Archivio 2005 Dicembre/Gennaio - N. 66/67 La lotta e la morte. Franchini tra i “gladiatori”
La lotta e la morte. Franchini tra i “gladiatori”
di Costantino Cossu   

La lotta è votata allo scacco, anche quando si vince. La vita è inesorabilmente votata allo scacco, alla morte. Più d’ogni cosa è destinata allo scacco la letteratura. Lotta, vita, letteratura sono i tre estremi del triangolo dentro il quale sta “Gladiatori”, il libro di Antonio Franchini pubblicato da  Mondadori nella collana “Strade blu”. Franchini è un narratore e insieme un lottatore. Il mondo delle palestre di pugilato, di karatè, di kickboxing, di wrestling che racconta in “Gladiatori” lo pratica davvero, da molti anni. Conosce, Franchini, il tratto che unisce le sue due passioni, la lotta e la scrittura. Il tratto è l’accettazione, in partenza, della sconfitta. è dal riconoscimento di un limite non oltrepassabile che bisogna partire se si vuole capire che cosa significa stare al mondo. Più che la vittoria, più che i risultati delle azioni compiute conta la pratica dell’esperienza di dolore, di assenza di senso, che occorre inevitabilmente percorrere per stare sul ring, per stare dentro la vita, per scrivere. “Ma chi se ne frega… Io non sono mai stato contento della mia vita. Ero felice solo quando combattevo, quando ho smesso di combattere non ho più trovato un sacrificio adatto al mio organismo. Il mio corpo… Vedi, ti dico una cosa. Per me la vita è sapere, non è capire. Per me la vita non è cultura, è sapienza. E la sapienza ti viene dalla sofferenza. Non ce niente e nessuno che ti può informare della vita se non il dolore, il sacrificio. Sono questi che mi danno dio”. E' un pezzo del lungo racconto di Giancarlo Gabelli, il pugile “fascista” che, costretto dalla vecchiaia e dalla malattia a stare lontano dal quadrato della lotta, vive in compagnia dei suoi morti, il padre, la madre, gli amici pugilatori: “Basta… Io parlo con loro. La mia grande corte di defunti… e stiamo insieme, viviamo accanto. Sto da solo insieme a loro, non m’interessa nemmeno guardare fuori dalla finestra”. Il limite, la morte. L’unico senso-non senso possibile.
Tutto il libro di Franchini  si muove su questo binario. Il titolo ne è una chiarissima indicazione. Nell’orizzonte di vita dei gladiatori la morte rientrava come eventualità quotidiana. L’esistenza intera veniva misurata con il metro della morte. Una misurazione minuziosa, secondo una contabilità che definiva appartenenze e identità, che dava sicurezza, una forma di felicità: “Solo quando combattevo ero felice”. Franchini si chiede “da dove venga la nostra attrazione per loro”, per i gladiatori. E scrive: “Le iscrizioni incise sulle steli funerarie dei gladiatori riportano il nome del defunto seguito dal tipo della sua armatura, dal  luogo d’origine e dal numero degli scontri sostenuto, con il computo delle vittorie e delle parità, delle palme e delle corone ottenute in seguito ai combattimenti spettacolari”.  Sulla tomba il bilancio che quadra una vita. “Mentre noi siamo figli di una canzone che dice ‘è uno di quei giorni che mi passa avanti tutta la mia vita, un bilancio che non ho quadrato mai’… La consolatoria evidenza dei numeri non ci è destinata, noi sappiamo raramente se abbiamo vinto o perso, se non nella contabilità ingannevole della coscienza. Sulle nostre tombe non può stare niente che dica davvero qualcosa di noi a chi sopravvive”. E allora tutto il viaggio compiuto da Franchini nel mondo della lotta contemporanea è come una sorta di ritorno alla valenza atavica degli antici combattimenti, quelli dei gladiatori, pratica agonistica che prevedeva la morte, che dalla morte ricavava senso. Agonismo e agonia insieme. L’agonia della contemporaneità.  “Tutto è remake e remix. Quanto un tempo aveva significato qualcosa e costituito un intero, adesso viene sminuzzato, assemblato diversamente e lasciato a galleggiare come relitto, negletta eredità di un’epoca più matura, in un brodo sonoro puerile e ossessivo”. E' il “K1 Oktagon Grand Prix” al Mazda Palace di Milano, ma è anche la descrizione di un universo contemporaneo in cui “la consolatoria evidenza dei numeri” non è più possibile. Un universo in cui ogni misurazione tende allo zero, un mondo in cui la preparazione di un paradenti può diventare “una delle infinite dimostrazioni di come i riti vadano a soppiantare le religioni, l’amara conferma di quanto le cerimonie siano più appaganti delle cose in sé”. La ritualità della lotta disegna un cerchio di illusione, uno spazio artificiale dove è possibile illudersi di pensare che il mondo abbia un ordine.
Nel suo viaggio Franchini è accompagnato da Piero Pompili, fotografo che al mondo delle palestre e della lotta ha dedicato buona parte del suo lavoro. Sua la foto di copertina, un pugile all’angolo durante una pausa del match, sembra un Cristo in agonia. Sue le foto raccolte al centro del libro. Volti insieme antichissimi e contemporanei. Come se il mondo nominato da Franchini, dove tutto si frulla e insieme perde di senso, mettesse capo a un eterno presente, in cui ogni memoria è impossibile, e altrettanto impossibile diventa immaginare il futuro. è così per i ragazzi che si allenano nella palestra costruita nei campi accanto al serpentone di Corviale, a Roma, uno dei brani del libro in cui più evidente si mostra la capacità di dire il reale che la scrittura di Franchini possiede. Capacità oggi rarissima. è così per il pugilatore romano che si trasferisce in Brasile per fare i tornei di Valetudo, la lotta dove tutti i colpi sono consentiti, e comincia a Manaus, dove c’è soltanto giungla e un bellissimo teatro. è così per i combattenti del wrestling, maschera sul volto come gli attori greco-romani. Il presente eterno assume in sé ogni cosa.
Una dichiarazione di sconfitta che è anche una dichiarazione di speranza, almeno sino a quando resta la possibilità di dire la sofferenza. A dispetto dell’apparente nichilismo, quella di Franchini è una scrittura della nostalgia. Una scrittura mossa dalla voglia intensa e dolorosa d’un luogo al quale si vorrebbe ritornare sapendo che il ritorno è impossibile. Il luogo della pienezza di senso, impossibile oggetto di desiderio di ogni scrittura letteraria.

Costantino Cossu