| Letto visto ascoltato |
| di Redazione |
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Georges Simenon Cargo Adelphi
Questo “Cargo” (nell’originale “Long cours”, 1936) è uno dei più bei romanzi di Simenon – finalmente ristampato nella nuova traduzione di Marco Bevilacqua – assieme a “Pioggia nera”, “La neve era sporca”, “La vedova Couderc”, “Tre camere a Manhattan”… Eccetera, però, perché ciascun lettore di Simenon ha le sue preferenze, e i bei romanzi non mancano di certo nella sua fluviale produzione. Frutto di un lungo viaggio per nave in America Latina e Asia, “Cargo” si richiama sotterraneamente a Conrad, non solo per l’ossessiva presenza del mare e della giungla, ma per la pietas con cui Simenon guarda al destino del giovane protagonista, incapace di ribellione. Figlio di un anarchico da leggenda uccisosi in carcere quando lui aveva due anni, Joseph Mittelshauser ha cambiato cognome inutilmente, è diventato Mittel e ha cercato inutilmente di darsi una personalità, un’autonomia, un progetto di vita. Charlotte, la ragazza anarchica ma molto borghese e molto fredda e cinica con cui si è messo uccide un commerciante, suo protettore, e lo trascina in una fuga verso le Americhe su un cargo che trasporta armi clandestine per una qualche rivoluzione latinoamericana, dominato da un rozzo e sornione comandante di cui si fa amante. è suo o di Joseph, il bambino che nasce? La storia raccontata da “Cargo” è divisa in più parti: Parigi, Dieppe, il viaggio sulla Croix-de-Vie, Panama, il Sudamerica, la noia e la giungla, ma è sempre la storia di un lento “enlisement”, di uno sprofondamento nella melma di un’esistenza condannata al margine, di un accanimento della malasorte su una vita partita male. Come tante e infinite, come le vite perse che Simenon ha voluto raccontare, le sole che ha amato raccontare. Come le tante che solo Simenon ha saputo raccontare con quella distanza che lentamente ti prende e ti accosta al dolore, una sensibilità e una capacità uniche di entrare dentro storie che hanno la costante dell’attenzione partecipe agli infiniti limiti della condizione umana, al peccato del mondo. George Orwell Gli anni dell’“Observer”. 1942-1949 Baldini Castoldi Dalai Orwell collaborò all’“Observer” tra il 1942, anno di piena guerra, e il 1949, anno di piena guerra fredda. Gli fu più facile intervenire sulle pagine di politica del giornale che su quelle culturali, più strette attorno a una visione conformista degli autori e delle opere e della funzione delle arti nella società, meno libere di quelle politiche. “The Observer” fu il settimanale più coraggioso dell’Inghilterra del tempo, e Orwell vi ebbe un ruolo di stimolo talora provocatorio con le sue prese di posizione a favore dell’India o le sue riflessioni sull’Europa in guerra e sulle scelte alleate per il dopoguerra, anche se alcune, oggi, possono apparirci, col senno del poi, in parte discutibili. Per esempio, quando egli (8 aprile 1945) parla del “futuro della Germania in rovina” difendendo la violenza dei bombardamenti alleati: “Inumano non è il bombardamento aereo. Inumana è la guerra in generale, e l’aereo da bombardamento che viene usato per paralizzare le industrie e i trasporti, è un’arma relativamente civile”. Ma il suo reportage dalla Germania sconfitta è in genere lucidissimo, anche se possiamo preferirgli per la sua carica di pietas quello di Stig Dagerman, allora giovane anarchico, o il film di Rossellini. Tutto il libro è però appassionante, perché i giudizi di Orwell non sono mai ovvi. Che egli parli di Bernanos e De Gaulle o di Wells e Wilde, del sistema delle classi inglese e delle sue influenze sulla cultura o del colonialismo e del suo destino, della Spagna o dell’Urss, di Marx o di Dickens, di storia sociale e politica o di storia letteraria – e viene da confondere facilmente le due sezioni del libro, quella degli articoli e quella delle recensioni – Orwell aiutava sempre a capire meglio e di più, ad andare al fondo delle questioni. E lo straordinario è che ci aiuta ancora oggi, e sa metterci in guardia dalla fiducia nel gusto corrente e nelle idee ricevute. Ciò che può sorprendere maggiormente e che di conseguenza può affascinare di più non è però la lucidità e il rigore dei giudizi, la morale di Orwell, che ben conosciamo, ma proprio il suo stile, il modo di parlare di politica come il modo di parlare di libri, tanto esso sembra estraneo alle nostre abitudini. La chiarezza e immediatezza e concisione di Orwell hanno molto da insegnarci, e questa raccolta è un’ottima occasione per metterci di nuovo alla sua scuola. Giorgio Bocca Napoli siamo noi Feltrinelli Piero Sorrentino sul “Corriere del Mezzogiorno” ha elencato gli errori commessi dal noto collega di “la Repubblica”, troppi per così poche pagine e alcuni gravi. La debolezza dell’inchiesta sta nella superficialità: pochi giorni spesi a Napoli intervistando qualche politico (Bassolino e Jervolino in testa) di cui non si è fidato, un altro politico (Lamberti), due studiosi (Craveri e Allum), un giudice chiacchieratissimo (Cordova) e il solito tassista, dei quali invece si è fidato anche troppo; una vecchia discussione riciclata, come forse altri brani (il computer aiuta i pigri) con La Capria e con Ermanno Rea, tra i più devoti a Bassolino, sul “senso” di Napoli; qualche informazione raccolta da pochi articoli e libri su fatti rievocati alla spiccia; un costante umor nero dettato dall’abituale prevenzione del piemontese Bocca contro il Regno del Sud, quel Regno che non ha voluto accogliere ieri e gli sembra renitente ad accogliere anche oggi i modelli nordici. Sì, Bocca continua a pensare i Savoia e gli Agnelli come dinastie straordinariamente migliori delle meridionali, e non come, nei confronti del Sud, storiche imprese coloniali. Il traffico – prima piaga della città, ma non solo sua – e il rumore gli fanno saltare i nervi. Bocca parla con ragione di “una cultura tollerante fino alla complicità”, anche se sorvola sugli esempi di “ben fare” minoritario e appartato, e si fida facilmente di chi parla bene e razzola come tutti. In definitiva, del suo libro ci si potrebbe liberare velocemente: non dà nessun aiuto a capire e nessuna idea buona per intervenire. Le accuse di razzismo antimeridionale che produsse una decina d’anni fa un altro suo libro sul Sud meno veloce e insieme più accorato e spavaldo, “L’inferno”, devono averlo toccato, ed egli cerca già nel titolo del nuovo, “Napoli siamo noi”, una giustificazione e un alibi, che però smentisce capitolo per capitolo perché la sua tesi è che Napoli è comunque peggio di noi, ed esprime un modello da cui bisogna difendersi. “Città post-industriale di narcotrafficanti” la definisce, e la parola “camorra” è la sua ossessiva chiave di lettura, è uno specifico che per lui minaccia tutti, così come la risalita della penisola della “linea della palma” tanti anni fa. La parola camorra si infiltra in tutto, ma “le spiegazioni specialistiche come quelle antropologiche lasciano il tempo che trovano” perché “non ci sono segreti, ci sono solo organizzazioni di persone che vogliono guadagnare facilmente violando la legge”. Il moto di solidarietà che recita il sottotitolo dell’inchiesta, “Il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia”, è presto trascurato dalla denuncia del pericolo: “Napoli non cambia mai… stessa anarchia, stesse alleanze malavitose”, e Napoli è “l’unica città in cui un assassino può circolare tranquillo” aggiunge citando nientemeno che Sade. Rovesciando ma accettando la convenzione, finisce per dirci che Napoli è diversa, paradossalmente d’accordo con tanti intellettuali e artisti napoletani malati di autoreferenzialità. E se la realtà fosse più complicata? Se bisognasse guardare all’intera area napoletana per capirci qualcosa? Se dietro il disordine, il chiasso, “l’urbanistica demenziale”, il traffico, la violenza fosse tuttavia in atto una trasformazione enorme, più vitale e impressionante di quella che investe il Nord del paese, la claustrofobica e insapore Lombardia, la languida Torino, l’intasato Veneto? E se occorresse per capire l’evoluzione della camorra guardare ai suoi intrecci economici non solo con la borghesia napoletana ma anche con quella settentrionale e con quella fuori d’Italia. E se il destino non solo di questa parte di Mediterraneo e d’Europa ma di tutto il mondo fosse quello di coniugare, oggi e domani, con pesanti scompensi, il peggio dello ieri e il peggio del domani, il peggio della tradizione e il peggio della innovazione? Se fosse questa la ricetta vincente di Bassolino e De Mita? |
