Iran senza riforma
di Bijan Zarmandili   

A oltre tre mesi dall’arrivo di Mahmud Ahmadinejad al palazzo presidenziale di Teheran, la sua figura politica, il suo spessore culturale e intellettuale e il suo vero peso politico nell’ingarbugliata dialettica politica della Repubblica islamica dell’Iran restano un rebus ancora da decifrare.
In altre parole, non basta dire che la sua elezione a capo dell’esecutivo del regime rappresenti una involuzione del processo messo in atto negli ultimi otto anni dalle sfortunate e timide riforme del suo predecessore Mohammad Khatami: Ahmadinejad è un esponente della destra, legato agli ambienti conservatori del clero sciita, dunque, la sua comparsa sulla scena politica iraniana è senz’altro un esplicito segnale della morte annunciata del riformismo khatamista. Non sarebbe neppure sufficiente, per una  maggiore conoscenza della politica del neo-presidente, sottolineare le ultime restrizioni in atto in Iran, altre limitazioni delle conquiste democratiche ottenute dalla società civile negli anni precedenti, come la censura dei siti internet, dei giornali e riviste indipendenti, maggiori limiti per i cineasti, per l’arte e la letteratura in generale: la censura è stata fin qui una prassi ordinaria delle autorità del regime, esercitata con maggiore o minore vigore secondo i tempi e le esigenze tattiche del potere islamico. Nulla di nuovo, dunque.
Lo stesso varrebbe per il costume, per le capigliature femminili più o meno esibite nei ciuffi che sporgono dall’hijab e dai chador e per gli abiti e le abitudini che vengono ossessivamente misurate sulle tradizioni autoctone. Nell’anima della Repubblica islamica dell’Iran c’è stato da sempre posto per una cinica indifferenza nei confronti di ragazzine di sedici anni impiccate per aver commesso “atti impuri” (nell’estate del 2004, Atefè, sedici anni, è stata impiccata in un villaggio della regione Mazandaran, perché sorpresa a fare l’amore nel bosco con un uomo), ma anche per un raffinato dibattito culturale e religioso nei confronti del destino dell’uomo, come ci hanno abituato in questi anni lo stesso Khatami e gli intellettuali intorno a lui. Non sarà certamente Ahmadinejad a ridare una nuova anima al regime, o a renderla omogenea.
Non sarebbe poi superfluo ricordare che l’Esecutivo iraniano, come del resto il Parlamento e la Magistratura, sono sottoposti alla legge del Velayat-e-Faghih, cioè al veto del Sommo ayatollah, la Guida della rivoluzione, figura centrale del sistema politico e costituzionale iraniano, carica rivestita, alla nascita della repubblica, dall’Ayatollah Khomeini e ora dall’Ayatollah Ali Khamenei. In sintesi, il vero potere resta nelle mani di Khamenei e non di Ahmadinejad: ciò vale innanzitutto per l’indirizzo complessivo del governo, sia in politica interna che per la sua politica estera. In questi mesi, dunque, l’Iran di Ahmadinejad è sicuramente peggiorato ulteriormente dal punto di vista del rispetto dei diritti e del proseguimento del suo processo democratico, ma non ha ancora subito una vera e propria svolta. Non ci sono insomma segnali di un capovolgimento sostanziale rispetto al passato: per ora, ciò che di involutivo sta maturando in Iran appartiene alla nota fenomenologia della stessa Repubblica islamica nata 26 anni fa dalla rivoluzione khomeinista.
Sarebbe tuttavia errato non tener conto degli elementi potenziali che stanno emergendo nel paese negli ultimi tempi, in parte rappresentati proprio dalla elezione del conservatore Mahmud Ahmadinejad a capo dell’esecutivo. È in movimento soprattutto la composizione delle classi e dei ceti in Iran e i rapporti di forza tra di loro.
Il riformismo di Khatami ha certamente potenziato la società civile e ha introdotto temi e argomenti inediti nel paese rispetto alla tradizione culturale imposta dalla rivoluzione khomeinista. La democratizzazione dell’Islam, gli strumenti della difesa dei diritti e il dialogo tra culture e civiltà, alcuni dei capisaldi del riformismo khatamista, hanno galvanizzato e sensibilizzato innanzitutto i ceti intellettuali ed è risultato stimolante per una larga fascia di giovani e di donne che compongono la maggioranza della popolazione urbana in Iran. Il riformismo promosso da Khatami ha tuttavia trascurato il peso di due settori essenziali della società: il ceto politico nato e cresciuto all’ombra del khomeinismo e legato a esso come unica fonte di sopravvivenza politica e le classi meno abbienti, che in una situazione di crisi economica endemica sono costretti alla dipendenza costante dai sussidi pubblici controllati dalle “Fondazioni islamiche”. In pratica, Khatami non ha voluto, o potuto, compiere delle riforme strutturali accanto a quelle di carattere sovrastrutturale e culturale. I poveri, i disoccupati, la media e la bassa borghesia, ma anche intere zone rurali dell’Iran, sono rimasti completamente fuori dai programmi del governo, principalmente impegnato a difendere la “democrazia islamica” e il “rispetto della Costituzione” dall’attacco dei conservatori.
La distanza tra il governo riformista e le masse popolari e la stessa delusione degli intellettuali, dei giovani e delle donne per le mancate riforme prospettate da Khatami hanno promosso la nascita di una nuova destra in Iran: una destra, sì legata al clero conservatore, ma con  caratteristiche nuove per la stessa tradizione del khomeinismo. In assenza totale di organizzazioni di sinistra, di un partito dei lavoratori, di sindacati, la nuova destra ha occupato in breve tempo gli spazi rimasti vuoti nella società e si è presentata come la forza capace di lottare contro la corruzione dilagante (con un riferimento implicito all’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsangiani, rivale di Ahmadinejad nella competizione elettorale), in grado di distribuire equamente le ricchezze nazionali (provenienti dal petrolio) e infine come la forza che promette meglio delle altre la difesa degli interessi nazionali dell’Iran.
A suo vantaggio la nuova destra non ha trovato soltanto una situazione di deterioramento strutturale, ma anche una nuova “casta” che era pronta a fare il suo ingresso sulla scena politica nazionale, sfruttando i conflitti e le contraddizioni prodotte dalla gestione caotica del potere da parte del clero, sia riformista che conservatore. Si tratta della nuova “casta” militare, cresciuta nel corso degli otto terribili anni della guerra iraniana contro l’Iraq e che ha pagato il prezzo più alto in termini politici e sociali per il mantenimento del regime, senza però ricevere compensi politici adeguati. La guerra Iran-Iraq ha determinato per la prima volta nella storia contemporanea dell’Iran uno spazio di crescita per i militari (nel caso specifico si tratta dei paramilitari Basigi e dei Pasdaran, ma anche delle forze militari regolari, ricostruite dopo la disfatta dell’esercito dello Scià). I militari hanno cominciato a chiedere il conto alla politica già durante gli anni del duro confronto e dello scontro tra i riformisti e i conservatori, pretendendo di essere interlocutori abituali dei palazzi degli ayatollah e  trovando udienza innanzitutto presso la Guida della rivoluzione.
Ahmadinejad è un perfetto prodotto del progressivo mutamento della società iraniana e della nuova destra emergente. Il suo populismo è stato perfezionato durante la sua carica di sindaco della capitale, quando ha affrontato i problemi di una metropoli di oltre 13 milioni di persone, sempre più distanti dalla dialettica politica tra le parti opposte del regime. Ma la sua appartenenza ai corpi speciali dei Pasdaran durante gli anni della guerra tra l’Iran e l’Iraq è stata determinante per rassicurare la nuova “casta” militare, che in lui ha visto il suo rappresentante più fedele e affidabile.
Le incognite legate alla figura di Ahmadinejad, in politica interna, ma innanzitutto in politica estera, sono dovute essenzialmente alle zone oscure su cui opera la nuova destra comparsa recentemente sulla scena politica iraniana. Non a caso la scelta dei ministri da parte di Ahmadinejad ha incontrato per  lungo tempo la resistenza degli stessi ambienti conservatori del Majlis, il Parlamento iraniano, che pure rappresentano la sua base politica e la sua maggioranza parlamentare. Non a caso si manifestano  nuove spaccature tra il clero conservatore, con l’onnipotente Rafsangiani che si distacca dall’Ayatollah Khamenei e cerca di costruire un nuovo “Centro” egemonizzando le truppe disperse dei riformisti orfani di Khatami. Non a caso nel linguaggio politico della Repubblica islamica troviamo un’enfasi sempre maggiore  posta sugli “interessi nazionali”, anziché sugli “interessi dell’islam”.
La stessa politica estera della Repubblica in fase di gestazione risente della tempesta politica latente. Le tendenze in atto spingono a fare prevalere il ruolo dell’Iran nella regione come una potenza regionale (obiettivo perseguito dai militari) e il nucleare è divenuto il principale strumento della realizzazione di tale obiettivo, prospettando un cambio di alleati e avversari a livello internazionale. Cominciano a chiudersi le porte di Teheran per gli europei (implicitamente l’Iran ha fatto capire alla troika Berlino-Parigi-Londra che non si fida più della sua mediazione con l’Agenzia nucleare e con gli Stati Uniti) e si tenta un avvicinamento progressivo verso la Russia e la Cina (Teheran si dice più garantita da loro nel caso che il dossier nucleare iraniano arrivi al Consiglio di sicurezza dell’Onu) e nel frattempo si cerca di rafforzare le posizioni nel Medioriente (in Libano attraverso l’alleanza con la Siria e con gli hezbollah libanesi) e nel Golfo persico (in Iraq con l’appoggio alla comunità sciita).
La rinnovata visione geopolitica dell’Iran deve però fare i conti sia con la dialettica politica in seno al regime, ma anche e innanzitutto con i pericoli che le ambizioni della nuova destra iraniana potrebbero provocare per la sicurezza del paese. Ahmadinejad sarà l’uomo che porterà l’Iran a una nuova posizione di forza nella regione, a una nuova potenza economica e militare asiatica, oppure il leader islamico che dovrà affrontare una nuova e devastante guerra contro il suo popolo, esposto sempre di più a un probabile attacco militare degli Stati Uniti. Sono le grandi incertezze che tormentano molti, a cominciare dagli stessi iraniani che lo hanno eletto, cercando di riparare alle inerzie del clero sciita.

Bijan Zarmandili