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“Buongiorno. A Torino oggi è domani”. Pur avendone tutta l’aria, non è propriamente uno dei tanti spot elettorali spalmati sui muri. Si tratta invece del giochetto di parole inventato per presentare quella sorta di Olimpiade Culturale che – a fianco dell’Invernale – ha visto il nostro Luca Ronconi fare incetta di medaglie dal momento che era l’unico a gareggiare. Ma il progetto “Domani” non è ideato dal solo Ronconi. È firmato da Luca Ronconi e Walter Le Moli, che è direttore da qualche anno del Teatro Stabile di Torino, braccio destro dell’altro Walter, quello romano (tanto da essere scherzosamente soprannominato “Walter Ego”) e uomo di punta di quella sinistra sempre più in voga oggi che vede nella “spettacolarizzazione” di tutto e tutti la via maestra per rilanciare le economie cittadine e – soprattutto – per raggiungere il necessario consenso. Le Moli sceglie il grande “evento” per dare il proprio contributo a una città come Torino che vuole trasformarsi in “fabbrica di cultura”. La strada da intraprendere secondo Le Moli non è più tanto la “cultura-divertimento”, quanto, seguendo alcuni modelli europei, la “cultura-investimento”. E l’investimento è stato incredibilmente alto soprattutto rispetto agli ultimi tagli del Fus (Fondo unico dello spettacolo): più di sette milioni di euro per cinque spettacoli, la maggior parte dei quali nasce e muore a Torino, perché troppo costosi o troppo “grandi”. La logica è evidentemente quella dell’evento unico e irripetibile, un investimento a breve, brevissimo termine molto più pubblicitario che non progettuale. I cinque spettacoli – cinque come i cerchi olimpici – vogliono rappresentare quelli che sono gli anelli e le vere concatenazioni della nostra società. In altre parole “Domani” è un progetto che punta a una sorta di “macroscopio” sul futuro e prova a formulare ipotesi attraversando temi di scottante attualità. Si inizia con la Storia (“Troilo e Clessidra” di William Shakespeare), la Guerra (“Atti di guerra” di Edward Bond), l’Economia (“Lo specchio del diavolo” di Giorgio Ruffolo), la Politica (“Il silenzio dei comunisti” di Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin) per finire con la Scienza (“Biblioetica. Dizionario per l’uso” di Gilberto Corbellini, Pino Donghi, Armando Massarenti). Sforzarsi in tutti i modi di essere “massimalisti”, aprirsi al “mondo” e sfidare la stessa forma teatro mettendola alla prova con testi e temi per nulla teatrali poteva essere una strada molto interessante per rimettersi in gioco. La disorganizzazione del Teatro Stabile che rendeva estremamente difficoltoso raggiungere i luoghi deputati, un calendario complesso di date alternate per cui era impossibile seguire i cinque spettacoli se non trattenendosi almeno un paio di settimane, e in aggiunta il caos della Torino olimpica non mi hanno permesso di seguire più di due lavori: “Lo specchio del diavolo” e “Il silenzio dei comunisti”. A conti fatti risultava però evidente che il progetto “Domani” era sensibilmente rivolto a un pubblico molto poco forestiero e molto più torinese. Due anelli dei cinque in programma (che intanto erano diventati quattro per un malore di Massimo Popolizio con l’invevitabile annullamento di “Atti di guerra” dopo pochissime repliche), pur essendo una visione parziale, sono probabilmente sufficienti per capire almeno alcuni orientamenti. Innanzitutto colpiva dei due lavori (ma lo stesso dai racconti sembrerebbe valere anche per “Biblioetica”) il carattere piuttosto austero. Scene sobrie e quasi nessuna macchineria. Più che spettacoli di teatro sembravano conferenze, una sull’economia e l’altra sulla politica. Scegliere una via austera in un contesto tutto fiammeggiante come quello olimpionico era certo una strada possibile di contrasto. Apparentemente poteva sembrare quasi che Ronconi avesse rinunciato al “teatro” e al “suo” teatro per una esigenza “politica” tutta nuova. Ovvero al posto dello “spettacolo” utilizzare il teatro per fare “una lezione”, per formulare domande e azzardare risposte. L’assunto iniziale sembrava essere proprio questo: riazzerare tutto, ripartire da capo, togliere di scena il teatro e lavorare politicamente in modo didattico (vagamente brechtiano), poiché i tempi sono troppo bui per intraprendere percorsi di altro tipo e la necessità è quella di occuparsi di “cose serie”. Pur se estremamente discutibile, poteva essere una direzione possibile, che almeno avrebbe avuto il merito di rappresentare una scelta radicale e in controtendenza. In realtà si trattava solo di una verniciatura molto superficiale o tutt’al più di una presa di posizione che risultava poi talmente mediata (dalla città, dalla politica, dai soldi…) da manifestarsi, nei mezzi e nei fini, in modo esattamente opposto. Bastava grattare un attimo per accorgersi che le “macchinerie” all’inizio cacciate dalla scena rispuntavano dalla parte del pubblico (nel “Silenzio dei comunisti” la gradinata, posata su dei binari, spostava fisicamente tutti gli spettatori risultando tuttavia un’operazione drammaturgicamente inutile), che anche tutta l’apertura al “mondo” era solo apparente e che le “cose serie” erano affrontate con grande superficialità. Entrando nel merito dei lavori: “Lo specchio del diavolo” è un testo scritto per l’occasione dall’economista Giorgio Ruffolo e l’intenzione è quella di sorvolare ad altissima quota la storia dell’economia, da Adamo ed Eva ai giorni nostri. È suddiviso in tre parti: economia e tecnica, economia e moneta, economia e politica. La scena iniziale è un supermercato (che poi si trasformerà nel caveau di una banca e poi in magazzino pieno di giornali e televisioni) con frutta e verdura bene in vista, un reparto surgelati e prodotti vari. Si inizia con il Paradiso Terrestre, con Eva e Adamo e le foglie di fico. Si inizia con un Dio barbuto che sproloquia sulla mela rubata. Da una situazione di nomadismo alla volontà dell’uomo di modificare l’ambiente inventando nuovi strumenti: le tecniche. Arriva il Pitecantropo del Pleistocene e l’uomo scopre il fuoco. Poi un asse pieno di insalata viene posato a terra e arriva l’agricoltura con tutti i relativi cambiamenti. Intanto un’inserviente del supermercato entra ed esce dalla scena con un carrello della spesa pieno di libri, appare come un spot pubblicitario e rivolgendosi al pubblico dà le indicazioni bibliografiche. Il tono è quello di un grande fumettone. Gli attori (e saranno almeno una quarantina!) si alternano in innumerevoli ruoli, sono voci che spiegano i passaggi dell’economia. Per quattro ore non fanno che spiegare spiegare spiegare: c’è chi domanda e chi risponde, chi risponde e chi domanda. Quando però la storia diventa troppo noiosa appaiono dei bozzetti, dei “tableaux vivants”, piccole digressioni “leggere”, che sono degli esempi perché la lezione risulti più chiara e divertente. È giusto questo, il fatto: si tratta proprio di una lezioncina e Ronconi ci rimanda tutti a scuola. Ma è una lezione che non vuol farsi vedere troppo noiosa e che volendo divertire e coinvolgere il pubblico spaccia – come spesso accade – la superficialità per leggerezza, il “bamboleggiare” per ironia. Tra il sussidiario delle scuole elementari e qualche programma tv di divulgazione economica il teatro sopravvive in piccoli clichés recitativi o in qualche azione da saggio finale dell’Accademia. Ben poca cosa, ma bisogna essere comunicativi e allora è bene che il teatro rubi qualcosa alla televisione, così dichiara lo stesso Ronconi in un’intervista nel catalogo dell’evento: “Non ho una grande ammirazione per la televisione però, indubbiamente, è un mezzo potentissimo: per questa ragione credo che sia una sciocchezza pensare di far competere due mezzi così diversi come il teatro e la televisione. Tuttavia il teatro può rubare qualcosa alla televisione, ossia la possibilità comunicativa. La frantumazione del personaggio è qualcosa che so essere in rapporto col tipo di percezione televisiva sviluppatasi oggi, che necessita di un rinnovamento continuo di attenzione. Per questa ragione, le figure de “Lo specchio del diavolo” non hanno una dimensione psicologica o naturalistica, bensì una connotazione ‘ambientale’.” In altre parole si entra pienamente nel “flusso” della “comunicazione” con tutti i ricatti connessi. Quando il discorso si avvicina ai nostri giorni le tematiche si fanno più complicate e allo stesso tempo più interessanti anche perché traspare in modo chiaro la posizione di Ruffolo-Ronconi-Le Moli che, nei toni, vorrebbe porsi come analisi obiettiva e super partes. Di fronte al boom della finanza, alla speculazione e al dominio assoluto degli Usa le prospettive future non possono che essere catastrofiche. Riappare il Padreterno, ora chiamato Demiurgo, che abbracciando il globo terrestre – direttamente dal “Grande dittatore” – tutto sconsolato indica le uniche possibilità di salvezza: tracciare un quadro vero del mondo secondo parametri diversi dal Pil, iniziare a programmare il futuro e infine istituire un fantomatico Governo Mondiale dando grande importanza agli organi internazionali. La fumosità e la vaghezza delle analisi si alterna a vera e propria banalità: “non si può tornare all’Eden, il re dei nostri giorni è la tecnica, ma non è quello il pericolo. Il pericolo deriva dall’uso che se ne fa”. Tutte le ipotesi catastrofiste hanno il tono della barzelletta e non c’è nessun aspetto tragico dei destini del pianeta. Perché a guardar bene il nemico scelto da combattere è l’America, la cui colpa maggiore è quella di essere più ricca di noi. La battaglia di oggi e di domani si concretizza sulla scena in una partita a palla tra gli Usa (in maglietta rosa Big Babol) e l’Europa (in maglietta verdino speranza, ovviamente!), la cui posta in gioco è il benessere (sottinteso: il nostro). Si tratta in conclusione di un bignamino di storia dell’economia dalle origini ai nostri giorni (ma sui nostri giorni quante cose ci dice in più un film come “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton!) che esclude il mondo riducendolo a una gara poco olimpionica e molto ipocrita tra Usa ed Europa. La Cina non esiste, l’India non esiste, il Medioriente di sfuggita, l’Africa nemmeno a parlarne, il Sudamerica solo per raccontare qualche intreccio finanziario. In una vetrina mondiale qual è l’Olimpiade il taglio che si dà alla riflessione è molto italiota e molto ipocrita. Secondo Ruffolo-Ronconi-Ulivo non ci rimane che un’unica strada: un sano e moderato riformismo, dove il diavolo dei soldi si trasforma improvvisamente in angioletto, almeno fintanto ci garantisca un meritato e non troppo faticoso benessere. In concreto? Sulla scena arriva una bambinetta in silhouette azzurra. È l’Euro, che “è comparso come una bambina indesiderata e non voluta ma che ormai abbiamo tra le mani”. A questo punto il sogno da realizzare più in fretta possibile è la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa”, l’unica strada percorribile per salvaguardare il nostro benessere. In fin dei conti – ci dice lo spettacolo – basterebbe un accordo politico, perché il Pil della Comunità Europea è di poco inferiore a quello degli Usa. E lo sapete perché è di poco inferiore? Perché in Europa si lavora meno, visto che noi europei ci teniamo al nostro tempo libero, siamo notevolmente più “umani” e più “colti” (sottinteso: soprattutto quando si va a teatro a vedere Ronconi). Alla fine le conclusioni sembrano davvero essere un regalo elettorale, un appello al buon senso comune secondo il miglior spirito europeista, perché “il più grande nemico da combattere non è la tecnica, ma la stupidità. Contro la stupidità gli Dei sono impotenti, gli uomini no” (sottinteso: soprattutto se sono di sinistra, se sono borghesi o se si chiamano Luca Ronconi). Sotto sotto Ronconi addolcisce gli orli del bicchiere con il “miele” della comunicazione perché il compiacente pubblico borghese senta meno amara la pilloletta che ingoia. Ronconi ci ammonisce: il lupo cattivo esiste ed è il denaro. E fin qui potremmo anche dargli ragione, se non fosse che il progetto e il sogno è quello di trasformare il lupo cattivo in un fidato cane da guardia a difesa dei nostri (e solo dei nostri, ovviamente) piccoli e grandi privilegi. Lo spettacolo sulla “Politica”, “Il silenzio dei comunisti”, è tratto invece da un epistolario, uscito per Einaudi nel 2002, tra Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin. Si tratta di sette lettere, alle domande di Foa segue una prima serie di risposte, poi Foa replica e infine conclude dopo le contro-repliche. È un libro di un certo interesse per ricostruire alcuni nodi del secondo Novecento. Sono tante le domande di Foa e partono dal presente, dal “silenzio” dei tanti comunisti, forse derivante – per dirla con Freud – dall’elaborazione del lutto. Foa chiede un’autoanalisi, un’autocritica, chiede di raccontare le proprie vicende di “comunisti”, di raccontare i meriti e le colpe del comunismo italiano. Foa chiede di prendere posizione sui rapporti del Pci con l’Urss, sui rapporti e la funzione del Partito socialista. Chiede se hanno mai creduto nella “rivoluzione” e se sono stati pacifisti. Foa pone questioni anche sui nostri giorni, sui movimenti contro la globalizzazione e sulle possibili strade da imboccare, concludendo con un certo ottimismo: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possono migliorare: la scelta è fra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti”. Ronconi decide di recuperare il testo mantenendolo interamente se non per qualche taglio e lo ambienta in tre stanze vuote. Tre stanze dismesse come se qualcuno avesse portato via tutto per un trasloco improvviso lasciando qualche giornale a terra, un tavolo, dei libri. Una di queste stanze vuote viene rimbiancata e forse tutte quante verranno presto riabitate e rimesse a nuovo (e la metafora politica, se c’è, è abbastanza comprensibile). In ogni stanza si assiste al monologo di ognuno dei tre personaggi che non dialogano mai tra loro. Luigi Lo Cascio è un logico e razionale Vittorio Foa, Maria Paiato è un’istintiva e simpatica Miriam Mafai e Fausto Russo Alesi è un ansioso e nevrotico Alfredo Reichlin. Tre attori intorno ai quarant’anni, non-ronconiani e vitali, molto diversi tra loro, scelti per interpretare un novantacinquenne (Foa) e due ottantenni (Mafai e Reichlin). Ronconi vuole rilanciare un discorso sulla politica, vuole indicare una strada per il futuro, che deve – evidentemente – ripartire da queste esperienze. Le risposte della Mafai sono le più interessanti soprattutto quando racconta le proprie vicende di dirigente periferica del Pci, le lotte contro il principe Torlonia per la riforma agraria e le attività in Lucania. È Mafai a intendere il silenzio dei comunisti come genitivo soggettivo e a raccontare del dirigente Longo che a una sua domanda fece finta di non saper nulla sui “fatti tragici di Barcellona”. Reichlin divaga molto di più, non risponde mai fino in fondo alle domande e si interroga sul presente auspicando una linea “riformista” molto fumosa. Ogni tanto riappare Craxi con una punta di velata nostalgia e quando le riflessioni sono sul presente vengono fuori le debolezze e le contraddizioni. Vittorio Foa guida la discussione con domande puntuali, ma con un tono esageratamente paternalistico tanto da arrivare a un certo punto al grottesco: “cara Miriam, quando avrai la mia età capirai come è noioso avere sempre la stessa identità” (Foa sui novanta, Mafai attorno agli ottanta!). Tono che Ronconi recupera pienamente senza mettere in discussione nulla. La regia si riduce a trampolino di lancio, ad amplificatore (noioso) del testo e in conclusione appare un’esaltazione troppo nostalgica e paternale che può forse entusiasmare la borghesia torinese ma che non aggiunge nulla. Per spezzare il ritmo dei monologhi, davvero troppo monocorde, Ronconi si inventa una macchineria da parco giochi: come fare per passare da una stanza all’altra? Molto semplice, si sposta orizzontalmente tutto il pubblico, trascinando direttamente l’intera gradinata! Ma in fin dei conti la domanda vera dello spettacolo è: “Chi furon li maggiori tui?”. A questa difficile domanda Mafai prova a fare dei nomi. La risposta che ci dà Ronconi non la possiamo condividere con tanto entusiasmo. Rilanciare un discorso sulla politica e sulla nuova sinistra oggi richiederebbe la riscoperta di “maggiori” molto più eretici e radicali. Personaggi molto meno organici e non così vicini alla politica. Alla fine qui si attenua tutto, anche le possibili asperità si appianano (perché se qualche errore è ammesso, tutti si autoassolvono!) in un contesto che si tramuta in una vera e propria celebrazione della borghesia di sinistra torinese (e nel catalogo ovviamente non poteva mancare l’intervento di Eugenio Scalfari!). E così Torino con le sue “notti bianche” è riuscita sufficientemente a mostrarsi paese dei balocchi per apparire sui media città ospitale e vincente. Il progetto “Domani” è stato solo una parte di questo “giocattolone”. Una parte che ha mostrato fin da subito scelte di linguaggi e di contenuti ben poco condivisibili. In conclusione un progetto “micromegalomane”, che adesso è finito e molto presto ci dimenticheremo. Rodolfo Sacchettini
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