Archivio 2006 Marzo - N. 69 La Palestina dopo la vittoria di Hamas
La Palestina dopo la vittoria di Hamas
di Eric Salerno   

Yasser Arafat fu definito “irrilevante”, da Ariel Sharon, e lasciato lentamente morire politicamente nella Muqaata a Ramallah. Il premier israeliano non aveva mai nascosto il suo odio per il leader palestinese, non gli aveva mai voluto stringere la mano. Quando dopo la morte fisica del “rais”, Mahmoud Abbas, meglio noto come Abu Mazen, fu eletto presidente dell’Autorità palestinese, Sharon gli fece grande mostra di simpatia e rispetto. Nella pratica, però, s’applicò quasi scientificamente per trasformare l’anziano leader, uno dei dirigenti palestinesi apertamente critico d’ogni forma di terrorismo e votato a una soluzione pacifica del conflitto, in “irrilevante”, un “non partner”. Per Israele e, purtroppo, anche per il popolo palestinese. 
Voglio ricordare, tra tutti, un episodio. Abbas, in uno storico incontro con Sharon sulle rive del mar Rosso ad Aqaba, presente anche il presidente americano Bush, spiegò al premier israeliano che un gesto di buona volontà, come il rilascio di una parte consistente dei prigionieri palestinesi che languono nelle carceri israeliane, molti senza essere stati processati, gli avrebbe dato credibilità presso la sua gente e aiutato a portare avanti gli impegni assunti per poter riprendere i negoziati di pace. La risposta, ovviamente, non fu no, perché in Medio Oriente è considerato scortese rispondere in quel modo a un interlocutore, ma qualche mese dopo, nonostante le insistenze d’Abbas, Sharon si accordò con Hezbollah per scambiare un ex ufficiale rapito dal movimento islamico libanese con una manciata di libanesi e alcune centinaia di prigionieri palestinesi. Uno schiaffo in faccia ad Abbas, uno dei tanti che il successore d’Arafat ha incassato.
Con il ritiro da Gaza, deciso unilateralmente, Sharon, uno dei principali protagonisti della politica coloniale israeliana, ha aggiunto un altro schiaffo. “Non abbiamo partner, dobbiamo fare da soli”, è la frase pronunciata durante una famosa riunione del governo israeliano. Sharon, e non parlo di quando lo Shin Bet negli anni ottanta finanziava il movimento islamico, ha indirettamente favorito la crescita di Hamas e la sua vittoria. E la leadership israeliana d’oggi ne è pienamente consapevole. Il premier ad interim Ehud Olmert, ha reagito con estrema cautela ed equilibrio al successo inaspettato del movimento. Sa bene che, comunque sia, potrebbe giocare a favore d’Israele. Se Hamas riconoscerà Israele diventerà un possibile interlocutore con una forza che Abbas non aveva. “La destra può fare la pace meglio della sinistra”, il vecchio adagio israeliano. Se non compierà questo passo, direttamente o indirettamente, significherà l’isolamento totale dell’Autorità palestinese e Olmert, l’uomo che convinse Sharon a compiere il “disimpegno unilaterale” da Gaza, potrà disegnare a proprio piacimento i confini dello stato ebraico con il beneplacito di una comunità internazionale che in nome della lotta al terrorismo islamico fa passare sotto silenzio tutte le colpe d’Israele. Come ha detto un esperto israeliano della sicurezza, poche ore dopo la vittoria di Hamas, Israele non può avere paura del movimento islamico. Forse è per questo che gli israeliani sono meno pessimisti e molto meno isterici della maggioranza degli osservatori internazionali e dei leader europei, americani e mediorientali.
La vittoria di Hamas, di là della questione palestinese, pone una serie d’interrogativi sul futuro della regione e dei rapporti tra la regione e l’Occidente. I “terroristi”, quando combattono per l’indipendenza dei loro popoli, sappiamo per esperienza storica, possono cambiare e diventare leader legittimi e stimati. Cosa dire invece dell’Islam come governo? Come vedere il futuro delle relazioni tra un governo basato sulla religione e un mondo “laico”? Soprattutto, cosa dire del voto come strumento di democrazia quando la democrazia non è ancora consolidata? C’è chi, tra i neocon, contesta il loro idolo George Bush per aver insistito sulle elezioni palestinesi sapendo che il rischio di una vittoria degli islamici era possibile. è la stessa gente, che senza dirlo apertamente, preferisce un dittatore amico a un governo democratico antagonista o anche soltanto meno schierato sulle loro posizioni.
In una recente intervista, il potente figlio del presidente egiziano Mubarak, grande alleato dell’Occidente in Medio Oriente, ha detto che il suo paese deve trovare il modo di gestire la partecipazione illegale e “negativa” dei Fratelli musulmani nella vita politica del paese. Il movimento è formalmente proibito ma ha ottenuto un quinto dei seggi in parlamento quando nelle elezioni di novembre-dicembre 2005 ha presentato i suoi candidati come indipendenti. I Fratelli musulmani, in Egitto, sono il modello: i genitori, se vogliamo, di molti movimenti simili nella regione, compresa Hamas, ma da parecchio hanno rinunciato alla violenza e con 88 seggi nell’Assemblea del popolo sono la più grande forza d’opposizione nel paese. La sua crescita, portata avanti nelle moschee e nelle scuole coraniche, è stata favorita, come quella di Hamas, dall’incapacità del regime di Hosni Mubarak di eliminare la corruzione, migliorare la condizione di vita della maggioranza degli egiziani, e dare spazio ai critici laici del regime. Mubarak jr. ha deplorato l’uso da parte dei Fratelli musulmani della “religione e degli slogan religiosi per ottenere successi politici”. I partiti religiosi sono banditi. Da laico posso essere d’accordo. Ma quello che sta accadendo in Egitto e in Palestina non ricorda in qualche modo il peso della Chiesa cattolica nella caduta del comunismo in Polonia?
L’Islam, essendo anche un sistema di vita e d’amministrazione della cosa pubblica, è cosa ben diversa dalla Chiesa cattolica dei nostri tempi. Ma i fondamentalisti, ci si chiede, devono essere eliminati quando il popolo decide di servirsene per conquistare, democraticamente, il potere? Quante centinaia di migliaia d’algerini sono morte quando con un golpe militare gli eredi di un governo corrotto, clientelare, sostenuto e consigliato dalla Francia, hanno annullato i risultati del voto popolare gettando il paese in una feroce guerra civile? L’Islam, come la maggior parte delle religioni, va giudicata sulla base della sua lettura. L’Inquisizione non era il cattolicesimo. Il rigore, per noi quasi criminale, certamente retrogrado, dei wahabiti sauditi non è l’Islam.
Torniamo ad Hamas. La sua carta chiede la distruzione d’Israele. Anche l’Olp voleva, una volta, distruggere lo Stato nato sulla Palestina in base a un accordo tra potenze occidentali. E la carta del Likud, il partito in cui per anni Sharon aveva militato e che oggi ha alla sua guida Benjamin Netanyahu, auspicava la creazione di uno stato ebraico su tutta la “terra d’Israele”, fino al fiume Giordano, e anche oltre. Ricordo una colona, ebrea newyorkese colta, che negli anni ottanta, seduta nel suo insediamento nel nord-est della Cisgiordania, mi disse di aver già concesso abbastanza agli arabi rinunciando a Damasco. Le cose cambiano, Israele cambia, e forse Hamas cambierà. Ma ancora una volta, molto dipenderà da Israele e dai suoi alleati occidentali. L’eventuale isolamento del governo nato dalle elezioni democratiche è rischioso come sarebbe controproducente istigare Fatah, soltanto perché laico, a riprendere il potere con un golpe anti-Hamas. La maggioranza dei palestinesi non vuole vivere sotto un regime islamico, con la sharia come legge. Vorrebbe, però, vivere in pace in uno stato indipendente accanto a Israele come confermano i sondaggi effettuati nei giorni scorsi. Fatah non è stato premiato per aver scelto la via del dialogo e, a causa della corruzione, delle faide interne, degli interessi personali di vecchie cariatidi venute dall’esilio e incapaci di gestire una realtà nuova, ha fallito la prova dell’amministrazione di un intero popolo. Forse Hamas saprà fare meglio. E se avrà la collaborazione dei laici e non sarà messo con le spalle al muro da una comunità internazionale che improvvisamente sembra essersi svegliata dal letargo degli ultimi anni per timore dell’avanzata dei fondamentalisti islamici, sarà anche convinto a rinunciare alle sue posizioni estremiste, sia per quanto riguarda la convivenza con lo Stato d’Israele sia rispetto alla vita quotidiana della Palestina.

Eric Salerno