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“No Tav”: una scritta verticale bianca su una grande roccia che domina a 100 metri di altezza la statale che porta da Susa a Torino. è il marchio della protesta e sta lassù da oltre 15 anni perché il no alla Tav, in Valle di Susa, non nasce nell’autunno del 2005. In questi ultimi mesi cresce, diventa visibile, si fa notizia. I lavori infatti stanno per partire. Ma non è solo questo ad accendere i riflettori sulla valle. Questa protesta infatti si disegna come un movimento assai simile ai tanti che stanno attraversando l’Italia e che si oppongono a diverse “grandi opere”. Da Acerra per l’inceneritore, a Scanzano per le scorie radioattive, da Venezia per il Mose, a Messina per il ponte, e poi ancora la Tav in Toscana e Lazio. In questi come in altri casi le grandi opere sono ritenute inutili, dannose per l’ambiente e per la salute degli abitanti. I vantaggi che ne risulterebbero per la collettività sono poco convincenti mentre spesso sono assai chiari i benefici per alcuni specifici gruppi legati alla realizzazione dell’opera. La Valle di Susa e la sua protesta hanno naturalmente la propria specificità. Bisogna però non equivocare: comunità montana, valle, montagna… sono parole che possono richiamare immagini di natura e parchi, di boschi e verde destinati a essere distrutti e tagliati in due da una linea ad alta velocità che deturpa l’ambiente. Non è così. La Bassa Valle di Susa è già rovinata di suo. Da sempre è strada di passaggio verso la Francia, con due statali, una ferrovia e un’autostrada il cui impatto ambientale e paesaggistico è davvero devastante. Il livello di inquinamento per il passaggio dei Tir e per il tessuto industriale esistente è alto e l’economia locale della Bassa Valle si regge proprio sulle piccole e medie aziende. L’emblema è l’Azimut, un’industria di Avigliana, che ha visto una spettacolare crescita negli ultimi 15 anni fino ad arrivare agli oltre mille dipendenti attuali. Un’azienda che non conosce crisi anche in virtù di ciò che produce: yacht di lusso. Ma barche per miliardari costruite in montagna e crescita a ritmi cinesi in periodo di crisi non sono la sola anomalia di questa valle. In tanti sono passati e si sono fermati qui: mafiosi al confino che hanno fatto il proprio mestiere (Bardonecchia è stato il primo consiglio comunale del Nord Italia sciolto per infiltrazioni mafiose), terroristi in andata e ritorno dalla Francia e che qui avevano i loro campi di addestramento, e poi oscuri e inquietanti personaggi legati ai servizi segreti. Non bisogna poi dimenticare che la Tav ha già fatto le sue vittime prima ancora di fare il suo primo incidente: i due anarchici squat, per tutti Sole e Baleno, arrestati (è il 1998!) per attentati contro la Tav e che si sono entrambi tolti la vita nel giro di poche settimane mentre erano in stato di custodia cautelare. è sulla loro memoria, sui mafiosi, sugli yacht e sugli strani agenti dei servizi che sta per passare ai 280 all’ora un treno carico di miliardi. è questo il contesto in cui nasce, cresce ed esplode la protesta in Valle di Susa. Le migliaia di persone che hanno manifestato tra Susa e Venaus, e poi a Torino e nei presidi, organizzando feste, bloccando strade e ferrovie e accendendo falò fanno parte di un universo eterogeneo e vasto. Se parliamo di abitanti, è facile: ci sono tutti. Commercianti, insegnanti, lavoratori pendolari (per i quali si aggiunge la beffa dei disservizi quotidiani dei treni locali), studenti, sacerdoti, operai, dipendenti pubblici e amministratori locali di ogni partito. Si sono organizzati nel corso degli anni in diversi gruppi o comitati locali, uno dei quali ha presentato con scarso successo elettorale una lista alle ultime elezioni provinciali. Sul versante di gruppi più organizzati, oltre agli anarchici amici di Sole e Baleno, c’è Askatasuna, uno storico centro sociale torinese, che sin dall’inizio ha seguito, accompagnato e sostenuto la protesta. La presenza dei suoi membri è attenta: c’è la consapevolezza di essere all’interno di una vera protesta di popolo, un’esperienza non facile da incontrare o addirittura da stimolare. Per questo i loro linguaggi, modi, comportamenti si sono fatti più cauti, riuscendo a evitare fratture e incomprensioni con quanti dentro il movimento sono quasi antropologicamente diversi da loro. Ci sono poi tutti gli altri centri sociali torinesi, i gruppi ambientalisti, l’universo no global e pacifista. Per quanto riguarda le organizzazioni istituzionali, le adesioni si fanno più frammentarie: la Fiom provinciale sì, la Cgil no, Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani sì, anche se sostengono in Provincia e Regione maggioranze che presentano nel proprio programma il sostegno alla Tav. è evidente che questa eterogeneità di sigle, gruppi, famiglie (in senso letterale) ha in sé anche una grande diversità di letture, obiettivi, motivazioni. Tant’è vero che in un contesto di questo tipo ci sta benissimo la visita in valle di Mario Borghezio, eurodeputato della Lega Nord, non a caso il partito di governo più attento alle ragioni dei No Tav. La paura per l’amianto e l’uranio, i rischi per la salute e forse più ancora un cantiere che durerà il tempo di far crescere una generazione di bambini spazzano via ogni tipo di distinzione. “Sarà düra” (con la ü stretta, piemontese) è un grido che trova tutti d’accordo. Ma la consapevolezza di quale sia la portata di questa protesta forse è patrimonio di pochi, quelli “impegnati”, magari nei social forum locali o nei gruppi ambientalisti e di volontariato. L’attenzione allora si sposta inevitabilmente sui tanti che di solito in piazza non scendono. Per questi, ad esempio, pensare di essere “movimento nazionale” significa finire in apertura del Tg1, o semplicemente “portare la protesta a Roma”. Non sono loro quelli che colgono in pieno che “nazionale” significa che la protesta della Valle di Susa si colloca in quel filone di protesta contro le grandi opere che sta percorrendo l’Italia. Una protesta che segna con grande chiarezza una linea di scontro tra diversi portatori di interessi. Una linea sulla quale la politica ha perso la propria funzione di mediazione, non tanto perché incapace, quanto perché schierata. La logica della spesa pubblica vuole oggi interventi per grandi progetti e grandi opere. Il senso è chiaro: gli ingenti finanziamenti europei o i fondi straordinari dei ministeri non sono disponibili per semplici interventi di manutenzione ordinaria (magari proprio per le linee ferroviarie dei pendolari). Servono per opere di interesse nazionale o europeo e, quindi, per garantire grande visibilità e ritorno elettorale. Chi vuole avere accesso a quei fondi, si organizzi: presenti idee e proposte, faccia opera di lobby, perché solo attraverso i canali della politica quei forzieri si apriranno. All’interno di questo meccanismo, è evidente che l’utilità o meno di questi lavori la si lascia dimostrare a qualche studio di consulenti ben pagato che disegnerà un futuro di numeri esatti: sono le tonnellate di merci su rotaia, i veicoli che transitano su ponti o i punti di crescita del Pil garantiti dalla grande opera. Ma quando le idee si trasformano in cemento, in cantieri, quando i disastri ambientali sono visibili e tangibili e quando è chiuso ogni spazio politico per mediare, per fare pesare il proprio “no”, la mobilitazione diventa inevitabilmente popolare. Per alcuni versi le motivazioni e l’entusiasmo che ha portato molti valsusini (non tutti, certo!) ad aderire a questa protesta sono assai simili a quelli che hanno portato alla costituzione dei comitati spontanei di quartiere. Quelli, per intendersi, che ce l’hanno contro gli immigrati, contro il degrado, lo spaccio e le prostitute sotto casa. Qui, naturalmente, muta completamente lo scenario: quando il terreno di scontro diventa un’opera di livello europeo, quando le ragioni di chi si oppone sono legittime, ecco che anche quella protesta che parte dalla difesa del giardino di casa propria diventa una lotta per un bene comune, ampio e condiviso. In questo senso il respiro della protesta dalla Valle di Susa non è locale, non è neppure nazionale, ma è globale. Il tema di fondo che anima tutto è, ancora, quello di un modello di sviluppo che proprio non funziona e non funziona neppure per quei valsusini che non sono toccati da idee o slanci solidali verso il sud del mondo o verso modelli equi e solidali. La saldatura tra questioni locali e temi globali è certamente il dato più interessante di questa protesta. Una saldatura che non nasce con la Valle di Susa, ma che con queste vicende trova una sua espressione chiara e forte. In tutto questo, come si diceva, la politica, essendo una delle parti in causa, è tagliata fuori: destra e sinistra appaiono indifferenziate, se non per il livello di ipocrisia. Restano però i sindaci, che sono “politica” anche loro e che si sono trovati quasi obbligati a fare la propria parte. Non va taciuto che il livello della classe politica locale è spesso davvero molto basso e che molti degli scempi architettonici, urbanistici e del paesaggio qui e in tutta Italia sono dovuti proprio alla scarsa preparazione di amministratori locali e a uffici tecnici inadeguati. Ma, in questo caso, bisogna dare atto che questi sindaci sono stati all’altezza di un compito difficile. Insieme alle tante anime di questo movimento hanno saputo raccogliere la protesta, incanalarla, tenerla unita, articolarla in proposte, e hanno resistito alle pressioni dei propri partiti. Dove arriverà il grido “Sarà düra” è davvero difficile dirlo. è però vero che da Scanzano, a Messina, alla stessa Valle di Susa il meccanismo delle grandi opere inizia a dare piccoli segni di cedimento. Le certezze dei “decisori” si incrinano, le priorità diventano “altre”, si aprono tavoli di concertazione, finti o veri che siano, ma si aprono… Ad aprile, forse, la musica sarà un pochino (ma poco poco…) diversa. La speranza non è tanto quella di bloccare una singola opera – cosa per altro non impossibile, ma spesso legata a circostanze fortunate o casuali, come l’attenzione mediatica o la situazione politica contingente – ma che tutto questo abbia una funzione pedagogica, insegni cioè alla politica che se si vogliono fare affari, opere, progetti, che almeno li si faccia interpretando e capendo un po’ di più cosa può essere davvero utile ai cittadini. Vista così… sarà proprio düra. Giorgio Morbello
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