Scarpa uno dei più attivi), o ancora certi affondi di Montanari (uno sulla pubblicità, un altro di semplice descrizione del vuoto di una domenica), scritte per il blog o recuperate qua e là. Perfino i post, e perfino quelli anonimi, sono col tempo migliorati, e sono molto meno stupidi e narcisisti della media dei blog. Il che vuol dire che alla fine, pur nel casino della rete, c’è una specie di autoselezione dei lettori. E tra le scoperte più forti di “nazioneindiana” c’è sicuramente Roberto Saviano con i suoi reportages dalla Campania (e non solo), anche lui assolutamente eccentrico rispetto al grosso del blog, e ancora una volta lontano dalla letteratura. Quando, nel pieno di una discussione accademicissima sul posto del letterato, lui manda un pezzo intitolato “Scrivere sul fronte meridionale” raccontando quello che gli succede quotidianamente, tra poliziotti camorristi eccetera l’effetto è straniante.

5. In un intervento del giugno 2004 Scarpa, riprendendo un articolo di Carla Benedetti, rivendica la necessità di “prendersi sul serio” sostenendo che l’autoironia non è più una virtù. “è eretico prendere gli altri e sé sul serio”, scriveva la Benedetti. Non si può dar loro torto: l’arroganza peggiore non è certo di chi si sforza di far sul serio, ma di chi in tutti i modi persegue l’ideologia del loisir e della vicinanza ironica, minimale e stralunata al pubblico e al mondo così come sono e come amerebbero essere (modello sommo, le pagine culturali di “la Repubblica”, ma anche i recensori di letteratura italiana e di teatro del “Corriere” e supplementi, certi civettuoli salotti radiofonici, o i maggiori assessorati alla cultura dei comuni – per lasciar fuori la tv). Eppure, anche sul blog le cose migliori sulla letteratura ci sono quando gli autori si mettono in discussione: sorprende, ad esempio, il tentativo di raccontare con sguardo “bianciardiano” l’industria culturale oggi, dal di dentro, di Christian Raimo, che se la prende con Fazi e con la discutibile politica di Feltrinelli nei conforti dei suoi impiegati. O il pezzo di Giulio Mozzi sull’“esperienza” oggi, che riesce a dar conto con efficacia e urgenza dell’abisso tra medietà delle singole situazioni umane e sociali, e un mondo che crolla.
Per non dire poi di Aldo Nove, che non fa parte degli “indiani” ma è stato spesso ospite del blog. Anche da quel che si legge su “nazioneindiana”, il suo percorso è dei più apprezzabili e seri. Perché è uno che non si ama, è uno che di sé scrive “Non so se è meglio farmi seghe o scrivere poesie./ In entrambi i casi sto seduto/ Davanti al mio computer Omnibook/ Xe/ Hpe in entrambi i casi/ Non è che cambio il corso della storia”. Da un po’ di tempo, con grande umiltà, si è messo a fare interviste a disoccupati e a lavoratori atipici per “Liberazione”, e siccome è anche uno scrittore vero ne sono venute fuori delle cose di un certo valore letterario. La maniera in cui Nove programmaticamente si arrende davanti alla stupidità (si legga la bellissima poesia “Le merci invendute soffrono”), il suo accettarla fino in fondo è un tenero e straziante smascheramento che mette in gioco per primo se stesso. Insomma, checché ne dica Scarpa, è proprio dal mettersi in gioco anche in prima persona, dall’esatta collocazione di sé che vengono, anche su “nazioneindiana”, i risultati migliori. Insomma, se come teorici gli “indiani” possono sembrare confusi o semplicistici, a volte è come scrittori e osservatori che danno il meglio.
La polemica finale sul blog ha riguardato la necessità di una sorta di massimalismo letterario, il rifiuto di “accettare la marginalità” del letterato. Eppure il “massimalismo apocalittico” di “nazioneindiana” cela forse un eccesso di fiducia non nell’arte (che va benissimo pensare e praticare nel modo più antagonistico, estremo, radicale), quanto nella comunicazione, compresa quella in rete; mentre mi pare che proprio le forme della comunicazione e dei media siano inquinate, continuamente da verificare, schivare, correggere. Tuttavia, come non simpatizzare con chi mira alto e si spende, con chi ci tiene a marcare una distanza dalla mediocrità e si ingegna a trovare spazi di espressione trasversali? Ma nel frattempo, pur non perdendo d’occhio massimi sistemi, gli indiani non hanno rinunciato a un lavoro diretto e concreto sul quotidiano, un’attenzione punto per punto a ciò che è più insidiosamente vicino e neutrale, e anche una certa volontà di guardarsi attorno, nei media e nel mondo. Era questa una strada che “nazioneindiana” pareva aver intrapreso sempre di più. Poco prima della crisi, aveva promosso un convegno sull’inchiesta e il documentario, mossi da una invincibile voglia di guardarsi attorno. È per questo che il gruppo di “nazioneindiana” è una delle poche cose vive, nevroticamente vive, che ci siano in giro. È per questo che le morte pagine dei quotidiani (che probabilmente non li amano) si sono viste spesso costretti a rivolgersi a loro per inventarsi qualcosa di cui parlare. Il sostanziale scioglimento del gruppo non è una bella notizia, e aumenta ancor di più il senso di inconcludenza e di difficoltà di questi anni.

Emiliano Morreale