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“Questa non è un’autobiografia” è il titolo alla Magritte che il curatore e l’editore italiano (Feltrinelli) hanno preferito dare al libro postumo di Bourdieu (titolo originale “Esquisse pour une auto-analyse”); e non per ragioni di economia e commercio, ma per rispetto dell’avversione dichiarata dell’autore per le biografie e le autobiografie. Se però l’avversione è motivata e sacrosanta, il titolo è sbagliato: questa è un’autobiografia, e delle più serie e utili che siano state scritte. Certo si pone fuori dal “genere”, ma proprio per questo ne riscopre il senso e ne rinnova il metodo. Innanzitutto perché non segue la via della giustificazione cronologica delle storie di vita, ma il cammino dell’argomentazione logica e del confronto dialogico fra una vita e la storia; innanzitutto, cioè, perché semplicemente ricorda che la storia di ognuno non comincia dalla nascita, ma dalle occasioni professionali e dalle scelte personali che lo formano, ovvero – per abusare di un concetto caro a Bourdieu – che lo distinguono. E anche su questa “distinzione” bisogna stare attenti, in quanto – più che “dagli altri” con cui Pierre Bourdieu si confronta e si scontra – la distinzione che conta e che forma è quella dall’ambiente avvolgente e dall’ideologia dominante del proprio tempo. E – nel caso di Pierre Bourdieu – il tempo è quello dei soliti “ignoti” anni sessanta e l’ambiente è quello dei fin troppo noti intellettuali e universitari (molti e molto francesi) che hanno caratterizzato e diffuso la visione corrente della “storia attuale” (se ci è permesso chiamare così un’epoca breve e nuova che – malgrado i testi e i salti mortali di molti storici – non riesce ancora a farsi spazio e a darsi pace dentro la fase o la disciplina che chiamiamo Storia contemporanea). Così, se il racconto di Bourdieu parte e ritorna spesso sugli anni e le esperienze della scuola e dell’università, il libro riguarda e riconsidera insieme la fase della formazione e l’impegno della professione – di se stesso, dei suoi maestri ma anche dei suoi colleghi – non rispettando sempre le date ma certamente precisando l’ambito e l’oggetto del suo saggio autobiografico: “il campo con il quale e contro il quale ci si è fatti”. E “campo” è una parola volutamente ambigua, che da un lato indica davvero la sede dei suoi studi e la rete delle sue relazioni, ma dall’altro suggerisce al lettore (ma anche all’autore) l’idea di un’autobiografia che intende svilupparsi con i modi e gli obiettivi di una ricerca. Una “auto-analisi”, si vuole e si dice nel titolo originale, ma stesa con un metodo descrittivo piuttosto che introspettivo, nella quale le relazioni del ricercatore “sul campo” anticipano e guidano le riflessioni o le spiegazioni dell’auto-osservazione: un’autoanalisi che è dunque davvero fuori dal “genere”, giacché si muove con il calore e il rigore di un’indagine su di sé ma anche sugli altri, nella quale si adopera magari lo strumento o lo stile da diario personale (sempre del ricercatore), ma che raramente fa emergere toni o problemi da dialogo intimo. Ma non è una questione di pudore e nemmeno però una posizione comoda per evitare critiche e intanto seminare giudizi. È invece una prassi d’analisi sistematica, già inaugurata in altri testi e utilizzata non per esporsi e proporsi, ma per verificare e valutare il cammino e l’importanza del soggetto che fa scienza e ricerca (tra parentesi, in modo tutt’affatto diverso dal compiacente riconoscimento della soggettività e perfino della creatività dello scienziato-autore, così come viene rivendicata dalla recente letteratura antropologica). In più, in questa complessiva e sfortunatamente definitiva “autoanalisi”, c’è una domanda sincera e perfino stupefatta che Bourdieu si pone e che gradualmente avvince il suo lettore: quella di cercare il fondamento e di fornire il chiarimento sulla sua diversità. Una diversità che lo iscrive in un certo senso fra i normali (e lo allontana dai normalisti), anziché sospingerlo verso aree disciplinari e ambizioni luminari più à la page. Una diversità che ad esempio – ed è questo il nodo della questione – lo porta a rivendicare il ruolo e ristabilire il senso della sociologia, contro un ambiente e un’epoca che preferiva archiviarla fra i saperi già noti e i metodi di base, anziché scommetterci un’attenzione e una speculazione tutta rivolta a discipline più qualitative e meno realistiche (nel senso dell’attenzione e insieme della sottomissione alla realtà del mondo sociale). Certo Bourdieu è consapevole di essere diventato un maestro, di appartenere all’elenco (ormai tutto postumo) delle grandi personalità intellettuali che hanno reso importante e imponente il contributo della “scuola” francese nel mondo. Ma la sua scelta e infine la sua opera di rilancio e rinnovamento di una disciplina avversata o sottovalutata dagli altri suoi “pari” di Francia, lo rende davvero un’eccezione che non conferma la regola o il metodo o infine la moda del suo tempo. E del suo “campo”. Le vere discriminanti che lo separano e lo rendono in molti sensi straniero al suo stesso ambiente consistono nella lunga frequentazione di un “terreno” (di ricerca) che nei fatti e nell’esperienza si oppone al “campo” (di appartenenza) e – prima ancora, ma anche durante e dopo – nella insofferenza per la disciplina o forse per l’habitus con cui tutti o troppi intellettuali francesi amano rivestirsi. Il terreno è il Béarn e l’Algeria, dove Bourdieu comincia la sua ricerca da etnologo e – dopo anni di contatti ed esperienze di autentica formazione umana e politica – si convince e costringe ad aggiornarsi come sociologo. La disciplina nei confronti della quale si sente progressivamente distante e immediatamente diffidente è la filosofia, massimo e comune denominatore e moltiplicatore di quegli atteggiamenti e di quei riferimenti che connotano la casta e l’entourage fin troppo affollato dei “maîtres à penser”: la scienza totale e la missione intellettuale, la retorica della scientificità e la gerarchia tra teorico ed empirico, o ancora tra scienze umane nobili e scienze sociali plebee, tra il lavoro solitario “creativo” e “l’alienazione spersonalizzante” del lavoro di gruppo. “Contre les philosophes” si chiamerebbe questo suo libro se fosse un pamphlet. Ma un saggio polemico non gli sarebbe mai venuto in mente e in penna, mentre nell’economia e per la necessità di un’autobiografia, le motivate riserve e le approfondite considerazioni sulla filosofia “alla francese” sono puntuali quanto indispensabili difese delle proprie scelte: prima fra tutte la libertà e la novità di una sociologia non scientista ma “aperta ai mondi sociali più diversi”, non subalterna alla “ortodossia planetaria” della scuola americana ma reimmessa nella via maestra dei Durkheim e Weber e riconfortata da autonome ricerche empiriche “teoricamente ispirate”; quindi, a questo fine, la scelta di mettere in piedi l’impresa collettiva di un laboratorio, il Centre de sociologie européenne, e di mettere fine al doppio status e statuto di quanti, pur scendendo nei terreni della ricerca sociale o storica o politica, non rinunciano all’appellativo e alla missione del “philosophe”. Se contro la filosofia e i filosofi i distinguo di Bourdieu arrivano fino al ripudio, non è soltanto per evidenziare la contrapposizione fra il panorama privilegiato delle riflessioni generali e la piattaforma negletta delle ricerche particolari, ma anche per ricapitolare la storia e rivendicare il senso di specifici e difficili dissensi. Nella sua autobiografia se ne segnalano almeno tre fondamentali, non a caso con i tre protagonisti principali della cultura francese contemporanea o, come s’è detto, attuale. Con Jean-Paul Sartre, Claude Lévi-Strauss e Michel Foucault l’incontro e il confronto è obbligatorio per più di una generazione di intellettuali, ma soltanto Bourdieu li ricapitola e li spiega in termini di sostanziale o letterale “disaccordo”. Sono i passaggi o le pagine più importanti del libro, quelle che raccontano come si diventa e si inventa una vocazione critica, come si difende e si sostanzia una posizione e una funzione di minoranza, restando aperti e attenti ai contributi degli altri studiosi ma anche attivi e coerenti professionisti dell’intelligenza. Così il fascino e la dittatura di Sartre non lascia il suo segno sulla formazione filosofica di Bourdieu, lo “sguardo distante” sul sociale e la deriva estetizzante dell’etnologia di Lévi-Strauss non lo convince, e perfino la grande assonanza e perfino la tacita alleanza che lo lega a Foucault non sospende un giudizio sintetico sulle differenze sociali e sulle scelte personali che tuttavia li separano. Perché per l’autoanalisi di Bourdieu l’origine familiare e la situazione economica e la collocazione accademica o mondana e perfino l’omosessualità non sono condizionamenti ma semplici condizioni che dialogano con le scelte di vita e di scienza. C’è un’attenzione, anzi una comprensione spietata delle posizioni e delle decisioni degli altri e di sé, nello svolgimento di questa autobiografia scientifica. In questo sta il metodo e il merito, ma da tutto questo deriva anche un regalo per quel lettore che, davanti alla storia della scelta e della scienza di Pierre Bourdieu, abbia voglia e bisogno di essere indotto in tentazione autocritica. Per quanto sia stata scarsa la parte avuta o il partito preso nelle vicende di cui si tratta, per quanto siano state importanti o interessanti le conoscenze mutuate dai personaggi di cui si parla, vale la pena di compiere, in parallelo alla lettura di questo libro, una silenziosa e umile autoanalisi che restituisca non a Bourdieu (che non ne ha bisogno) ma alla ricerca sui temi e problemi sociali, la dignità e soprattutto la priorità che le spetta. Invece di buttarla in filosofia… Piergiorgio Giacchè
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