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In uno dei suoi ultimi articoli poi pubblicati in “Lettere luterane”, intitolato “Pannella e il dissenso”, Pasolini scrive della necessità non di elaborare nuove forme di “disobbedienza”, ma di “individuare e vivere una obbedienza a leggi future e migliori”. Come spesso accade nelle “Lettere luterane” ciò che l’autore argomenta è tanto sensato quanto provocatorio: anche in questo caso, come nei “brutti versi” su Valle Giulia, si sofferma a parlare di militari e poliziotti; Pasolini prende in considerazione due casi, e invita Pannella a fare altrettanto. Il primo è un caso di disobbedienza: il sergente Sotgiu che protesta per le condizioni “inumane” in cui vivono i sottufficiali e che, in epoca di “proletari in divisa” e di antimilitarismo radicale, è ovviamente elevato a modello dalla nuova sinistra. A scanso di equivoci, Pasolini aggiunge subito di provare simpatia per il sergente, ma – lascia intendere – non è questo il punto. Il secondo è un caso di obbedienza, in anni in cui “l’obbedienza non gode alcuna popolarità, neanche come idea”: è il caso del poliziotto Rizzo, suicidatosi perché il detenuto a lui affidato era fuggito dopo che egli gli aveva concesso la propria fiducia. Al secondo caso, alla sua tragicità, alla sua profonda umanità – lamentava – nessuno ha dato la dovuta importanza. Intuiamo subito che per Pasolini è questo il vero esempio di disobbedienza contro la realtà voluta e pretesa dal nuovo potere. Rizzo “si è opposto a tale realtà in nome di tutto ciò che da tale realtà è stato brutalmente distrutto. Perché è la ‘distruzione’, ripeto, il segno dominante del nuovo potere.” Una distruzione che rende l’Italia del ’75 tragicamente simile a quella del ’45, una distruzione che investe non solo le classi e le culture popolari, ma anche i valori e le parole, soprattutto le parole del dissenso. Iconoclastia (nei confronti dei “vecchi” valori, anche di quelli proletari, che Silone avrebbe detto “socialisti”), genocidio culturale e nuovi rapporti di produzione non sono in opposizione tra loro. La grande verità è che vanno di pari passo. Il confronto con Pannella mette in luce il paradosso degli scritti corsari e luterani, e permette di sfuggire alle incomprensioni di cui questi spesso sono oggetto. Il Pasolini corsaro non è un reazionario, né rimpiange le borgate di una volta, il Friuli contadino, l’Italia ai tempi del fascismo. Niente di più lontano dalle sue pagine! È al contrario un intellettuale che lucidamente scorge come contro la distruzione imposta dallo Sviluppo, e contro l’impasse della politica italiana, non serva invocare semplicemente il diritto di accedere al mondo luccicante delle merci, assecondando tempi e diktat del capitale. Gli scritti di quel periodo partono da un doppio rifiuto: del fascismo dei padri e del fascismo dei figli, dell’Italia clericale e democristiana (un “nulla ideologico mafioso”) e del neocapitalismo consumista e falsamente progressista. Per questo sono ancora attuali in un paese che nei trent’anni successivi non ha prodotto un vocabolario d’opposizione realmente innovativo. Certo, Pasolini non è stato il solo a descrivere la mutazione italiana. Eppure è stato il più lucido e apocalittico. Negli scritti, specie in quelli giornalistici e nelle invettive, di Volponi, Morante, Carlo Levi, Bassani, Fortini, Calvino, Moravia… non c’è la stessa acutezza di Pasolini. Non solo la stessa disperazione, ma soprattutto lo stesso acume polemico, la capacità di concentrare in interventi spesso brevi i passaggi di una trasformazione radicale che avveniva su più piani. Prendiamo, ad esempio, Carlo Levi, scomparso come Pasolini nel ’75. Negli anni venti e trenta del secolo scorso ha scritto articoli davvero illuminanti sulla “Rivoluzione liberale” e sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”. Negli anni quaranta ha scritto due tra i più grandi romanzi politici del Novecento italiano, il “Cristo” e “L’orologio”. Ma, benché nel ’74 scrivesse “Quaderno a cancelli”, gli scritti coevi sembrano impastati di una retorica precedente, imbrigliata negli anni cinquanta. Non colgono la mutazione italiana: il rapporto tra mutazione, corpi e politica. E lo stesso si può dire per gli altri grandi. Volponi, ad esempio, non riesce a trasporre la tensione di “Corporale” in polemiche e invettive “del momento”. Pasolini ha saputo intravedere margini e dettagli (quasi sempre personalmente esperiti) della mutazione in corso. E, benché alla metà degli anni settanta tali dettagli non fossero ancora largamente dominanti, nei suoi scritti li ha dilatati, facendoli apparire come totalizzanti, come un eterno presente con impervie vie d’uscita. Descrive come affermata una realtà che si affermerà pienamente solo nel decennio successivo, negli anni ottanta di Reagan e della Thatcher, di Craxi e di Berlusconi, quando l’edonismo andrà davvero al potere: è questa dilatazione del dettaglio, l’intuizione del suo successo, che dà ai suoi scritti un’aurea profetica. I suoi articoli più “politici” descrivono invece un Palazzo democristiano e consociativo che, impermeabile a ogni spinta al cambiamento proveniente da una società non migliore, ma semplicemente più veloce, è destinato a crollare sotto colpi giudiziari. È fin troppo banale sottolineare che ciò è effettivamente accaduto una quindicina di anni dopo (e che forse sarebbe anche accaduto prima se il caso Moro non avesse prolungato i tempi di quel collasso): in ogni modo Pasolini (e qui sfatiamo un altro mito) non ha mai pensato che il Processo coincidesse con la Rivoluzione; al contrario, questo appare tutto sommato come l’inevitabile soluzione di una lotta tra poteri vecchi e nuovi, cui in parte contribuire con un’opera di chiarificazione intellettuale per evitare quello sfasamento temporale tra una realtà politica dominata dagli zombi democristiani e una realtà economica ormai regolata dal neocapitalismo (potremmo oggi aggiungere globalizzato, liberista ed “ecocida”). Caduta la Dc, scriveva nel ’75, sarebbe andato al potere un moderno partito del Tecnofascismo, immediata rappresentazione di quella “distruzione” e della borghesia che aveva trionfato. Pertanto il nodo di fondo della riflessione rimane un altro: la ricostruzione di un nuovo mondo, dal momento che quello che avevamo è andato distrutto e che il nuovo è anche peggiore, secondo nuove regole. Ma insieme a chi avviare una simile opera di ricostruzione? E poi: è possibile ricostruire rimanendo alla larga del potere? Come contemplare una nuova obbedienza che non obbedisca al vecchio né al nuovo autoritarismo? Esistono zone franche? Dalla metà degli anni sessanta in avanti si può dire che Pasolini abbia inseguito nuovi spazi di alterità, nuovi terzi mondi (Naldini ha parlato di “vocazione a un Sud dell’anima”) ogni volta che i terreni già battuti erano risucchiati sociologicamente, antropologicamente, culturalmente. Quest’opera titanica sembra dichiarare il proprio intimo fallimento in “Salò”, con la descrizione della piena connivenza tra vittime e carnefici. Eppure c’è anche un Pasolini libertario e “radical” che fino all’ultimo, fino cioè all’ultimissima intervista concessa a Furio Colombo poche ore prima di essere ucciso, non si stanca di ripetere un concetto presente nei suoi scritti da almeno un decennio. Questo concetto era già presente nella poesia su Valle Giulia; anzi, è il vero nocciolo della poesia al di là provocazione sui poliziotti “figli di poveri”. Dice infatti rivolgendosi agli studenti: “Smettetela di pensare ai vostri diritti, / smettetela di chiedere il potere. / Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti, / e bandire dalla sua anima, una volta per sempre, / l’idea del potere. Tutto ciò è liberalismo: lasciatelo / a Bob Kennedy.” Non solo: l’idea dello spossessamento per scelta, dell’abbassamento quale unica via rivoluzionaria era stata già sottolineata nel “Vangelo secondo Matteo”, con l’individuazione nel “beati i poveri in spirito” dell’unico vero antidoto non solo al dio denaro, ma a qualsiasi potere. Al Potere. Negli anni successivi – nel momento in cui vede affermarsi intorno a sé un mondo che rincorre la retorica del binomio “diritti-consumo” e che produce, per inevitabile alienazione, i tanti massacri del Circeo – quest’idea assume, sì, venature più radicali tanto quanto più pessimiste, ma non viene mai messa in discussione. Anzi, si diceva, è presente anche nella sua ultima intervista (“Siamo tutti in pericolo”, recentemente ripubblicata da Avagliano con il titolo “L’ultima intervista di Pasolini”). A un Furio Colombo che sembra non afferrare il senso del suo discorso e che insiste su una sua presunta nostalgia del mondo andato, risponde piccato: “No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone.” Ciò che Pasolini vuole salvare è la difesa di una predisposizione umana, non di un preciso momento storico o geografico. In un mondo ormai de-umanizzato non c’è alternativa: serve un nuovo linguaggio della protesta, ma anche – e soprattutto – una nuova “obbedienza”. Perché se non ti preoccupi di creare nuovi valori, questa produzione sarà lasciata a loro, ai nuovi poteri, ai nuovi fascismi, e allora ti fregheranno. Per questo Pasolini non è stato “un moralista” e, benché nelle sue analisi partisse sempre da sé, da un dato irriducibilmente individuale, ha costantemente cercato il dialogo con chi potesse lavorare alla costruzione, anche se temporaneamente, di un campo libero, tanto più libero quanto più in grado di salvaguardare l’avversione morale per il potere e per le sue manifestazioni sociali, psicologiche, sessuali. (Questo campo non era ovviamente occupato solo dai radicali.) Enzensberger ha detto che con lui è morto l’ultimo mostro sacro della cultura italiana, cioè l’ultimo dei “tiranni” alla Sartre. Molti aggiungono che ciò è un bene, un segno della democratizzazione del pensiero e delle lettere. Eppure è un dato di fatto che, da noi, nessuno ha mai più ricoperto quel ruolo. Solo Sciascia, finché è vissuto, in alcune polemiche e in alcuni articoli, ma non con la stessa “fame” di Pasolini. È questa “fame” che ancora oggi ci spiazza: si può anche smitizzarlo, o giustamente minare le fondamenta della sua iconolatria, ma non si può anestetizzare quella “fame”, quell’incessante ricerca di una via di fuga al disastro che in Pasolini prende la forma di un vero e proprio orrore del silenzio, dell’omissione della parola. Alessandro Leogrande
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