Archivio 2006 Aprile - N. 70 La politica italiana, fra Berlusconi e Beckett
La politica italiana, fra Berlusconi e Beckett
di Gianfranco Bettin   

Genova e dopo
È un libro notevole, utile, sincero, questo di Alessandro Leogrande, “Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra” (l’ancora del mediterraneo, 2006). Ne ha parlato qui diffusamente Vittorio Giacopini (“Lo straniero” n.69), riconoscendone la solida qualità e sviluppando considerazioni in gran parte condivisibili. Vi sono in particolare due punti sui quali vorrei tornare. Il primo punto riguarda Genova, i giorni tragici e intensissimi del G8 del luglio 2001 (l’estate chiusa dagli attentati dell’11 settembre) e, in generale, il cosiddetto movimento “no global” (e “no war”). Leogrande ne scrive in pagine partecipi e lucide, traendo da tutta la vicenda la conclusione, amara, che tutto si è chiuso con una sconfitta. La politica della guerra dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati e l’iniziativa neoliberista hanno comunque vinto e occupano il centro della scena globale. Perfino gli oppositori “progressisti” di questa politica tengono molto a marcare distanze dai movimenti, a rappresentarsi come “moderati”, e a esserlo davvero. Leogrande, nella seconda parte del libro, descrive efficacemente questa deriva neocentrista di buona parte dell’opposizione italiana (che forse, fra poco, sarà maggioranza), che è una deriva non solo politica ma, prima ancora, culturale. La radicalità dei movimenti è oggi sostanzialmente senza grandi sponde politiche e, come un fiume che poco dopo la sorgente non trovi appunto un argine (e dunque una direzione sicura), si è sparsa sul terreno e rischia l’assorbimento, l’invisibilità se non la scomparsa pura e semplice.
Si può concordare con questa analisi, a mio parere, solo se si analizza quel movimento  utilizzando strumenti buoni in effetti per altre esperienze, per i movimenti di altri tempi. è un rischio da cui Leogrande per primo mette in guardia, ma che su questo punto egli stesso non evita del tutto. Scrive: “Chi ha cercato di leggere questo movimento attraverso le dinamiche dei movimenti di venti o trent’anni fa ha commesso un grave errore interpretativo”. Lo scrive a proposito delle polemiche sulla violenza, secondo le quali ci sarebbe stata a Genova una “zona grigia” nella quale parti del movimento (disobbedienti e centri sociali in particolare) avrebbero avuto contiguità o complicità con i Black Bloc e altre frange violente, le uniche, dal lato dei contestatori del G8, ad aver davvero programmato e praticato sistematicamente atti violenti a Genova (atti che di fatto sono stati lasciati liberi di compiere da parte delle forze dell’ordine indirizzate dai responsabili politici esclusivamente contro il movimento regolarmente in piazza). Leogrande respinge questa lettura, giustamente, e invita a usare altre categorie per descrivere il movimento. Questo buon consiglio va tuttavia seguito anche a proposito della reale natura e della molteplicità di percorsi del movimento. Se ne può così trarre, infine, una lettura diversa anche a proposito della sua parabola politica.
E' a Seattle, nel 1999, che questo movimento si rivela per la prima volta su scala globale. è lì, negli scontri e nelle manifestazioni di piazza ma anche nei convegni che fanno da contro canto al vertice dei cosiddetti “grandi della terra” che viene alla luce l’esistenza di una forte e inopinatamente vasta e vivace opposizione a quello che, almeno dal 1989, era ormai considerato  l’unico pensiero possibile in materia di politica e di economia, cioè quello liberale e anzi, a rimarcarne la nuova radicalità e l’intransigenza, neoliberista. Sovranità del mercato, centralità dell’economia e (sempre più) della finanza, idolatria della crescita quantitativa misurata dal Pil, progressiva integrazione globale ferreamente orientata da queste discriminanti e imposta agli stati nazionali come a interi continenti da organismi del tutto fuori controllo democratico e da vertici tenuti tra qualche “grande” e uno stuolo di gnomi e tecnici della “triste scienza”. Il tutto, ovviamente, garantito dalla supremazia militare e tecnologica, oltre che economica e ideologica, dell’Occidente. Seattle butta all’aria la festa. Il summit del ’99, iniziato come tutti i precedenti in pompa magna, un teatro in cui mettere in scena l’indiscussa egemonia neoliberista, viene bloccato e interrotto dall’irruzione del movimento. I mass media, e perfino molti osservatori in genere non distratti, vengono colti di sorpresa. 
Quando il movimento ricompare a Porto Alegre, qualche mese dopo, e poi a Genova, un anno e mezzo dopo, passando per diversi altri incontri o manifestazioni nei diversi paesi e continenti, esso diventa, per tutti, “il Movimento”. “No Global”, nella vulgata. O “il movimento dei movimenti” come molti che vi prendono parte preferiscono chiamarlo. Non si tratta di una disputa solo lessicale. Nella prima definizione si privilegia il carattere antagonista del movimento, fino a schiacciarlo nella dimensione della protesta o della ribellione. Nella seconda si privilegia la forma autentica che lo distingue. Il suo essere, cioè, soprattutto un insieme di reti, di esperienze, di organismi, di gruppi grandi, medi, piccoli o piccolissimi, e perfino di singole persone, ognuno con un proprio circuito, proprie modalità di impegno e di comunicazione. In questo senso, parlare di movimento è forse una forzatura. La forma movimento viene infatti assunta solo in particolari circostanze, ma la radice e la forza vitale stanno altrove. Seattle e Porto Alegre e Genova mostrano una “cosa” che, nell’atto stesso di rivelarsi, si mostra diversa da quel che è davvero. Non può che mostrarsi così, in quel momento e in quel luogo, ma in quella forma essa tradisce se stessa. O meglio, la tradirebbe se si fissasse poi per sempre in quella forma. Se, ad esempio, avesse scelto di strutturarsi definitivamente attraverso organismi rigidi, magari trasformando i Social Forum nati a livello dei singoli paesi e continenti (come, in forme troppo spesso burocraticamente imitatorie, in tante città e località). Tentativi di spingere in questa direzione non sono mancati, specialmente da parte del ceto politico di estrema sinistra o da parte di chi, senza partito, vedeva nel movimento la possibilità di guadagnarsi una base e una posizione di rappresentanza. Ma questo tentativo, fortunatamente, non ha avuto esito. Qualcuno, affermatosi mediaticamente attraverso il movimento, ha fatto comunque la sua strada in qualche partito e in qualche istituzione (e speriamo, sinceramente, che se la cavi bene), ma nel suo insieme il movimento si è ben guardato dal rimanere sul terreno più diretto della politica.
Dopo l’11 settembre questo terreno è stato più spesso quello contro la guerra (in Afghanistan prima e poi in Iraq). A volte ha incrociato questioni più specifiche, anche se di grande portata. Ad esempio, in Italia, la controriforma della scuola targata Moratti e, in generale, ha dato il proprio contributo all’opposizione al governo di Berlusconi. Ma tutto questo è sempre rimasto piccola parte dell’esperienza reale del movimento, o meglio di ciò che è stato chiamato tale quando si è mostrato in forme che gli osservatori abituati ad applicare vecchie categorie interpretative (come dice Leogrande) potevano riconoscere. Se non riempi una piazza o una città intera non esisti per i nostri sgamati mass media, e neanche per tanti osservatori. E se non spacchi una vetrina, se non ti fai ritrovare stecchito da un’overdose o non ammazzi i tuoi cari, o il portinaio (come diceva Albert Camus), il tuo disagio, la tua rabbia non esistono né nell’orizzonte dell’opinione pubblica né, tanto meno, nell’agenda della politica. Ogni volta che passava qualche settimana senza cortei o contro summit o grandi raduni autogestiti come a Porto Alegre, il movimento veniva dato per finito. Leogrande, nel suo libro, non arriva a dire questo, anzi. Il rischio che non evita completamente, però, è quello di leggere la sconfitta del movimento unicamente a partire da alcune grandi partite politiche che, in realtà, esso ha giocato solo perché costretto. Partite, per di più, dall’esito scontato. Quella contro la guerra è stata (ed è) la principale. Cosa poteva davvero fare di più il movimento? Ha perso insieme al Papa, a grandi e potenti stati, dalla Germania alla Francia, per non dire di Russia e Cina, all’opinione pubblica mondiale. La verità è che non si può impedire a una banda come quella che si è impadronita dell’amministrazione americana di fare la guerra per il petrolio e per la supremazia strategica globale se vuol farla davvero e con tutte le proprie forze. Il movimento, in robusta compagnia, ha perso quella partita dopo averle provate tutte, ma proprio tutte per opporvisi. Non è una partita che avrebbe voluto giocare, perché l’hanno scatenata da un lato Bin Laden e dall’altro Bush e i suoi alleati, ma tuttavia è stata affrontata fino in fondo. Perdendo, certo. Anche se non senza aver segnato dei risultati, ad esempio impedendo una più larga partecipazione di Stati alla guerra, facendo così pagare alti prezzi politici a chi l’ha comunque fatta. E anche prezzi economici e strategici, se è vero che una coalizione più vasta avrebbe consentito agli Usa di sostenere oneri economici e militari (oltre che politici) più sopportabili sul lungo periodo.
Anche nell’Italietta di Berlusconi (costretta dalla mobilitazione pacifista a stare fuori dalla guerra almeno nella prima fase e, fra poco, a tornarsene a casa), sono state perse diverse partite in questi anni. L’elenco sarebbe lungo, e deprimente. Se ci fermassimo a questo – alle partite grandi o piccole perdute – si potrebbe davvero concludere che il movimento è stato sconfitto. Ma se allarghiamo lo sguardo vediamo una cosa diversa. Il movimento – o meglio, quella cosa che, dai più, viene chiamata così quando assume certe forme tipiche – ha continuato a vivere la propria vita, più forte, più esteso, più radicato, più consapevole, più lucido politicamente e più robusto culturalmente di quanto non fosse alla vigilia del lungo e drammatico ciclo apertosi a Seattle giusto alla fine dello scorso millennio. Dopo il capitolo su Genova, Leogrande analizza alcune ulteriori esperienze: la lotta contro la Moratti, le mobilitazioni degli immigrati, la rivolta di Melfi. Si potrebbero aggiungere la rivolta di Scanzano e quella della Val di Susa e altre di minore impatto ma non poco significative. è a partire da queste esperienze che Leogrande, in una bella pagina, invita a non prendere sul serio quel “realismo spicciolo che, mettendo insieme autobiografismo sfigato, retorica dell’antieroe, dell’impaccio in società, disincanto e sfiducia, costituisce il più potente sostrato di quel ‘mito del disimpegno’.” Un mito al quale indulgono – spesso volentieri – le “migliori (? – interrogativo mio, Nda) penne della nostra giovane (e non solo giovane, sottolineatura mia, Nda) letteratura”.
Scrive Leogrande che “sotto le smorte ceneri del mito rassicurante del disimpegno, c’è una nuova generazione che non ha solo esperito i modi dell’alienazione, ma anche provato a metterli in discussione, riscoprendo l’impegno, la partecipazione, la voglia di rivolta. E le manifestazioni (quella di Genova in particolare) sono state solo la punta dell’iceberg, la parte visibile, di questo sommovimento”. Aggiungerei soltanto che questa parte visibile, diventando la sola forma visibile del movimento agli occhi di quasi tutti, si è come staccata dal movimento reale vivendo nell’immaginario politico e nell’orizzonte dell’opinione pubblica una vita separata. L’iceberg, come dice Leogrande, si era proprio rivelato tale, e vagava per i mari destinato allo scioglimento. Il pack, da cui si era staccato, era rimasto altrove. Si dirà che, alla lunga, anche il pack finirà sciolto. è vero. Finiremo tutti sciolti, nella grande bollitura globale, salvo quelli che finiranno ghiacciati laddove lo squilibrio climatico produrrà il freddo estremo. Se, restando nel brivido della metafora, vogliamo guardare  al luogo veramente significativo, dobbiamo guardare soprattutto al pack da cui l’iceberg si è staccato. Possiamo anche non perderlo di vista, quell’iceberg, ma la vera partita si gioca sul continente di ghiaccio. Lì, uscendo di metafora, si può vedere davvero cos’è diventato il movimento. Lì, a me pare, si può essere ragionevolmente convinti che le idee e le pratiche che, esplodendo da Seattle a Genova, hanno dato la sveglia al mondo, godono di buona salute.

Non solo politica, non solo partiti
Insomma, sul piano della politica in senso stretto il movimento ha perso. Nella realtà ha perso solo su un certo piano, ma su un piano diverso, quello per sé strategico, ha continuato a crescere. E questa è la sua vera vittoria, non essendone contemplate altre nella lunga opera di trasformazione dal basso della realtà in cui si agisce. Non è possibile su questo piano misurare vittoria e sconfitta con il metro delle tradizionali contese politiche (raggiungimento o impedimento di un obiettivo nostro o altrui, conquista di una maggioranza elettorale, o almeno di un forte potere di interdizione, campagne politiche vincenti o perdenti, eccetera). Per la prima, con questo “movimento” (pur usando questo termine con le avvertenze sopra dette) siamo di fronte a un’esperienza politica, culturale, sociale, che, pur dotata di forte consapevolezza politica, investe strategicamente soprattutto su trasformazioni concrete, su progetti, campagne, obiettivi, situazioni in cui il successo di un’iniziativa e di un percorso non si misurano in termini politici tradizionali. Per questo la perdurante vitalità del “movimento” non si può accertare soltanto osservando, ad esempio, certe mobilitazioni successive a Genova citate da Leogrande. Anzi, là meno che altrove, io credo. È possibile invece ritrovarla soprattutto in molte esperienze che quotidianamente si confrontano sui territori con una serie infinita di questioni pratiche (dalla difesa di “beni comuni” – concetto rimesso al centro della scena pubblica e perfino del linguaggio politico, proprio dal movimento – come l’acqua, l’aria, la terra alla creazione di nuove forme di lavoro contro la precarietà e contro l’alienazione a tante altre).
Lungi da me imitare quei retori movimentisti, a volte interessati a volte generosi ma sempre stucchevoli, che vedono in ogni riuscita assemblea di condominio, in ogni bravo centro sociale, in ogni protesta collettiva la nascita dell’uomo nuovo, il riformarsi creativo, partecipato e solidale del legame sociale. Più sobriamente credo che si possa  registrare che la rete delle esperienze alternative, o che pure scendono francamente a patti con il sistema senza snaturarsi o lasciarsi omologare, è cresciuta in ogni campo. Il libro di Leogrande potrebbe essere utilmente letto, a questo proposito, insieme a quello di Giulio Marcon, “Come fare politica senza entrare in un partito” (Feltrinelli 2005), forse l’analisi più lucida e documentata delle forme nuove che la politica va assumendo oggi. L’intento di Leogrande è più ampio, perché mira a dare un quadro più generale della politica (e della cultura) del nostro paese, di questa desolante e infame “Italia dei viceré” (l’immagine viene dai “Ricordi tristi e civili” di Cesare Garboli, pubblicati da Einaudi nel 2001, in particolare da un articolo del 1986 ivi ristampato, ma si potrebbe risalire al gran romanzo di De Roberto del 1894, a dimostrazione di una certa radicata vocazione italiana). Marcon traccia una ricca mappa di quanto è ormai cresciuto al di fuori dei partiti e delle forme tradizionali dell’agire politico e istituzionale. È un quadro impressionante, che dà conto di una maturità nuova dei percorsi che un tempo, usando una categoria datata, avremmo definito “di movimento”.
Queste esperienze sanno benissimo cos’è la politica e come funzionano le istituzioni. Se ne sanno servire. Sanno farsi usare e sanno usarle. A volte con astuzia, a volte non senza opportunismo. Sempre, tuttavia, mantenendo gelosamente una propria autonomia. La vera novità emersa attorno a Genova è che questa rete si è scoperta come tale, e come tale si è rivelata, cercando forme di coordinamento più stabile, integrandosi maggiormente sia a livello dei singoli settori che come rete globale. Ci sono state accelerazioni positive, e non sono mancate forzature fuori luogo, ma neanche e per fortuna sagge resipiscenze.
Leogrande propone di tornare all’estate del 2001. Se è l’auspicio di un ritorno a quella ricerca di afflato comune, di coordinamento su comuni obiettivi, è un utile auspicio. Perché in realtà, forse varrebbe invece la pena di andare ancora più indietro nel tempo, a quando nessun evento drammatico e corale aveva ancora messo in luce la capillarità e l’estensione di ciò che, all’insaputa di politici e mass media, stava producendo concrete alternative alla globalizzazione neoliberista.
Ma tornare indietro non si può, neanche al 2001. Bisogna procedere, andare avanti. Si può farlo sapendo, come tante altre volte, che qualche importante battaglia politica combattuta sul terreno altrui l’abbiamo persa. Ma sapendo anche, e forse è la prima volta che accade davvero, che stiamo comunque tenendo bene sul terreno nostro e che non si tratta di una zona marginale, di un ghetto in cui rifluire o accettare di essere rinchiusi bensì dei luoghi cruciali nei quali l’esperienza reale viene prodotta giorno dopo giorno. La lunga marcia attraverso le istituzioni, invocata da Rudi Dutschke ed evocata da Leogrande, è diventata, nella realtà e fuori a ogni utopia (pur senza disprezzarla), una lunga e anzi ormai lunghissima marcia tra istituzioni, politica, economia, società civile. Una marcia che continua, malgrado i rovesci e le difficoltà politiche.

Almeno la decenza
Da questo punto di vista, la vicenda italiana, imminenti elezioni comprese, assume un’altra dimensione. è il secondo punto che vorrei, più rapidamente, toccare, a proposito del libro di Leogrande.  Nel suo articolo sullo scorso numero di “Lo straniero”, Vittorio Giacopini invita a non accontentarsi di quello che Leogrande sembra invocare per questo paese: un po’ di decenza, infine. La vittoria del centrosinistra alle elezioni potrebbe garantire almeno questo, forse. Giustamente, Giacopini ricorda che è davvero poco. è vero, ma per andare oltre bisogna davvero garantircelo. Sono profondissimi, “epocali”, i danni provocati dal decennio berlusconiano (e da ciò che lo ha preparato: per capirlo si potrebbe utilmente consultare, ad esempio, le annate di “Linea d’ombra”, trovandovi la puntuale descrizione in tempo reale di ciò che stava avvenendo in Italia, e non solo, comprese le sottovalutazioni, le complicità e il diretto contributo della sinistra a proposito delle degenerazioni politiche, culturali, morali). Siamo di fronte a una distorsione antropologica, per così dire, non solo a una deriva politica di stampo populista, bigotto e xenofobo (e guerrafondaio). La corrosione e la corruzione delle strutture portanti della società civile, degli assetti democratici reali, delle stesse coscienze individuali è giunta a un punto rischiosissimo. Certo non solo grazie a Berlusconi, che forse non è altro che il più organico, genuino e probabilmente agguerrito interprete di questa trasformazione e di sicuro il più abile a profittarne. Non sarà la vittoria eventuale del centrosinistra a rivoluzionare un tale quadro. Ma senza di essa ciò che potrebbe capitare a questo paese sgomenta perfino cercare di immaginarlo. Salvare almeno la decenza, come invoca Leogrande, coincide, oggi, con la possibilità di salvare ogni possibile altra evoluzione, come quelle cui allude Giacopini. Bisognerebbe capire e sentire tutti, in maniera perfino viscerale, che questa è davvero la situazione, che davvero l’Italia del 2006 è a un bivio di questo tipo. Per tale ragione anche un movimento che con la politica può ormai scendere a patti, trattare tenendosene perfino a qualche distanza, che può vivere anche malgrado le sconfitte che su quel terreno specifico subisce, non può in alcun modo rinunciare a giocare questa partita. Il centrosinistra convince poco, grandi leader non ce ne sono, i programmi sono quello che sono, la legge elettorale fa più che schifo e le liste che grazie a questa legge anche i “nostri” hanno compilato fanno cadere le braccia. Non importa. Ci tocca pure difendere Calderoli da Al-Qaeda. Non importa. è tutto surreale, a volte grottesco. Perfino la tragedia si muta spesso in commedia (all’italiana). Non importa. Non vogliamo fare come Montanelli, turandoci il naso. Non importa. Faremo come Beckett, dicendo “Non posso continuare. Continuerò”.

Gianfranco Bettin