|
La minaccia del cavalier Berlusconi continuerà a pesare a lungo sulla penisola. La destra è forte, è decisa a tutto, farà di tutto, e la destra è Berlusconi. La prima speranza di queste elezioni era quella di potersene liberare. Il fantasma evocato da una politica e da una cultura arruffone che vedevano nel controllo dei media il loro perno non svanisce nelle ombre di un passato fitto di tentazioni demagogiche e populiste. Il fascismo continuità della nazione, eccetera, fedeli anche a un’altra continuità, quella del trasformismo. Berlusconi – se ne è accorto perfino Moretti – siamo noi; o meglio: è lui, siete voi, sono loro, perché è troppo comodo fare di ogni erba un fascio (un fascio!) e proprio non ci sentiamo di considerarci anche noi responsabili – se non per maldestre agitazioni giovanili piene di utopia ma disattente al metodo e illuse sul primato della politica –, del disastro, della volgarità, dello sbracamento nazionali. Il particulare e il familismo e il modello “potere occulto” o quasi occulto attraversano il paese, le sue regioni e le sue corporazioni. E la chiesa ci mette del suo, nel suo arroccamento burocratico e nella sua incapacità di individuare una funzione non solo di sopravvivenza, nella confusione delle mutazioni cui il capitalismo ci ha obbligato (il potere occulto per eccellenza, ben più potente della chiesa e delle chiese, è come tutti sanno e fanno finta di non sapere la finanza americana e le sue ramificazioni). Con i nostri infimi mezzi, noi cerchiamo di combattere quelle “basi” della nostra società da sempre, e dunque anche il modello antropologico che le sostiene. Nell’adeguarsi a quei modelli, nella paura di contrastarli (perché questo richiederebbe un lavoro di lunga durata e l’invenzione di un diverso modo di agire) la sinistra ha finito per non essere migliore della destra. In una sua parte è certamente più onesta, ma in altre ha fatto disastri ed è stata, bisogna pur ricordarlo, anche evocatrice, e complice, nella nascita e nello sviluppo del fenomeno Berlusconi. Ha accettato i valori imposti dal mercato e dai media, si è voluta avanguardia nell’uso spregiudicato dei media e non ha mai rinunciato alla norma del “fine che giustifica i mezzi”, eredità pesante dei partiti detti comunisti. Ma sappiamo che ci sono pericoli maggiori, contingenti, sempre, e che ogni rigidità può rovesciarcisi addosso: non bisogna mai dimenticare che un “nemico principale” c’è sempre, contro il quale occorre allearsi con coloro che lo osteggiano; e in queste elezioni c’era, grande e vistoso. Il pericolo maggiore resta però quello portato dal degrado e dalla morte della democrazia, e dalla fine dei conflitti sociali che la innervavano: i ricchi manipolano i medi, e i poveri non contano. (Non è solo colpa della sinistra se i modi di gestire e di manipolare sono cambiati, se il proletariato è stato sostituito da una immane piccola borghesia senza valori altri da quelli che ama subire, capitalistici e universali, salvo poi trovarsi fottuta dai ricchi veri, suoi fratelli e figli più abili e più ladri; sua colpa è non elaborare alcunché che possa differenziarla, sua colpa è voler imparare a usare, a inseguire quei modi, a farli propri, perdendo così la propria ragion d’essere sociale e morale.) Nella nostra critica della politica e della sinistra, alla cui storia e alle cui ragioni fondatrici sentiamo di appartenere più che mai, crediamo di potere parlare in nome di una minoranza che c’è – che non è quella dei partiti minori della sinistra, ancor più cinici dei maggiori nella loro ossessione del potere e non è neanche quella dei “buoni” delle associazioni supini quasi tutti alla politica corrente. Una delle grandi colpe della sinistra non è forse quella di aver contribuito pesantemente a uccidere, cooptandola e corrompendola o contrastandola, la società civile? (Non si parla, è ovvio, di quella “organizzata” che si è servita subito di questa formula per cercare il suo posto in parlamento.) Girando il paese e conoscendolo meglio di altri, questa minoranza la individuiamo e l’incontriamo in ogni città o borgo, e constatiamo che essa sa assolvere degnamente ai propri doveri professionali e sociali ma molto meno a quelli civili e dunque politici, che continua a delegare ad altri e cioè alla casta dei politici, mondo a parte di cui è ormai doveroso diffidare sempre. Si tratta di una minoranza etica, poco “cattolica” e “comunista” perfino quando si dichiara cattolica o comunista, essa è l’ossatura del paese, la ragione per cui il disastro non è ancora totale. Essa crede nella sua funzione di rimediatrice e limitatrice dei danni, ma ahinoi qui si ferma. Le sue buone pratiche non producono un’altra politica e neanche un coerente rifiuto di questa politica. Anche se ci sono esempi localmente efficienti, di raggruppamenti che ne nascono e che, quantomeno, scombinano come possibile i gioghi dei marpioni eletti dal popolo, questo non basta, bisogna inventare altro. E quest’altro deve nascere dalla confluenza tra istanze morali, lucidità analitica, capacità di intervento momento per momento: una visione e un progetto, e le pratiche che ne conseguono. è di questo che continuiamo a parlare su questa rivista: non solo di critica dell’esistente, anche di ricerca d’alternativa, di altri modi che trovino, ancora una volta, la loro forza nel metodo. Per tornare al presente, la divisione del paese è dunque non soltanto quella ufficializzata dal voto tra una destra molto di destra e una sinistra molto di centro, una sinistra che non ha affatto trovato un suo nuovo quadro di riferimento ideale – teorico e pratico – e anzi non sembra affatto volerlo cercare. Nell’immediato, ne risulterà la difficoltà di governare derivata da questa spartizione. I ricatti infiniti della destra, l’invadenza mascalzona di tanti leader, il controllo e l’uso dei media da parte di finanzieri e politici, il giro dei ricatti, il vomito della demagogia, l’insipienza delle alternative, la povertà e confusione del progetto che affligge la sinistra, il suo rifiuto di scavare nelle proprie contraddizioni. (E più che complici della corruzione morale e culturale del paese e, alcuni, della confusione nell’idea di “sinistra”, ci appaiono, dopo la fogna chiamata tv, proprio i giornali del “palazzo” e quelli della “politika”; più che responsabili, ci appaiono i bonzi dell’opinionismo, e ci fanno più senso, per ovvie ragioni, quelli che pontificano in nome della sinistra). Senza progetto, senza un’idea di cosa ci piacerebbe che potesse diventare il nostro paese e il mondo, senza piano e senza morale non si va lontano. Se si persegue una diversità sociale e morale chiara, ne conseguono anche impopolarità e cammini lenti, faticosi, dolorosi. Sarà difficile, il nostro futuro immediato, e potrebbe farsi tremendo quello meno immediato. Poco è possibile fare, ma a quel poco siamo intenzionati a contribuire con le nostre pochissime forze, e con più ostinata esigenza di verità e di giustizia che mai. Questo paese non è amabile, la sua classe dirigente è disgustosa, la sua sinistra compromessa e peggio che mediocre, la sua cultura corrotta e compiaciuta nel suo chiassoso servilismo. Il suo popolo è ottuso e corruttibile per la perdita delle vecchie basi e per l’innesto e l’invadenza dei più sguaiati modelli, ma subiti e introiettati con convinzione. I suoi “buoni” sono molto fiacchi, ma è loro che bisogna cercare e sollecitare ed è con loro che bisogna continuare. Goffredo Fofi
|