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Parto da una sensazione di pelle e da un dettaglio. L’invito di Tricomi nel suo bell’articolo a “smitizzare Pasolini” e “a leggerlo soltanto” lascia un po’ il tempo che trova e può fuorviare. Già la parola d’ordine suona falsa. Smitizzare, d’accordo, va benissimo. Ma “leggere soltanto”: che vuol dire? Contemplazione, studio, intrattenimento elevato, reverenza: forse è una ricetta (mediocre) per professori in carriera, assessori, esteti, giornalisti. Però il gioco, almeno stavolta, non funziona. C’è poco da fare. Il problema sta solo qui: Pasolini non si lascia mai leggere soltanto (c’è di meglio da leggere, del resto). Non è un limite o un pregio, è solo un fatto. È da trent’anni che siamo invischiati in questa trappola. Il poeta-stratega, il tattico lucidissimo ma eccessivo, il ricattatore geniale e intollerabile hanno ipotecato il futuro senza scampo. Leggere Pasolini – oggi, ieri, domani, non importa – continua a significare usarlo, o farsi usare. Forse dovrebbe essere sempre così (o quasi sempre) ma per qualcuno è semplicemente inevitabile (Marx, per esempio, o Orwell, Simone Weil). La lettura colta, il commento e la chiosa, l’esegesi diventano oziosa accademia, fanno male. Con Pasolini o ti metti e rimetti in gioco o perdi tempo. Se continuiamo a leggerlo è per farci qualcosa, bene o male. Non contano neppure tanto le sue boutade seriosissime, quelle provocazioni irritanti, i mezzi scandali. Resta il ‘ricatto’ del Pasolini polemista-integrale, il metodo senza metodo della “bestia da stile”, il segno di quella prosa usa e getta da battaglia. La scrittura come irritazione, rigetto, risentimento, l’azione intellettuale come sabotaggio o guerriglia, negazione: la ‘sindrome’ Pasolini è solo l’epifenomeno di una dinamica dannatamente più oscura, molto ambigua. Nonostante i suoi stessi calcoli, le moltissime pose, il narcisismo Pasolini non sfugge praticamente mai a questa sua vocazione di scrittore civile dentro un mondo incivile e molto idiota. A lungo – immagino – avrebbe voluto essere soltanto un poeta (o un professore). Ma dalla metà degli anni sessanta in poi – perlomeno – c’è uno scarto bruschissimo e ogni pagina di Pasolini rientra dentro un paradosso totale, insuperabile. Vivere e lavorare in scambio continuo con una società che vorresti negare e ti dà la nausea e poi scrivere soltanto di questo senza nemmeno la speranza che possa servire a cambiare qualcosa, che sia utile. Non è un’impresa gratificante, un bel lavoro. Ma questo cortocircuito resta il cuore – straziato e straziante – del problema. L’approccio ‘culturale’ con Pasolini non funziona per questo (ed è anche giusto). Se lo leggi sei di fatto costretto a traslocare dentro questo paradosso ‘politico’ e in questo male. Vivere in simbiosi coatta e nel rifiuto integrale del presente: non abbiamo grosse alternative, neanche oggi. Pasolini non ha lasciato un messaggio o una lezione. Non importa, anzi è meglio così, decisamente. Di Pasolini – almeno del Pasolini degli “Scritti corsari” e delle “Lettere luterane” – resta la ‘posizione’ obbligata, un esempio lucido ma estremista di intervento sul mondo, lo stile di una presenza inconciliabile. Perché (e contro cosa) si scrive? E per chi diavolo si prova a dire qualcosa, a far qualcosa? Il Pasolini ‘polemista’ è un poeta che ha rinunciato all’alibi dell’arte e un cittadino semplicemente furioso, disperato. Gli esistenzialisti parlavano di situazione e sono sempre più convinto che di Pasolini quello che siamo chiamati a ripetere (o a rimuovere) sono esattamente la situazione, il problema, quel tentativo sperimentale e umorale di presenza. Da questo punto di vista va considerato un maestro e non ci piove. Bisogna fare piazza pulita di tutte le troppe parole a vuoto di questo trentennale vomitevole (e di un’idea sbagliata di cosa siano i maestri e la pedagogia) e andare al nocciolo della questione. Tutta la prosa ‘politica’ di Pasolini è il tentativo serissimo e scomposto di provare a costruire un alfabeto del rifiuto per contestare un presente intollerabile. Ma la cosa essenziale è da cosa partiva, perché si sentiva costretto a parlare, anzi a reagire. Pasolini odiava la società che gli si andava consolidando attorno perché sentiva davvero quella mutazione come un’offesa personale e un affronto, una ferita. È lui stesso che parla di “trauma”, evoca il linguaggio del corpo, la coercizione totalitaria delle cose. Scrivere, farsi sentire, predicare: ha senso solo quando si prova questa forma di dolore e si vive il presente come lotta, ostinata protesta, negazione. Altrimenti molto meglio il silenzio, l’astensione. Prima ho detto che Pasolini ci tocca ripeterlo o rimuoverlo ma è il caso di aggiungere che oggi la rimozione sta avendo la meglio, massiccia, incontrastata. Nel sancta sanctorum degli intellettuali-guru-opinionisti italiani anche i più pessimisti corteggiano il presente con spensierata facondia pontificante. Al fondo, amano questa società deficiente, ci stanno benissimo (anche quando fanno i maudit o i paria). Distinzioni, polemiche e diatribe si innescano solo a un secondo livello e ogni piccolo, singolo rifiuto è figlio di una grande accettazione originaria. Tutte queste chiacchiere su quanto ci manca o non ci manca Pasolini suonano abbastanza insincere e molto ipocrite però in fondo tradiscono anche un problema reale, sono un sintomo. Ci sarà un motivo se un’intera classe intellettuale è retoricamente ossessionata da quel fantasma eccessivo e imbarazzante. In questo paese ridicolo e grottesco la ‘situazione’ Pasolini resta come una specie di test politico latente. Quello che manca, oggi (quasi a tutti), sono il risentimento, la furia e il disagio epidermico, la rabbia. Quello che manca è quel rapporto contrastato, sinceramente angosciato e ferito col presente, quel senso di amore deluso dilagante e quel dolore che non diventano paralisi o rancore ma si trasformano in motivazione ad agire, ribellione. Finisco con una citazione che ritengo esemplare e molto chiara. “Io penso che la disperazione è oggi l’unica reazione possibile all’ingiustizia e alla volgarità del mondo, ma solo se individuale e non codificata”. Pasolini lo scriveva nel ’68, e resta vero. Vittorio Giacopini
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