| Le uova strapazzate di Buttafuoco |
| di Marcello Benfante |
|
È indubbiamente un segno dei tempi il successo di un libro spregevole (“à la lettre”: privo di pregi di alcun genere) come “Le uova del drago” (Mondadori) di Pietrangelo Buttafuoco. Di questi tempi bui di restaurazione e di neo-conservatorismo integralista, di revanscismo e di reazione, di revisionismo storico e anticostituzionale. A dare fastidio non è tanto la nostalgia anacronistica di Buttafuoco per l’orbace e il littorio, ma al contrario il suo essere pacificato col presente e del tutto integrato e funzionale a un sistema attualissimo di potere politico e culturale. Fastidio, appunto. Nient’altro. Il calderone in cui Buttafuoco cuoce la sua frittata di inverosimili amenità è così grottesco da impedire perfino una vera indignazione. Il delirio nazista di un Dante Virgili (vedi “Cronaca della fine” di Antonio Franchini) era ancora un fenomeno incontrollabile, una scheggia impazzita, uno sproloquio visionario che si collocava fuori da ogni logica di governo o di opposizione, e per questo manteneva una sua orrida purezza, una sua demenziale e distorta verità. Buttafuoco invece è soltanto un tassello di un progetto di riconversione dell’Italia post-democratica, di riciclaggio del suo eterno fascismo, di ristrutturazione delle sue fondamenta marce. Firma del “Foglio” e di “Panorama”, uomo di punta di Giuliano Ferrara, penna (di pavone) di una sottocultura giornalistica, Buttafuoco è a tutti gli effetti un uomo di potere e del potere, espressione di un’ideologia visceralmente illiberale sdoganata dall’era berlusconiana. Nato a Catania nel 1963, Buttafuoco ha tratto il peggio da una tradizione destrorsa isolana cui ha mescolato una fascinazione decadente per un superomismo ariano a sua volta speziato di orientalismo esoterico. Il pot-pourri dà vita a una sorta di sincretico misticismo bellicista in cui il paganesimo nordico si coniuga al crociatismo templare e all’integralismo islamico, accomunati dall’esaltazione dell’atto eroico e dell’ubbidienza al destino dei singoli e dei popoli. “Le uova del drago” in tal senso, è un vero e proprio manifesto di un’estetica della violenza, del sangue e della morte. Per meglio dire, è un proclama guerresco che non attinge mai a un’autentica, ancorché turpe, poesia della battaglia, del sacrificio e della sconfitta. Il romanzo narra le vicende dello sbarco angloamericano in Sicilia nel 1943, interpretandole nell’ottica dei perdenti, dei nazifascisti impegnati in una vana e parziale resistenza. L’operazione, in sé legittima e potenzialmente non priva di interesse, ricalca maldestramente “Il Gattopardo”, con gli Alleati liberatores nel ruolo di nuovi garibaldini che impongono il loro dominio di ferro e fuoco, ricorrendo finanche a massacri che riecheggiano l’efferatezza della repressione di Bronte e sembrano volersi contrapporre agli eccidi nazisti esecrati dalla storiografia ufficiale. Buttafuoco racconta infatti l’altra storia, l’antivespro siciliano, la “morte del sole”, il crollo del fascismo visto dalle irriducibili camicie nere. E in questo oscurarsi del mondo procede con cieco furore. Se Buttafuoco si fosse limitato a esprimere il punto di vista del ventennio agonizzante o se avesse scelto con più coerenza un approccio mitologico e fiabesco, le mirabolanti avventure della superspia nazista Eughenia Lenbach sarebbero state tutt’al più la versione politicamente scorretta (e cioè correttissima, visto l’attuale “zeitgeist”) di certi serial con eroine invitte alla Isabella o Barbarella. Ma l’autore ha la pretesa velleitaria di sbugiardare la storia scritta dai vincitori, e accampa a tal fine una serie di luoghi comuni e di assurdità, con l’unica accortezza di mischiarli a una fiction più televisiva che paraletteraria. Il repertorio che ne consegue è una caricatura del feuilleton pseudostorico, in cui, intorno a un’amazzone-virago-Kalì che semina morte e custodisce il segreto di una rinascita, si affastellano personaggi e situazioni improbabili: undici “hashishin” musulmani, un prete guerrigliero, “eroi purissimi” di un arditismo che non molla e non si piega al vento delle necessità epocali. Ma quest’Opera dei Pupi – esplicitamente evocata nei nomi dei protagonisti, quasi tutti tratti dal ciclo carolingio e dal teatro delle marionette siciliane – si affloscia nell’incongrua rivendicazione di una verità alternativa che il sistema demo-plutocratico avrebbe sepolto con le sue vittime. La metastoria reinventata da Buttafuoco si basa su un manicheismo aberrante: l’antifascismo è solo mafia e massoneria, doppiogiochismo prezzolato, vile tradimento, banditismo, truffaldineria. A cui si contrappone una minoranza audace di fedelissimi mussoliniani e di efficienti figli di Odino, un’aristocrazia di coltello, interclassista e interetnica, un romanticismo guerriero magnifico e al tempo stesso bestiale. La Sicilia opportunista e infingarda, con in testa Palermo, “ospitalissima” puttana che si schiude alle voglie dei satrapi americani, è moralmente riscattata da un manipolo di sabotatori e vendicatori che celebrano una paradossale e antitetica alleanza catto-musulmana e nazi-araba, del sangue contro l’oro, della forza settaria e fanatica contro il capitalismo ateo e il protestantesimo usurpatore. La misura manzoniana di storia e invenzione si trasforma così in un intreccio di improbabili millanterie, esagerazioni, pregiudizi, banalità. Buttafuoco cita Sciascia per affermare che l’antifascismo in Sicilia era interamente costituito dalla mafia, ma poche pagine dopo ribadisce quell’equivoca e piccina vanteria delle “porte aperte” che proprio Sciascia ha confutato nell’omonimo romanzo (e per fortuna ci risparmia almeno il ritornello stucchevole dei treni in orario). Il ruolo della mafia italoamericana nell’invasione della Sicilia viene amplificato fino alla caricatura, e di contro si sovradimensiona la bonifica effettuata dal prefetto Mori, che di fatto fu frenata dal regime una volta debellata – o quasi – la piaga del banditismo. La stessa conquista dell’isola viene letta come il risultato non di una superiorità militare, bensì di una macroscopica congiura della viltà, di un tradimento della marina italiana e delle nostre forze armate. Nel fumettone delineato a rozzi tratti da Buttafuoco trovano spazio le più assurde ipotesi: la Sicilia diviene un obiettivo strategico non nell’ambito di una risalita della penisola, ma a ragione di poco credibili laboratori di fisica nucleare preposti a continuare l’opera di Ettore Majorana. Manca poco che perfino la tesi di uno Shakespeare italiano proveniente dal Tavoliere delle Puglie venga accreditata con documenti inoppugnabili. L’immaginoso Buttafuoco dal nome quasi pinocchiesco potrebbe perfino apparire come un divertente magliaro se non fosse per il tono enfatico e tronfio, che si avvale con sconcertante discontinuità di una lingua ora turgida e ora piatta. Il discorso demagogico si gonfia talora di retorica, di magniloquenza, di un barocchismo intessuto di dialettismi pittoreschi, ma poi si abbandona a un’elementare tramatura picaresca che avrebbe un che di salgariano (compreso l’odio per la barbara schiatta inglese) se non fosse affaticata da un imbarazzante sovraccarico ideologico e mistificatorio. E comunque quando la narrazione scorre lungo la linea del semplice entertainment ha un suo ritmo disinvolto e sbarazzino, mentre laddove azzarda funambolismi dannunziani intoppa puntualmente nel kitsch con accozzaglie metaforiche quasi autoparodistiche (un esempio per tutti: “l’acqua che cola dai loro calzari sventaglia sagome d’albero sul pavimento”). L’unico momento sincero del libro è l’apparizione, in un fulmineo cammeo, di Franco Franchi che in strada, tra la folla divertita, imita e sbeffeggia Hitler (in modi non dissimili da Chaplin, ossia mostrando in pochi cenni mimici la ridicola tragicità del “grande dittatore”). Involontariamente comica è pure la descrizione del führer schizzata da Buttafuoco, che lo immagina in abiti da montagna e “il ciuffo gettato sullo sguardo”: il demone affascinante che ha sprofondato il mondo negli inferi si rivela in questo quadretto bucolico di pessima pittura nazista una macchietta patetica e buffa. Fin dalla copertina, con la foto languida ed estetizzante della bionda figlia del Borgomastro che giace suicida su un vecchio divano di pelle, tutto il romanzo di Buttafuoco esalta la luce diafana e crudele di un nord guerriero e autodistruttivo, ma non riesce a tenere del tutto a freno la vitalità irridente di un sud terragno che si arrabatta per scampare al naufragio della storia anche per mezzo delle fantasmagorie del cuntu e della posteggia. In questa contraddizione di pulsioni il libro ha qualche squarcio di verità, ma è nel complesso un’artificiosa e bizzarra montatura, un insincero omaggio dottrinale a divinità iperboree false e bugiarde in nome di una macabra religione della forza. Marcello Benfante |
