Archivio 2005 Ottobre - N. 64 Appunti mediorientali
Appunti mediorientali
di Eric Salerno   

Scrivo queste righe di ritorno a Gerusalemme dopo una settimana tra gli insediamenti ebraici di Gaza, le città palestinesi della “striscia”, e il nord della Cisgiordania dove ho assistito allo smantellamento d’altri due piccoli insediamenti. Un taccuino pieno di appunti, osservazioni, analisi che offro al lettore, sperando che mi perdonerà l’ordine disordinato.

“Lei, signor ministro, quando pensa che ci sarà la pace?”. Ehud Olmert, il vice premier israeliano, stava rispondendo alle domande di un gruppo di giornalisti stranieri quando il giovane reporter scandinavo si è presentato sollecitando una previsione. Ha ottenuto un sorriso e qualche facile battuta. “Spero nel corso della mia vita, certamente nel corso della tua”. Tempi lunghi. Il ritiro da Gaza e la chiusura di quattro insediamenti nel nord della Cisgiordania sono alle spalle, accompagnati dai giusti plausi della comunità internazionale e da un dibattito isterico in Italia, soprattutto nella sinistra, dove l’equilibrio d’analisi e giudizio non è mai stato una virtù. Per l’unico, importante e forse storico, pregio di aver deciso e portato a termine la chiusura degli insediamenti di Gaza, c’è chi, in Italia non in Israele, ha già proposto il Nobel per la pace a Sharon.
Vorrei ricordare che anche Rabin e Peres e Arafat ebbero il Nobel e c’è chi, anche in Italia, dopo l’ondata di attentati dei primi anni del nuovo millennio, si è spinto fino a chiedere la revoca del premio per il presidente palestinese. E se la portata storica del gesto di Sharon, come lui stesso ammette in questo momento, fosse limitata? Fra qualche anno gli esponenti che suggeriscono per lui il Nobel, insisteranno per la sua eventuale restituzione?
Ci sono molti motivi per essere contenti della fine della colonizzazione di Gaza, ma il percorso avviato da Sharon è, al momento, incerto non meno di quelli imboccati in passato da altri leader israeliani (e, va detto, non soltanto per colpa loro). Ingenuità per ingenuità, a quell’incontro con il vice premier israeliano, mi veniva di mettere in bocca a Olmert una risposta più articolata. “La pace? Quando Israele restituirà buona parte dei territori palestinesi occupati nel 1967, quando sarà accettata una soluzione per la spartizione, in qualche modo, di Gerusalemme, quando abbasseremo, noi e i palestinesi, il livello della retorica sterile e controproducente e accetteremo un compromesso anche per i rifugiati sulla falsariga di quanto negoziato a Taba, nei mesi successivi al famoso vertice di Camp David e indicato anche nell’iniziativa di Ginevra”. A parte l’emozione per la stretta di mano tra Arafat e Itzhak Rabin, conservo di quella giornata storica a Washington un altro ricordo. Sotto la grande tenda bianca allestita nel giardino dell’ambasciata israeliana nella capitale americana, poche ore dopo la firma degli accordi di Oslo, un noto giornalista ebreo americano si avvicinò a Shimon Peres con un quesito carico di disprezzo. “Come ha fatto a fare questo a noi?” Ossia, come avete potuto, voi leader d’Israele, rovesciare la politica di decenni e gettare le fondamenta per un’intesa con i palestinesi sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite, la restituzione dei o di (a seconda della versione francese o inglese dei documenti) territori occupati in cambio della pace? Peres sorrise e rivolse altrove lo sguardo.
Pochi giorni prima dell’inizio del ritiro da Gaza, durante una delle manifestazioni dei coloni e dei loro sostenitori, parlavo d’Israele con Nahum Barnea, uno dei più stimati giornalisti di questo paese. Era spaventato, preoccupato. Sono molte le anime d’Israele, e lui ne metteva in risalto due, fondamentali. C’è un’Israele laica e sionista, quella che riporta alle origini di questo movimento, ossia al rinascimento del popolo ebraico in uno stato indipendente. Una patria per gli ebrei. Un “luogo qualsiasi”, ricordava Barnea. “Si discusse a lungo, all’epoca e sulla scia della divisione coloniale dell’Africa, persino d’Uganda”. Barnea non ha dubbi in proposito: “Questa gente, qui a Netivot, ha un’agenda totalmente diversa. Non è legata allo Stato d’Israele ma alla Terra d’Israele. Non al presente, al passato”. Lo Stato d’Israele contro lo Stato dei coloni. La sfida continuerà nonostante lo sgombero di Gaza. Come ha ricordato con grandi avvisi sui maggiori quotidiani il Movimento israeliano per i diritti civili nei territori occupati, B’Tselem, vi sono ancora 140 insediamenti nella Cisgiordania occupata (per non parlare della situazione a Gerusalemme) e mentre i coloni costretti a rientrare nei confini dello Stato d’Israele dalle loro villette di Gaza erano appena 8000, altri 250 mila stanno nelle città e nelle colonie grandi e piccole della West Bank.  
Si sono scritti e si continuano a scrivere fiumi di parole sul conflitto tra Israele e i palestinesi e il mondo arabo che li circonda, arrivano sulle scrivanie e nelle casette e-mail di giornalisti e studiosi e attivisti, suggerimenti, formule, piani. Documenti chilometrici elaborati nella grande industria dei pacifisti e dei loro antagonisti. Avvisi di convegni, conferenze, dibattiti, inviti a week-end “full immersion” nei grandi alberghi, pranzi, cene, offerte o riconoscimenti di finanziamenti dell’Unione europea, dei think tank americani, liberal e meno, delle lobby, ebraica o araba. L’industria più redditizia del Medio Oriente, scherza qualcuno, sicuramente un’impresa consolidata, come il petrolio, che non delude e qualche volta, come in questo periodo, regale enormi dividendi. Il lavoro non manca mai. Il turn-over è garantito. Io potrò scegliere di andare in pensione o di occuparmi d’Africa o Tsunami, ma ci sarà subito un altro a ereditare il mio ruolo, tra noia e speranza. E lo stesso vale per i numerosi inviati delle Nazioni Unite che si sono succeduti da quando fu creato lo Stato d’Israele nel 1948, diplomatici di carriera che si danno il cambio nelle organizzazioni che nessuno ha il coraggio di chiudere, come quella che ancora, a Gerusalemme e dintorni, ha il compito di vigilare sul rispetto dell’armistizio del ’48. Per citarne una sola.
Un discorso cinico? Forse. Ma mentre si dibatte, si discute, si offrono soluzioni parziali e semi-integrali, si scambiando accuse, si analizzano i protagonisti e si guarda alla storia tra mille verità e molte più interpretazioni, il tempo passa e la gente continua a soffrire, da una parte come dall’altra. Sofferenze non sempre uguali. Rabbia e disperazione non sempre paragonabili. Ci sono stati ottimisti, in questi ultimi anni, che osservando il deterioramento della situazione, con le bombe sui mezzi pubblici israeliani o le cannonate contro i civili palestinesi, hanno espresso soddisfazione: la formula del “tanto peggio tanto meglio” incantava.
I palestinesi che hanno festeggiato il ritiro israeliano da Gaza sono convinti che è stata la “lotta armata” a costringere Sharon a chiudere gli insediamenti nella striscia. Con gli attacchi di Al Qaeda alle due torri e i kamikaze palestinesi che hanno inondato di sangue le strade d’Israele, si è riaperto il dibattito su terrorismo e lotta armata. Il significato dei termini, la legittimità degli strumenti, dove, quando, come. Gli aerei lanciati contro i grattacieli di New York sono da considerare sullo stesso livello dei palestinesi suicidi in mezzo ai civili israeliani? Sono terroristi, come li etichetta sempre Israele, anche coloro che lanciavano missili kassam contro gli insediamenti o le comunità israeliane a ridosso da Gaza? La comunità internazionale deve condannare senza distinguere? All’indomani dello sgombero dell’ultimo insediamento di Gaza, un editoriale sul quotidiano israeliano “Haaretz” raccontava il “sogno tradito” ricordando, tra le altre cose, che Gaza è sempre stata e resta il luogo più distante dai cuori degli israeliani. Aluf Benn aggiungeva: “Mahmoud Abbas ha ragione quando attribuisce l’uscita degli israeliani alla lotta palestinese. Se i palestinesi fossero rimasti obbedienti e remissivi, come venti anni fa, nessuno avrebbe pensato a un ritiro da Gaza, o da qualsiasi altro luogo dei territori”. è vero, ma se non fossero scesi al livello più basso, quello di lanciare i loro kamikaze contro le città d’Israele, avrebbero sicuramente evitato, a dir poco, di mettere la loro sacrosanta volontà di liberazione sullo stesso piano dei progetti d’Osama Bin Laden.
Andiamo oltre. Certo, gli arabi sono convinti che vivrebbero meglio senza uno Stato d’Israele in mezzo alla loro mezzaluna verde e gli ebrei israeliani preferirebbero essere circondati da una cinquantina di stati uniti a stelle e strisce. Non succederà. E lo sanno. Soltanto gli estremisti sognano ancora l’impossibile e si svegliano la mattina convinti di potere, in qualche modo, con la violenza o l’inganno o l’insieme delle due, realizzare quel loro sogno. Purtroppo, nella complessa realtà del conflitto, dopo anni di sofferenza e in un clima di reciproca mancanza di fiducia, e talvolta di credibilità, gli estremisti hanno gioco facile. I coloni hanno mobilitato centinaia di migliaia di sostenitori e anche se sulle dune di Gaza hanno perduto la prima battaglia si preparano, insieme con la destra israeliana, alle sfide del futuro. Dall’altra parte della barriera, in casa palestinese, è Hamas ad aver guadagnato terreno. Non perché la maggioranza della popolazione di Gaza o degli altri territori occupati sia su posizioni estremiste o fondamentaliste in materia d’Islam. Hamas ha costruito un grande consenso, sia con la lotta armata, sia nell’offrire alla popolazione tradita spesso dalla sua stessa dirigenza ufficiale (Arafat e i suoi ministri), corrotta o incapace di operare, una serie di servizi (sanità, educazione, assistenza sociale) di buon livello. A gennaio si voterà nei territori palestinesi e Hamas intende presentarsi come movimento politico. Se rispetta la tregua di fatto sarebbe ingiusto bloccare gli islamici anche se non è facile digerire la loro minacciosa retorica. Peraltro, in queste settimane ho sentito tanti palestinesi di Gaza, felici per lo sgombero degli insediamenti, nel dare voce ai loro timori per il futuro indicare la retorica dello stesso Sharon che giura al suo popolo che non negozierà mai su Gerusalemme e, con o senza l’accordo, intende ridisegnare i confini della Palestina per includere nello Stato d’Israele vasti blocchi d’insediamenti (da aumentare) in Cisgiordania e “salvare” almeno 150 dei 250 mila coloni residenti nel territorio occupato. Il muro che sta costruendo è per il premier israeliano il quasi-confine.
Concordo perfettamente con chi insiste che il ritiro da Gaza sia un’occasione formidabile per rilanciare il processo di pace. E sono convinto che i palestinesi devono accantonare la lotta armata e condannare il terrorismo e dare tempo e spazio al negoziato. Concordo anche quando Condoleeza Rice sollecita Sharon a fare di più, dopo il ritiro, per consentire il miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi. “La terra può aspettare”, mi ha detto un ufficiale palestinese a Città di Gaza mentre gli israeliani se ne stavano andando, “è più importante la gente, i prigionieri nelle carceri israeliane, le loro famiglie, quelli che non possono andare da un villaggio a un altro per la presenza dei posti di blocco”. All’indomani della fine dello sgombero di Gaza, la borsa di Tel Aviv segnava un balzo storico e anche la piccola borsa valori di Ramallah indicava un momento di speranza nel futuro. Tutti contenti, ma il quotidiano “Maariv” suggeriva cautela. Prima di scommettere sul numero vincente, ha ammonito, bisogna analizzare seriamente i possibili scenari politici e militari. è probabile una crisi di governo e sulla ripresa del negoziato politico con i palestinesi gravano pesanti incognite. Sharon non ha mai nascosto la volontà di avviare una trattativa lenta e di attendere una o due generazioni per discutere un accordo finale sull’assetto della Palestina. è convinto che il tempo giochi a suo favore, ossia a favore dell’Israele che vuole lui e che deve comprendere, tra le altre cose, una Gerusalemme unita. Una scommessa che non convince i suoi stessi analisti per i quali, in mancanza di progressi concreti, la terza intifada scoppierà in primavera per la gioia di quei dirigenti israeliani che sognano il rinvio dei negoziati per non dover affrontare nodi, per loro, impossibili da sciogliere. L’unica incertezza, la forma che prenderà: ancora armi e, dunque, una schiacciante risposta militare israeliana, o la non violenza.

Eric Salerno