Archivio 2006 Febbraio - N. 68 La legalità secondo Cofferati
La legalità secondo Cofferati
di Luca Lambertini   

Dopo una campagna elettorale seguita e promettente, dopo i primi mesi esitanti e un po’ deludenti l’azione di Cofferati come primo cittadino di Bologna ha iniziato ad assumere dei lineamenti piuttosto precisi: passa in secondo piano il governo metropolitano del territorio che doveva superare il “piccolo è bello” guazzalochiano e proporre un’idea forte di governo dell’intera area provinciale bolognese; perdono di priorità i rinnovi infrastrutturali come il metrò o il sistema ferroviario metropolitano; quasi scompare, fatta eccezione per alcuni felici esperimenti, peraltro passati quasi inosservati, l’avvio di seri percorsi di partecipazione della cittadinanza al governo della città; si fatica sempre più a vedere in Bologna la “città accogliente e affettuosa”, la “città della pace” vagheggiata durante la campagna elettorale.
Prende invece corpo il nucleo più significativo della politica cofferatiana: il tormentone della legalità, che ha avuto un’eco fortissima in tutto il paese e ha scosso sia il centrosinistra bolognese che quello nazionale. L’idea-provocazione lanciata da Cofferati è nota: la sinistra ha per troppo tempo tollerato ampie forme di illegalità e, in nome di un malinteso senso di tolleranza, ha sottovalutato il problema della sicurezza nei territori urbani. Questo atteggiamento ha creato sacche di disagio in alcune zone delle città, ha incrementato il senso di insicurezza dei cittadini e, conseguentemente, la loro scarsa tolleranza nei confronti degli immigrati. Ed è qui che bisogna intervenire, ripristinando la legalità e l’ordine, anche per favorire processi di integrazione reale dei cittadini stranieri.
Questo teorema, riproposto dal sindaco in tutte le sedi locali e nazionali, ha avuto larghissima risonanza, a prescindere da quelle che sono state le sue applicazioni pratiche. Ci pare quindi interessante, prima di proseguire, andare a esaminarle. Le operazioni di sgombero di campi rom sono stati il primo, clamoroso passo: nel primo intervento sul lungo Reno sono stati sbaraccati centinaia di rumeni che per buona parte lavorano in nero nei cantieri bolognesi e che ogni mattina si ammassano davanti a un deposito di materiale edile delle vicinanze in attesa dei caporali. Cofferati ha però deciso di combattere solo l’illegalità delle baracche, ignorando lo sfruttamento che giornalmente avviene in decine di cantieri, ditte di trasporto, ristoranti e hotel della città. Ha saltato ogni mediazione, non ha coinvolto in questa operazione nessun apparato comunale se non quello della sicurezza, di cui egli stesso detiene la delega, e le uniche forze presenti erano quelle dell’ordine. A questa operazione squisitamente repressiva, che non ha nemmeno salvato le umanitarie apparenze, non ha risparmiato nemmeno “le donne e i bambini”, anch’essi cacciati o portati in questura. Sono poi seguiti altri sgomberi, più o meno soft, e altri seguiranno; sarà poi la volta dei centri sociali, anche quelli la cui posizione è stata regolarizzata dalle passate amministrazioni, e dei movimenti che occupano le case comunali sfitte da anni.
In questa escalation sicuritaria non sono mancati i momenti paradossali, quasi deliranti. Come la breve, effimera, ma drammaticamente significativa, campagna contro i lavavetri lanciata dal sindaco, forte, tra l’altro, dell’applauso sfrenato della Lega (“Cofferati è un padano e non sa di esserlo” gongolava Borghezio, mentre Gentilini rivendicava la paternità dell’idea). Secondo il primo cittadino le decine di indiani, pakistani e rumeni che passano la giornata ai semafori sarebbero protagonisti di comportamenti aggressivi nei confronti degli automobilisti, intralcerebbero il traffico e (ecco il motivo umanitario!) sarebbero vittime di uno spietato racket (quest’ultima ipotesi è stata poi smentita dai carabinieri dopo alcune indagini). Quando la vicesindaco, ex magistrato con delega ai servizi sociali, gli ha fatto timidamente notare che lavare i vetri ai semafori è pur sempre preferibile rispetto ad altre attività illecite, Cofferati ha fieramente replicato che “quando si inizia a fare una graduatoria dei crimini e delle illegalità si imbocca una strada pericolosa”!
Altro caso esemplare, questa volta da parte di un emulatore, è quello del sindaco di Bazzano, un quieto paese della provincia bolognese, che, richiamandosi all’esempio di Cofferati, ha fatto togliere le panchine da un viale perché vi si radunavano gruppi di immigrati, pericolosa insidia alla sicurezza dei cittadini. Proprio come successe, tra lo sdegno e il rimprovero generale, a Treviso qualche anno fa... Le proteste contro questa improvvisa svolta sono state numerose anche se spesso poco credibili, dettate (è il caso del vasto settore del privato sociale bolognese) più dal fatto di essere stati esclusi dalla gestione di importanti interventi sociali che da vera e propria indignazione. Anche i partiti della “sinistra radicale” e i residui del movimento, ricompattato dopo le cariche agli studenti a palazzo D’Accursio, faticano a trovare forme di contestazione e opposizione convincenti, limitandosi per lo più a una lunga serie di lagnanze, incapaci di uscire dall’angolo cui il sindaco li ha costretti.
L’impressione netta, pur mancando al momento rilevazioni che diano misure attendibili, è che buona parte della cittadinanza sia dalla parte del sindaco a cui, dopo i primi giorni di sgomento, sono arrivati numerosi attestati di solidarietà (si va dai circoli anziani ai gruppi scout, fino agli ambienti della curia e a numerosi noti intellettuali della sinistra cittadina). Ma com’è possibile, ci si chiedeva sgomenti in quei giorni, che nel cuore della rossa Emilia, rinomata nell’immaginario collettivo come modello di buongoverno cittadino, con un solido sistema di welfare e di sicurezza sociale, che è catalogata al primo posto nell’ultimo rapporto sulla qualità della vita del “Sole 24 Ore”, trovino ampio consenso politiche che fino a qualche tempo fa pensavamo fossero patrimonio della Lega e della destra più populista e forcaiola?
Trovare una risposta non è semplice, ma fondamentale. È evidente che la campagna di Cofferati ha poco a che fare con la legalità, con il rispetto della legge in quanto tale, bensì con le paure dei bolognesi. I quali, per buona parte, plaudono il sindaco e lo appoggiano pienamente.
A Bologna è infatti particolarmente alta la percezione d’insicurezza, più che la pericolosità della città. I reati legati alla microcriminalità, i furti e le rapine sono sì in aumento, ma ancora entro margini ampiamente tollerabili. Le ansie invece che simili episodi accadano proprio a se stessi sono spropositamente alte. Secondo un recente studio le paure più diffuse tra i bolognesi sono quelle relative alla sicurezza: alla domanda su quale sia il problema più preoccupante di Bologna quasi la metà del campione indica la criminalità e un altro 15 per cento segnala l’immigrazione (“Il problema della sicurezza nella percezione dei cittadini in Provincia di Bologna”, 2005). E Cofferati agisce nel tentativo di rispondere a queste ansie più che per ripristinare la legalità, ridotta a un pretesto per attuare politiche repressive e discriminatorie. Basti un esempio: a Bologna è estremamente diffuso il triste fenomeno della prostituzione di strada, con quel che comporta in termini di violenza e brutalità sulle ragazze costrette tutte le notti lungo la via Emilia e sui viali, o in termini di sfruttamento dell’immigrazione, spesso clandestina. Sono fenomeni contro i quali, come abbiamo visto, Cofferati ha dichiarato una guerra spietata e senza frontiere. Questa presenza non è però avvertita dai cittadini come una minaccia alla propria incolumità ma per lo più come fenomeno lesivo della pubblica decenza o come occasione di consumo. Guarda caso, qui la furia battagliera del sindaco non ha aperto nessun fronte, né ha calendarizzato nessun ripristino della perduta legalità.
Ma la paura diffusa della gente a muoversi in una città come Bologna è rivelatrice di problemi di lungo periodo, antecedenti sia a Cofferati che a Guazzaloca. L’affievolirsi dei rapporti sociali, l’abbandono da parte dei bolognesi dei luoghi pubblici come piazze o parchi hanno radici nei decenni passati, quando Bologna era rossa e comunista, ma allo stesso tempo sempre più ricca e sempre più interessata da fenomeni di migrazione, allora provenienti però dal mezzogiorno. Oggi la massiccia presenza di immigrati stranieri aumenta ancora di più il disagio: i luoghi abbandonati dai bolognesi (sempre più rinchiusi nell’ambito privato del proprio appartamento, della propria auto, della propria famiglia, dei propri consumi...) sono ora utilizzati da questi nuovi arrivati di cui poco si sa, ma dei quali si ha una gran paura. Ed ecco che le soluzioni di Cofferati vanno a colpire, nel vano tentativo di impedirli, gli usi disturbanti che gli immigrati, i ragazzi dei centri sociali, gli studenti fuori sede, insomma i cittadini meno assimilabili agli “autoctoni”, fanno degli spazi pubblici: si vieta il consumo di alcol all’aperto, si spostano sempre più in periferia i centri sociali, si “ripuliscono” i parchi dove sorgono le baraccopoli (non è un caso che le baracche del lungo Reno, visibili dalla via Emilia e dalla tangenziale, siano state tra le prime a essere abbattute).
Le ipotesi che si possono fare sui fini di tali miopi scelte sono diverse: Cofferati, “fatto fuori” come esponente del correntone, sta cercando, e con un certo successo, di accreditarsi presso gli ambienti più conservatori del centro-sinistra in vista di un ipotetico ritorno al governo. Oppure il sindaco, che si muove con solitaria e ottusa spregiudicatezza, ha deciso la sua linea come la via più semplice, culturalmente meno impegnativa ed elettoralmente meno rischiosa, per dare risposte chiare alle ansie dei cittadini bolognesi, sempre più spaventati dallo sfaldarsi delle relazioni sociali e dalla trasformazione della loro città in una metropoli che, anche se in scala ridotta, produce fenomeni nuovi e spaesanti.
Comunque sia ha riscosso un gran successo, gli sono state dedicate copertine di rotocalchi, editoriali entusiasti di molta stampa nazionale (con “la Repubblica” sempre e comunque in primissima linea!), e le tv si sono riversate nella città felsinea che per qualche giorno è sembrato un set televisivo a cielo aperto. E sta indicando, molto ascoltato, all’eventuale prossimo governo dell’Ulivo una chiara, preoccupante linea d’azione.

Luca Lambertini