Archivio 2005 Ottobre - N. 64 I rari giovani dell’ultimo teatro
I rari giovani dell’ultimo teatro
di Rodolfo Sacchettini   

Dopo una lunga estate di festival teatrali non è facile misurare la temperatura di una scena che soffre di depressione. Perché è proprio “l’umor nero” dei critici, degli operatori, degli artisti ad appiattire un panorama che, seppur per molti aspetti appare in agonia, continua a generare qualche nuova realtà e a mostrare ancora lavori che hanno la forza di sollevare questioni sui nostri giorni attraverso un “linguaggio” non piegato agli stilemi televisivi.
Il clima un po’ comune è quello della “dismissione”: tirare i remi in barca, preparare le valigie, salutare qualche amico o ex-compagno. Il motto più o meno ricorrente rimane il “si salvi chi puo”. I tagli economici sono ingenti, le realtà più piccole e meno “difese” politicamente sono probabilmente prossime all’estinzione, così come alcuni festival che pure hanno una tradizione ormai decennale. La crisi economica inizia a farsi sentire e perfino il pubblico, che durante i festival accorre sempre numeroso, inizia a scarseggiare. Se la stagione scorsa si lanciava l’allarme, quest’anno a tratti sembra proprio che si sia in procinto di chiudere, di mollare tutto.
L’impressione è che per sopravvivere si debbano mantenere altissime le motivazioni. Andare contro la legge di mercato sembra l’unica “bestemmia” possibile, l’unico atto rivoluzionario dal momento che un po’ tutti i gruppi sono costretti a piegarsi ai ritmi e ai costi di un meccanismo produttivo che lascia pochi spiragli. Solo l’entusiasmo e una vera radicalità possono garantire una “esistenza” che sia rigorosa adesione a un percorso artistico e non semplice “resistenza” a un sistema. I tempi sono neri ma “piegarsi” per non “spezzarsi” è una strada irta di pericoli e contraddizioni.
In una situazione di estrema difficoltà (teatrale, ma non solo, ovviamente), riuscire a costituire un “gruppo”, riuscire in qualche modo a emergere definendo un proprio percorso di ricerca è impresa davvero complessa, soprattutto perché significa prendere coscienza di lavorare in completa solitudine. È come se proprio quel tessuto artistico che aveva dato vita agli inizi degli anni novanta a una feconda genesi di gruppi e compagnie, cominciasse a sfaldarsi inesorabilmente, sopravvivendo solo in alcune realtà inividuali o circuiti minori.
L’ansia del “nuovo”, ovvero di una nuova “ondata” di gruppi, che il più delle volte risponde alla volontà – consumistica – di trovare il “fenomeno” piuttosto che a una sincera curiosità di sguardo, deriva senza dubbio dal fatto che una “nuova generazione” fatichi a esplodere. Senza contare poi che di “generazione” è sempre più difficile parlare dal momento che tutto appare estremamente confuso. I “giovanissimi” non hanno meno di trent’anni e i “giovani” ne possono avere tranquillamente quaranta (magari con più di dieci anni di spettacoli alle spalle). L’ultima “ondata” nel nostro teatro italiano è stata sicuramente quella dei “narratori” che oltre ad Ascanio Celestini, Davide Enia e ora Mario Pirrotta ha dato vita a una miriade di altri personaggi più o meno conosciuti. Oggi come oggi è senza dubbio il fenomeno teatrale più famoso e certo da non sottovalutare nelle sue molteplici implicazioni. In primis che il più delle volte appare semplicemente come il filone più spendibile sul mercato.
Ma quest’ultima stagione di festival teatrali è risultata piuttosto anomala anche in relazione alla grande attesa per la prossima Biennale di Venezia, diretta da Romeo Castellucci e pensata proprio sui gruppi  ”senza nome ”, cioè sulle realtà più giovani e sconosciute (e ovviamente non solo italiane). Molti sperano in una ventata di novità che possa un po’ ossigenare l’ambiente teatrale, senza pensare forse che – comunque andrà la manifestazione – per l’anno venturo è già previsto un nuovo “ritorno all’ordine”, con la direzione “carnevalesca” e “multimediale” di Maurizio Scaparro.
Sulla promozione e il sostegno ai nuovi gruppi molto ha puntato nel mese di giugno il festival Contemporanea 05 di Prato, curato da Edoardo Donatini, attraverso una sezione chiamata “Alveare Officina Giovani” che ha dato spazio e visibilità a dodici gruppi più o meno emergenti. Ed è stato assai interessante constatare come la linea più in sommovimento sia quella che guarda al mondo performativo (con incursioni nel mondo della danza, della musica e dell’arte visiva), piuttosto che al “teatro” delle “accademie” e delle “messe in scena”. Giacomo Bernocchi, Zimmerfrei, Jacopo Miliani, Ooff.ouro, La Città del teatro, Adarte, Open e poi Cortesi-Barzagli sono uno spaccato di gruppi nati più o meno negli ultimi cinque anni. In particolare la danzatrice Luisa Cortesi e l’artista visivo Massimo Barzagli con “Di stanze” che ha debuttato prima al Festival di Santarcangelo e quindi ad Armunia (Castiglioncello) hanno colpito per un lavoro che  immergeva lo spettatore in una situazione di smarrimento. Alle riproduzioni video di frigidi interni, secondo un immaginario tutto americano, si contrapponeva la forte presenza della Cortesi che – in crescendo – dava vita a una sorta di “bestiale” toeletta. Lo spazio, composto da un susseguirsi di stanze, lasciava libero lo spettatore di partecipare dal vivo o attraverso il video, alle azioni sempre più violente della danzatrice, che in un’ultima esasperazione di trucco, si sfigurava il volto a colpi di rossetto. E sempre tra arte visiva e teatro il giovane (sensibilmente under 30) gruppo Cosmesi, composto dai friulani Eva Geatti (attrice che ha lavorato negli ultimi anni con i Motus) e Nicola Toffolini (artista visivo), ha dato vita a un lavoro dove è una struttura di un bianco glaciale a occupare la scena. Un pertugio strettissimo dove la performer, alle prese con tutta una serie di piccoli oggetti personali, costruisce una mortifera partitura di azioni semplicissime che guardano – con molta autoironia – ai gesti di un quotidiano iper-formalizzato e iper-narcisistico. Da cameretta privata o da bagno asettico lo spazio abitato assume sempre più la fisionomia di una claustrofobica tomba che, nella maniacale ossessione della forma, appare quasi come terminale s.o.s., o forse come l’inevitabile presa di coscienza di un presente vissuto nel totale solipsismo.
Sempre dal mondo della performance proviene il lavoro più interessante presentato quest’anno dal biennale Premio Scenario che si occupa di monitorare la nuova scena italiana. La trentenne ravennate Francesca Proia in “Qualcosa da sala” attraversando la danza butoh e lo yoga, appare sulla scena immersa in un buio quasi totale. Il corpo nudo si mostra incredibilmente sospeso in aria e l’immagine umana pare quasi dissolversi di fronte a un volto perennemente coperto da una maschera espressionista. Dopo “Buio luce buio” costruito sulle posizioni di un corpo che si apriva sulle proprie fessure-ferite e che forse risentiva un po’ troppo delle ultime collaborazioni con la Societas Raffaello Sanzio, la Proia con “Qualcosa da sala” intraprende un percorso assolutamente originale sospeso nella ridefinizione dell’immagine umana.
E una “danza senza volto” è anche quella della ventinovenne Sonia Brunelli in “Umo”, presentato ad Alfonsine (Ravenna) all’interno del festival Lavori in pelle. Come una farfalla o una libellula privata improvvisamente del suo volo, la danzatrice è una schiena rivolta a terra, tesa in un leggero vibrare. La Brunelli (coroginnasta della Stoa, Scuola di Danza e Filosofia fondata dalla Societas Raffaello Sanzio a Cesena e collaboratrice di Egum Teatro) sembra davvero come impigliata al grado zero dell’orizzonte quando le braccia, come ali bagnate, tentano un ultimo volo. Su un versante invece più “teatrale” dove il tentativo è quello di utilizzare in modo nuovo e non banale “la parola” e “i testi” a Santarcangelo ha debuttato Damiano Grasselli del Teatro Caverna (Bergamo) con un lavoro a partire da “La malora” di Beppe Fenoglio e Cristian Ceresoli assieme ad Antonio Pizzicato con Voce sola, una vera e propria opera musicale dove confluiscono mito, ironia e tradizione popolare. Ad Armunia (Castiglioncello) invece il giovanissimo gruppo di Foligno Zoe-Teatro (composta da Michele Bandini e Emiliano Pergolari), nato dalla fucina del Teatro delle Albe, ha presentato, con la collaborazione di Maurizio Lupinelli, “Quartetto d’ombre”: un dittico che con freschezza ed energia ha unito assieme “Vi e Ve. Partita a carte nel regno delle ombre” di Marco Martinelli e “Rosencrantz e Guildestern” sono morti di Stoppard. Primi risultati, aperte speranze.

Rodolfo Sacchettini