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La domanda irrisolta di Alex Sono passati dieci anni dalla morte di Alexander Langer e il nodo cruciale dell’educazione ambientale per me continua a condensarsi in questa sua domanda irrisolta: “Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?” Credo non sia un caso che Alex parli di “civiltà ecologicamente sostenibile”. Si parla molto di confronto o di scontro tra civiltà, meno di quanto e di come le civiltà si evolvano. Cosa aiuta a costruire o a trasformare una civiltà? A partire da quali frammenti possiamo partire per una impresa così complessa?
Costruttori di ponti C’è un grande bisogno di “costruttori di ponti”. Fare analisi corrette e avere buone ragioni non serve molto, se non riusciamo a stabilire collegamenti con coloro che non sono “persuasi”. Essere “persuasi” (secondo l’espressione del nonviolento e obiettore civile Capitini) vuol dire testimoniare con il proprio corpo e i propri comportamenti prima che con le parole. La coerenza sta alla base di ogni pratica ecologica. Da anni lo diciamo. Ma è poi davvero così? Quanto autenticamente, nel metodo e nel comportamento, testimoniamo ciò che auspichiamo e che tentiamo di andar insegnando?
Retorica Riguardo all’ambiente abbiamo stravinto. Nessuno si oppone, tutti ne parlano. È la retorica corrente in ogni luogo, dalla politica alla scuola alla tv. Ma viviamo in Italia, paese cattolico e mediterraneo, culturalmente impermeabile a ogni etica della responsabilità individuale. Siamo tutti figli delle “case delle libertà”, dove si caca sul divano, si rompono per gioco i vetri e si edifica ogni sorta di costruzione abusiva. Se vogliamo elaborare un progetto non dimentichiamo mai il contesto culturale in cui ci muoviamo. Nel nostro paese nulla è mai acquisito, nemmeno un parco protetto. Ogni cosa va riconquistata ogni volta, forse anche dentro di noi.
Dopo l’11 settembre Sono tra quelli che pensano che l’11 settembre abbia davvero cambiato il mondo. Lo pensavo anche prima, ma ora mi pare davvero indispensabile pensare l’educazione ambientale come elemento dell’educazione all’intercultura, dell’educazione al nord e al sud, all’est e all’ovest, come educazione all’equilibro impossibile… Troviamo nomi adeguati ma resta la sostanza. Qualsiasi difesa dell’ambiente è impossibile senza pensare ai suoi abitanti umani e a ciò che pensano, che patiscono, che provocano.
Educare alla vulnerabilità Dobbiamo essere maggiormente vulnerabili. Accettare di essere feriti da ciò che accade nel mondo e accettare anche di non capire molto di ciò che accade. Tutte le corazze che ci costruiamo, talvolta necessarie, ci accecano sempre un po’.
La creatività individuale Scavando un poco mi accorgo sempre più che la creatività nasce in ciascuno di noi da proprie ferite, da esperienze difficili, da vuoti, da scarti. Da piccole o grandi sofferenze interne e da insofferenze che proviamo verso il mondo. Che tutto ciò generi creatività e desiderio di trasformazione e non avvilimento deriva da tante circostanze, molte delle quali misteriose. Dai contesti in cui ci troviamo, da coloro che incontriamo, dalla fortuna. Mi piacerebbe, in un percorso di formazione per operatori ambientali, ricercare sui “contesti”, sugli “ambienti” che ci rendono creativi, cioè vicini a noi stessi. Insegnanti e operatori Per anni ho sognato che l’educazione ambientale, proponendo incontri e condivisioni di percorsi tra insegnanti e operatori ambientali, avrebbe potuto costituire un terreno di scambio capace di mettere un po’ in crisi gli uni e gli altri. Non è accaduto, se non in ridottissima misura. Ci si usa reciprocamente, poi, subito ciascuno di corsa a casa propria. Raramente ci si ruba qualche suggerimento, senza farsene accorgere. Perché?
Portatori di speranza? Ogni educatore ambientale deve essere, necessariamente, un “portatore di speranza”. Talvolta è difficile, talvolta impossibile. Dove si pesca la speranza? La si può tenere in vita proteggendola dalle intemperie? Alex Langer ci ha lasciato parole angosciose sulla fatica di reggere a lungo le aspettative che gli altri affidano ai “portatori di speranza”.
L’handicap assente L’ educazione ambientale ha incrociato assai di rado la questione dell’handicap. È un peccato. Per chi pone tanta attenzione alle biodiversità sarebbe di grande interesse ascoltare e osservare come la comunità umana “cerca di proteggere” le sue diversità. Ci si accorgerebbe, ad esempio, che si coinvolgono molto nel creare un ambiente capace di accogliere e proteggere le difficoltà di chi nasce “diverso soprattutto” genitori, parenti e, talvolta, coloro che hanno un incontro diretto con i disabili. Le istituzioni seguono a fatica, se non nel caso di alcune leggi lungimiranti, la cui applicazione chiede sforzo e fatica. Proteggere le diversità dei disabili comporta una opzione etica, culturale, che in qualche modo si oppone e cerca di mitigare i danni della natura. Nel caso della protezione delle biodiversità vegetali o animali, noi umani “aiutiamo” la natura aggredita dall’uomo a tornare a essere se stessa. Nel caso in cui sosteniamo la “vita diversa” di alcuni esseri umani noi lottiamo “contro” la natura, che li vorrebbe persi. Sarebbe interessante ragionarci su.
Una variante dell’educazione stradale La Moratti ha affiancato nei nuovi programmi l’educazione ambientale all’educazione stradale. Facendolo, ha compiuto un atto di riparazione storica riguardo ai tanti allarmi suscitati dai conflitti di interesse berlusconiani. Il più vasto conflitto di interessi in Italia, infatti, è molto più antico e ha letteralmente ammorbato il nostro paese fin dal dopoguerra. È costituito dalla straordinaria penetrazione politica e culturale avuta da sempre dalla famiglia Agnelli e dalla Fiat. Scelte decisive riguardo a strade, autostrade, ferrovie e trasporti, che hanno condizionato e condizionano irreparabilmente il nostro paese e le nostre città, dipendono dal ruolo che ha l’automobile nell’immaginario collettivo italiano. Sottrazione. Tra le quattro operazioni mi piacerebbe che l’educazione ambientale scegliesse sempre di essere amica della sottrazione. Meno rumore attorno alle cose, meno parole, meno oggetti, meno pretese, meno intrusioni, meno possessi, forse anche meno ambizioni (difficile questo, per noi ambiziosissimi “trasformatori del mondo”).
Luoghi creativi e trasmissione delle conoscenze Ci sono coloro che hanno fortemente voluto o inventato o costruito nuovi luoghi educativi. Possono essere oasi, centri di educazione ambientale, case-laboratorio, fiere, riviste, associazioni culturali che difendono il territorio... Passano gli anni, scorre sullo sfondo la “grande storia”. In tutta altra epoca alcuni giovani si trovano a lavorare in quelle strutture. Il loro lavoro è precario, spesso mal pagato. Ospiti di una struttura non loro, abitanti di un luogo costruito da altri, come si sentono? E, viceversa, come vengono percepiti da coloro che all’impresa hanno partecipato fin dall’inizio? Talvolta nascono difficoltà, qualche volta conflitti. Cosa resta della vocazione originaria? Come si concilia quella vocazione con la precarietà dell’occupazione e il bisogno di garanzia di un salario? Quali condizioni ci sono per una trasmissioni dei saperi legati ai luoghi tra diverse generazioni di operatori? E infine, saranno state poi davvero “profetiche” le intuizioni dei tanti “piccoli fondatori” di cui è costellata l’educazione ambientale nel territorio, perché valga la pena che durino nel tempo?
Precauzione Il principio di precauzione è frutto di una grande battaglia ambientalista. Prevede che, nel caso di un esito incerto, si esiti o, più coraggiosamente, si rinunci. Mi sembra un ottimo principio. Ad applicarlo alla lettera, però, forse dovremmo chiudere un gran numero di scuole e università del nostro paese.
Immagini Chiunque lavori per delle istituzioni sa che, se realizza un progetto, dovrà dare spazio adeguato (e tempo e soldi) all’immagine. Anche nelle piccole istituzioni, anche nelle scuole, ormai non si può fare nulla senza curare l’immagine. Il problema è che l’immagine non solo è spesso lontana dalla cosa, ma spesso la snatura e la tradisce. Senza andare lontano, basta leggere un “piano dell’offerta formativa” di una scuola e poi verificare come in quella scuola opera la maggioranza degli insegnanti per accorgersene.
Immaginari Accolgo a Cenci un gruppo di ragazzi di Bahia. Mi commuove ascoltarli perché parlano del teatro come forma di rivolta, di riconoscimento, di costruzione di coscienza collettiva, di utopia. Non sono tanto le loro parole a commuovermi, quanto la convinzione con cui credono nel loro progetto di emancipazione sociale e di costruzione di un nuovo Brasile negli anni di Lula presidente, a cui lavorano alacremente. La costruzione di un immaginario collettivo a volte è uno sfondo capace di moltiplicare le energie, talvolta è le vera leva capace di sollevare pesi impossibili.
Immaginazioni Nella Palermo del sindaco Orlando come nella Napoli del primo Bassolino si visse qualcosa di simile. Più delle cose fatte, il convergere di tante buone tensioni e intenzioni sembrò avere la forza di sollevare il mondo. Cose interessanti se ne fecero (non poi così tante) ma il quadro poi si è rapidamente rovesciato. La relazione tra piccole iniziative concrete e grandi immaginari condivisi sarebbe da discutere a fondo, perché è una strada obbligatoria se si vogliono coltivare speranze di trasformazione dei comportamenti.
Il dono della parola Ascolto Serge Latouche. Da Parigi, dove insieme ad altri ha fondato il Movimento anti utilitarista di scienze sociali (Mauss), guarda l’Africa ed elogia lo straordinario ruolo che ha ancora il dono in quel continente. A partire dal riconoscimento delle straordinarie potenzialità insite nel “dono”, propone di rovesciare l’immaginario economico in cui siamo immersi. Il discorso è lucido, coerente, coinvolgente, estremista e “molto francese”. Al termine si alza un ragazzo del Senegal e ribatte: non mi convince l’economia del dono che secondo la tua descrizione funziona così bene nel mio paese, perché io sono dovuto emigrare e perché a me piacerebbe, a Dakar, avere soldi per comprare le cose che voi qui ritenete indispensabili. Perché noi ci dovremmo rinunciare? La domanda è stringente e mi aspetto un dibattito accalorato. Latouche, invece, fa finta di non avere udito e risponde ad altre domande che non intaccano il suo quadro d’insieme.
Il bello trasgressivo Con acume e sottovoce un mio amico sostiene che si può fare educazione ambientale in tutti i luoghi, anche conversando in treno. Che l’educazione ambientale consiste nel sostenere una tesi diversa senza litigare. Per lui, comunque, l’educazione ambientale parte sempre dal “senso della bellezza”, che è forza trainante di emozioni e sentimenti. La bellezza è un valore terribile, scomodo, incommensurabile. Può riguardare le grandi armonie o le cose minime e, quando la si incontra davvero, dà scandalo. Per questo è tanto importante. Generalmente l’esteta viene presentato come vizioso o decadente rammollito, come pigro o schifoso egoista. Eppure il suo amore per il bello lo rende profondamente trasgressivo e permeabile alla “pedagogia del dolore”. Di quel dolore che si prova vedendo il bello distrutto.
Se Se la bellezza e la sostenibilità coincidono possiamo uscire dal discorso di rinuncia. Non “dobbiamo” utilizzare meno risorse, ma “vogliamo” utilizzare meno risorse. Questa affascinante ipotesi, espressa da anni in molteplici forme da Wolfgang Sachs, si scontra, però, con alcuni ostacoli non indifferenti.
Pubblicità La pubblicità è il fascismo della nostra epoca. L’affermazione è di un grande artista: il regista franco-svizzero Jean-Luc Godard. Proviamo a prenderla sul serio, pensando all’imponente peso coercitivo che esercita nell’orientare sogni e desideri dei bambini, fin dalla più tenera età, e pensando a quanto riesca efficacemente ad allontanare la “bellezza” dalla “sostenibilità”. Se bello è ciò che acquisto e più acquisto più sono circondato dal bello, inesorabilmente divengo insostenibile (tanto insostenibile che non mi accorgo neppure di essere insostenibile).
Quando guardo la natura cosa guardo? Quando guardo la natura cosa guardo? Esiste uno sguardo non metaforico?
La durata Un grande alleato di ogni buona educazione ambientale potrebbe essere il senso della durata.
L’ascolto Da anni coltivo il senso della durata ricercando attorno alla narrazione orale, che è un territorio elementarmente umano, capace di far dialogare donne e uomini delle più diverse provenienze. Se devo dire ciò che più mi emoziona nei nostri laboratori di narrazione è la profondità e la qualità di “ascolto reciproco” che talvolta si realizza.
Politica “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia” (da “Lettera a una professoressa” della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, 1967).
Politica oggi La sensazione è che la politica, nell’occidente opulento, sia sempre più incapace di progettare il futuro, costretta com’è a seguire la maggioranza. In questo caso, per chi si rende conto che stiamo sottraendo aria, acqua e futuro ai nostri figli, non resta che l’educazione. Per noi educatrici ed educatori quanta responsabilità! Da soli non possiamo farcela.
Sacralità dell’infanzia Ho cominciato l’anno guardando con i bambini della mia scuola le immagini della strage di Beslan (che ora sappiamo essere stata provocata assai più dall’intervento dell’esercito russo che dai terroristi ceceni). Questa strage, come le innumerevoli stragi di bambini perpetrate da eserciti più o meno regolari in molte regioni del mondo, lontano da ogni riflettore, mostrano che, in troppi casi, non esistono tabù in grado di proteggere l’inviolabilità dell’infanzia. Le enormi difficoltà nell’applicare l’assai modesto accordo di Kyoto sulle emissioni dannose nell’atmosfera, cioè l’incapacità assoluta di porre dei limiti al nostro sistema di vita e di consumi, mostra quanto i governi siano incapaci di qualsiasi progetto di lungo respiro, in grado di proteggere il pianeta e le generazioni future. E poiché i governi degli stati maggiormente inquinanti sono eletti democraticamente, è l’intera società adulta che mostra le sua incapacità di tenere presente l’infanzia.
Prestami ascolto Iperprotetta e rinchiusa nel grande ghetto del consumo nel nord, vilipesa ed esposta alle peggiori violazioni nel sud, l’infanzia appare sempre più costretta e confinata in territori angusti. Ripartire con persuasione da alcuni valori di base, come quello della salvaguardia di ciò che di più fragile vive sul nostro pianeta, è compito primario dell’educazione ambientale. Il problema sta nel trovare forme semplici, elementari ed efficaci per compiere questo cammino. “Prestami ascolto” è la prima domanda che rivolge ciascuno di noi al mondo, nascendo. Solo imparando a “prestare ascolto” ci possiamo riconnettere a quel bisogno primario inestinguibile. Franco Lorenzoni
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