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La scorsa estate, mentre Mondadori e Feltrinelli si contendevano a colpi di annunci la pubblicazione dell’opera omnia di Che Guevara, una curiosa baruffa ha visto contrapposti, sulle pagine di “Liberazione”, del “manifesto” e del “Corriere della Sera”, castristi e guevaristi. Da una parte il notissimo “ambasciatore” di Fidel in Europa, Gianni Minà, dall’altra i meno noti Antonio Moscato e Roberto Massari. La polemica, che ha subito assunto toni vetusti e acrimoniosi, ruotava intorno a tale questione: la necessità di pubblicare alcuni testi di Guevara critici nei confronti dell’Unione sovietica e della sovietizzazione della Rivoluzione cubana. I guevaristi hanno accusato la casa editrice Mondadori di aver espunto (con il beneplacito di Minà e della figlia di Guevara, e quindi del governo cubano) quei testi “eretici” dalle raccolte mandate in stampa… Cosa abbia risposto il noto castrista-torinista ha qui scarsa importanza. Quello che però è interessante far notare è un altro aspetto: il sentore della peggior ortodossia comunista che l’intera vicenda ha emanato, anche se in forma di farsa. Non solo il neostalinismo della politica culturale dell’Avana, ma anche il rigore insopportabilmente pretesco, spesso autoritario e alle volte “dannunziano”, che promana da molte pagine guevariane (questo oggi lo si può ammettere, senza inficiare i lati positivi della sua vita), e dall’esaltazione degli studiosi della sua opera. Sì, conviene dirlo, il rivoluzionario che esortava a non perdere la dolcezza nella durezza della lotta, che giustamente ha lasciato Cuba quando si è accorto che il nuovo potere mutuava le forme dal vecchio, più di una volta si è abbandonato all’elogio del fucile, insistendo sulla giustizia insita in ogni violenza rivoluzionaria, e alimentando fallimentari fuochi guerriglieri. Castristi e guevaristi hanno accuratamente aggirato questo aspetto, e con loro i giornali sopra citati. Poi, poiché il mercato è il mercato, finita l’estate Mondadori e Feltrinelli hanno inondato le librerie dividendosi l’opera omnia. Il dibattito è finito subito in secondo piano, e un altro tassello è stato inserito nella costruzione dell’icona new age del Che. Un’icona, questa, tanto edulcorata quanto più svincolata dalle sue implicazioni storiche. Editoria a parte, il dibattito legato alla figura di Guevara rimanda a una controversia più ampia: il giudizio da avere nei confronti dei regimi comunisti, non tanto quelli del passato quanto quelli ancora presenti. I totalitarismi comunisti, almeno in Europa, sono crollati da quindici anni. Eppure un miliardo e mezzo di uomini e donne vivono ancora in paesi in cui vige una qualche forma di comunismo di Stato. In Cina ovviamente, ma anche in Corea del Nord, in Vietnam… e a Cuba. Tutte le sinistre (in Italia, in Francia, in Germania, in Spagna…) sono oggi sostanzialmente post-comuniste, tutte sono ugualmente critiche nei confronti del passato totalitario, del gulag, della burocrazia e della soppressione dei diritti. Tutte ugualmente critiche nei confronti del passato, tutte ugualmente morbide nei confronti del presente: nei confronti cioè delle dittatura cubana e di quella cinese. Certo, tranne i Comunisti italiani di Cossutta, nessuno considera più cosa decente difendere a spada tratta un regime liberticida come quello castrista. Ma pochi hanno fatto il passo che porta dal silenzio alla denuncia articolata. Se da una parte le sinistre europee non si oppongono più con forza all’isolamento dell’Isola, dall’altra pochissime formazioni politiche e pochi intellettuali hanno deciso di far propria una disamina completa del fallimento cubano. Risuonano ancora, invece, le difese terzinternazionaliste della repressione del 2003 contro un centinaio di dissidenti. Si preferiscono dunque le icone alle analisi. E se proprio non si è d’accordo, meglio restare in silenzio. Per questo è doppiamente utile leggere un libro recentemente tradotto da Marcella Solinas per le edizioni Cargo: “Il lavoro vi farà uomini” di Félix Luís Viera. Pubblicato nel 2002, con il titolo “Un ciervo herido”, il romanzo di Viera è un lucido e impietoso affresco dell’universo concentrazionario castrista. Anche la Rivoluzione cubana ha avuto i suoi gulag: il potere che si è insediato a L’Avana ha mandato nei campi di lavoro non solo gli intellettuali scomodi e gli oppositori politici, ma soprattutto le “piaghe sociali”, cioè tutti coloro i quali erano da intralcio alla costruzione del socialismo. Qualcosa l’avevamo già appresa dai rapporti di Amnesty International e dai libri di Guillermo Cabrera Infante e Reynaldo Arenas (straordinario il suo “Prima che sia notte”, ripubblicato da Guanda nel 2004). Ma il libro di Viera fa entrare di forza nella letteratura qualcosa di finora poco conosciuto (almeno in traduzione italiana – e, sia detto per inciso, il fatto che generalmente questi testi, in Italia, non si traducono è una delle tante forme del silenzio di cui sopra.) Arenas descrive la prigionia nel Morro, il carcere vicino alla capitale. Viera descrive invece il mondo delle Umap, Unità militari di aiuto alla produzione: i campi di lavoro nella provincia centro-orientale di Camagüey, nei quali furono rinchiusi, a partire dal 1964, non meno di trentamila persone. Come racconta, nelle Umap non vi finirono tanto i prigionieri “politici”, quanto un colorito universo di “parassiti” e “festaioli”, bohémiens e capelloni, testimoni di Geova e avventisti del settimo giorno, santeros, fans dei Beatles e tantissimi omosessuali. L’ossessione omofoba del regime castrista ha visto in questi ultimi le principali “piaghe sociali” da rieducare. E la scritta “Il lavoro vi farà uomini” che come disse il poeta José Mario campeggiava sul cancello del campo in cui era stato internato, oltre ad avere un’inquietante assonanza nazista, mostra con veemenza quel pregiudizio machista, il “celodurismo” del militarismo cubano. Viera, che ha passato quasi un anno nelle Umap, ne è uscito a ventun anni. Successivamente, come accade di frequente sotto le dittature, ha ritrattato le proprie posizioni e ha abbracciato formalmente i valori della Rivoluzione. Nel 1995 ha abbandonato l’Isola: si è trasferito in Messico e ha impiegato cinque anni per scrivere “Un ciervo herido”, trasponendo in letteratura ciò che aveva vissuto nel campo di Camagüey. Ma all’autobiografia ha preferito il romanzo, la creazione di un personaggio più che realistico: Armandito Valdivieso, “che sono un po’ io, beninteso”. Armandito è un sottoproletario di Santa Clara, amico di omosessuali e frequentatore di cabaret. Gran dongiovanni, corteggia e poi sposa Mirian Oro, fervente militante della gioventù comunista. Armandito è invece un perdigiorno e un impolitico, e per questo finirà nelle Umap. È impressionante la descrizione che Viera fa dei passaggi che portano al suo arresto: dalla delazione di un suo amico alla fredda discussione che avviene all’interno del comitato di zona che ha il compito di fornire le informazioni necessarie alle polizia (tutte “brave persone” e “bravi militanti” che decidono allo stesso tempo di organizzare una festa di quartiere e di mandare un loro vicino nei campi). È agghiacciante la descrizione delle condizioni di vita nel campo: il lavoro estenuante, il cibo scarsissimo, la brutalità dei militari (vittime anche loro di una punizione: a controllare le Umap venivano mandati i peggiori, i militari considerati “scomodi”), le violenze tra detenuti, la difficile convivenza tra reclusi omosessuali ed eterosessuali. I carcerati che popolano il romanzo di Viera non sono né santi né eroi, anzi molti di loro ci appaiono persino come sgradevoli. Ma la forza del libro sta proprio in questo, nel comporre cioè l’affresco di un mondo di mezzo, fatto di prigionieri né “comuni” né “politici”, mandati nei campi per non aver commesso nessun reato e torturati alla minima insubordinazione. È un limbo “impolitico” quello sul quale si abbatte la repressione politica. “Il lavoro vi farà uomini” racconta le sopraffazioni e le bassezze quotidiane del campo, ma anche la solidarietà tra detenuti, le letture fatte di nascosto dalle guardie, la resistenza passiva dei testimoni di Geova. Viera narra di quelli che ce la fanno e di quelli che non ce la fanno, che si sfregiano o che si suicidano. Il momento più drammatico del libro è forse il suicidio del “numero ventuno” (nel campo non ci sono nomi e cognomi, ma solo numeri), l’omosessuale vicino di amaca di Armandito. Per mesi, il “numero ventuno” ha sopportato ogni cosa, le ore interminabili sotto il sole a tagliare canne da zucchero, le punizioni, le torture, la fame, ma quando è costretto, come tutti gli altri, a seguire i “gruppi di studio” non regge. Quando è costretto ad ascoltare per lunghe ore le verità del regime, le letture che un sergente fa dei discorsi di Fidel e delle poesie scritte dagli intellettuali irreggimentati, qualcosa gli si spezza dentro irreparabilmente. Lo psicologo sostiene che stia esagerando, gli altri carcerati non riescono a capire come sia possibile che per il “ventuno” le ore di lettura siano più atroci di quelle di lavoro. Eppure è così: “Non riesco a resistere”, dice lapidario pochi giorni prima di suicidarsi. In queste pagine c’è forse una delle più feroci denunce dell’indottrinamento castrista, dell’ideologizzazione forzata dei “diversi”. Viera ci lascia intendere che in ogni esperimento totalitario, in cui la politica pretende di sussumere a sé la totalità dell’esistenza, c’è una violenza sorda che si abbatte non solo sugli oppositori politici, ma soprattutto sugli “impolitici”, che al contrario dei primi sono molto più disarmati. Come rammenta Guido Vitiello nella postfazione, in seguito alle pressioni dell’opinione pubblica internazionale (ci fu anche una ferma denuncia da parte di Graham Greene), le Umap furono smantellate dopo il 1968. Da allora il governo cubano ha cercato di nascondere il ricordo dei campi e di infangare coloro i quali hanno cercato di farvi luce. Oggi che il castrismo è agli sgoccioli, la restrizione delle libertà non si è certo attenuata come dimostrano gli arresti del 2003. Si legga a tal proposito “Il libro nero di Cuba”, edito da Guerini e Associati: è un dettagliato resoconto dell’ultima ondata repressiva realizzato dall’organizzazione Reporter senza frontiere, da cui si evince tra l’altro che nella patria del socialismo sono soppressi non solo i diritti civili ma anche quelli dei lavoratori. L’embargo statunitense costituisce ancora il più potente alibi alla soppressione di tali diritti, e al mantenimento dell’autocrazia. Intanto le condizioni di vita dei cubani peggiorano, mentre l’unico obiettivo di Fidel è quello di rimanere al suo posto. Il desiderio della corte che lo circonda è invece quello di mantenere in vita il regime (almeno per un certo periodo) dopo la sua morte. Quella cubana è una dittatura ottusa, personalistica e senescente. Non da ora, ma già dall’inizio degli anni sessanta. Peccato che di questo non abbiamo parlato né i castristi e i guevaristi che si sono accapigliati quest’estate, né gli editori che vendono ancora l’epopea cubana attraverso il mito del Che. I veterocomunisti potrebbero obiettare che oggi, in Europa, non si corre alcun rischio a dirsi anticastristi, anzi si fa solo un piacere al Nuovo Ordine Mondiale. Come rispondere loro? Il fatto è che per criticare un’esperienza politica che richiede i gulag non serve scomodare la geopolitica e le leggi della Storia, né tantomeno smettere di essere di sinistra, occorrono solo un po’ di onestà intellettuale e di buon senso. Alessandro Leogrande
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