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Nelle prime settimane di gennaio il Pil cinese ha superato per valore quello italiano, che ora passa al settimo posto nel mondo per valore della produzione. Nel contempo lo scambio commerciale tra Cina e Italia si attesta a poco più dell’1%, quinto valore in Europa e a grande distanza da quello realizzato dalla Cina con Giappone, Russia e Stati Uniti. All’attuale tasso di crescita in meno di venti anni l’economia cinese sarà sei volte più grossa, superando quella statunitense, già sul viale del tramonto. Mentre si moltiplicano, con ritardo rispetto agli altri paesi europei, le guide – stampate in centinaia di migliaia di copie – per i turisti cinesi, ultimo esempio “Italia. Viaggio nella storia, nell’arte e nel paesaggio” (430 pagine) scritta in cinese e da cinesi, si pone un “piccolo” problema: ma con i cinesi chi ci parla? E poi: chi li accompagna? E ancora: come e dove arrivano? Parliamo di turismo, anche se i movimenti della popolazione d’Oriente non si limitano a questo e, come spesso avviene, il turismo porta con sé gli affari del paese di partenza (o viceversa gli affari portano turisti, dal momento che prima dei turisti sono arrivate le merci e gli imprenditori cinesi). I primi tre tour operators che portano visitatori cinesi in Italia sono tedeschi e francesi e da soli movimentano il 70% del traffico. Lo stesso vale per le compagnie aeree, dal momento che Alitalia è l’unica a non volare a Pechino. Air France e Lufthansa hanno ciascuna due voli al giorno. Hanno collegamenti regolari con la Cina compagnie di paesi molto più piccoli del nostro come Klm, Austrian Airlines, Finnair. Le linee aeree turche hanno più voli dell’Italia. Le grandi agenzie di viaggi straniere vendono un “giro d’Europa” standard di dieci giorni, con tappe in Germania Francia Belgio e Olanda: la visita italiana è un’appendice minore, spesso si riduce a un blitz su Roma e Venezia in un giorno e mezzo. Per il resto l’Italia resta sconosciuta alla gran massa dei nuovi global consumers d’Oriente. E l’industria turistica italiana non è attrezzata per nuovi ingressi. Ma forse questo non sarebbe così male: di turisti ne abbiamo già abbastanza se pensiamo a come i flussi (non) sono stati e (non) sono governati. Oggi si sa bene che il turismo è tra le industrie più inquinanti del mondo, divora spazio e lascia detriti, morde e fugge, corre veloce e cancella il tempo e lo spazio. Si pensa a contingentare immigrati, a erigere muri, a espellere “clandestini”, ma di fronte al visto turistico si spalancano le porte. Intendiamoci: non propongo chiusure, ma critico le offerte indiscriminate, il fatto che basti avere un po’ di soldi per avere il potere (turistico) di consumare ambiente, territorio, cultura. Se buona parte del territorio italiano, soprattutto in estate, si prostituisce a una enorme biomassa inquinante che cerca cartoline piuttosto che paesaggi veri, l’afflusso di una moltitudine cinese non può esser salutato, con tutto il rispetto per chi vuol venire, con grande entusiasmo. Ciò che attira è il soldo, non la diversità. Lo scambio di valore (ho invertito i termini, ma intendo proprio il “valore di scambio”) e non lo scambio di vedute. Assistiamo così a paradossali rincorse. Il 2006 è stato frettolosamente dichiarato anno del turismo cinese. Intanto sono i tedeschi che portano i cinesi in Italia, da Francoforte piattaforma logistica per l’Europa, per giri di due giorni al massimo. Il ministro Stanca inaugura un costosissimo portale telematico (l’innovazione, ahi, l’innovazione ridotta al computer...) che centralizzerebbe l’offerta sui mercati cinesi e benché dissentano operatori e regioni, questi si attrezzano alla meno peggio, anche loro con portali web in proprio. In Toscana gli albergatori si preoccupano di includere il tè verde nei loro menu, ma gli hotel a cinque stelle costano dieci volte tanto rispetto a quelli lussuosi di Shanghai. Ci si attrezza ai ristoranti con finissimi risotti al pesce, ma – attenzione – se i chicchi sono scotti il cinese non mangia. Ma sono soprattutto disservizi e preconcetti che sembrano – a detta degli “esperti” – scoraggiare il turista cinese: e su questo ci si arrabbia e, specularmente, si riversano sui cinesi preconcetti nostrani. “Il cinese è un popolo chiuso, che si vanta superiore perché portatore e custode di antiche tradizioni, e che non vuole rinunciare alle sue abitudini. Nemmeno quando viaggia”, scriveva, con evidente acredine, la rivista della Federalberghi (“TI. Turismo d’Italia”, Federabelghi, genn. febb. 2005). Ma sul vanto di superiorità i cinesi hanno dalla loro la storia e il giudizio di illustri fondatori dell’economia occidentale. Nel 1776 Adam Smith scriveva a questo proposito che “la Cina è un paese molto più ricco di tutte le contrade d’Europa”, realtà che i gesuiti – senza voler qui scomodare Marco Polo – conoscevano già da lunghissimo tempo. Da parte sua, padre Jean Baptiste du Halde, la cui enciclopedia sulla Cina influenzò i commenti favorevoli di Voltaire, notava nel 1735 che il fiorente impero cinese conosceva un commercio interno incomparabilmente superiore a quello europeo. Secondo le stime di Paul Bairoch, la Cina nel 1750 aveva livelli di produttività superiore alla media europea, tenendo conto delle rispettive popolazioni dell’epoca: il prodotto nazionale lordo per abitante in Cina arrivava a 228 dollari contro i 150-200 dollari in Europa a seconda dei paesi. Con il 66% della popolazione mondiale, l’Asia nel suo insieme rappresentava, sempre nel 1750, quasi l’80% delle ricchezze prodotte del mondo. Oggi l’etnocentrismo occidentale, che per due secoli ha dimenticato l’Oriente, deve rifare i propri conti: il “popolo chiuso” viaggia ed è qui. E allora ecco la novità, che non ribalta il luogo comune, ma lo radicalizza. Viene dalla Calabria, la regione che nonostante 750 km di coste attira meno turisti stranieri. I cinesi sono tradizionalisti? Costruiamo un villaggio cinese per i cinesi, con tanto di pagode, ristoranti cinesi e giardini. Il “China Garden Resort” progettato per Botricello, in provincia di Catanzaro, si estenderebbe su ben 37 ettari di terreno, diviso in tre quartieri funzionali: hotel sotto forma di ville in perfetto stile (in totale 42); servizio culturale e turistico (sale riunioni, sala pranzo e ristoranti cinesi, scuola cinese); il quartiere divertimento. L’investimento complessivo previsto è di 120 milioni di euro. Il progetto è stato presentato alla Regione Calabria nel luglio scorso e, in realtà, non è una invenzione calabrese: è il gruppo Shanghai Zendai, una delle più potenti società finanziarie e immobiliari insediate a Hong Kong (vedi il sito: http://www.zendai.com/english/home1.htm), che lo propone. “Questo progetto, ha illustrato il rappresentante del gruppo cinese, è il formato più piccolo di una altro che si sta realizzando in Cina. I due progetti, ha proseguito rivolgendosi al presidente della Giunta Regionale, potrebbero viaggiare in contemporanea. Iniziando a settembre, entro il 2008 potrebbe già dare i suoi frutti alla Calabria. Un progetto estensivo per la Calabria, visto non dal punto di vista cinese che possa disturbare l’esistente, perché noi non vogliamo solo investire e guadagnare, ma creare sviluppo e occupazione, una piattaforma di scambio culturale tra Cina e Calabria, ma anche tra Calabria e Cina. Quindi, un’iniziativa da estendere nel tempo, che possa creare crescita turistica non solo d’estate, ma in tutto l’anno”. Va notato, tuttavia, che per realizzare la struttura gli imprenditori – nonostante i 500 milioni di dollari del capitale Shanghai Zendai – hanno inoltrato, da bravi e oculati investitori, una richiesta di finanziamento a Sviluppo Italia. Per buona o cattiva sorte a settembre, come avrebbe voluto la società cinese, la costruzione non è iniziata, nonostante l’iniziale plauso del presidente della Regione Calabria e dell’assessore al Turismo. E tuttavia c’è ancora chi pensa a dare il benvenuto al grande intervento. Finiremo per svendere altri pezzi del nostro territorio sull’altare della globalizzazione, trasformando ciò che resta (e ciò che ancora potremmo conoscere, ma resta sepolto) della Magna Grecia calabrese in un villaggio cinese? Botricello, poco a nord di Catanzaro, deve il suo nome – tanto per non dimenticarne l’origine – secondo alcuni al greco “bothros”, che significa fossato, secondo altri a “buthros”, grappolo d’uva. è un comune ancora prevalentemente agricolo, che d’estate si trasforma in centro turistico (e allora la popolazione passa da 5 mila a 30 mila residenti). Vicino alla spiaggia, in località Marina di Bruni, i resti di una basilica paleocristiana, con relativa necropoli, di epoca bizantina. Molto resta ancora da far emergere, nonostante i danni provocati dall’abusivismo. Ma poco importa: avanti con i turisti cinesi… offriremo loro una piccola Cina ricostruita in Calabria. Eppure: tutto ciò ha qualcosa a che fare, sul serio, con il turismo? A ben vedere, infatti, l’operazione “China Garden” sembra avere tutta l’aria di una manovra immobiliare speculativa, piuttosto che di una iniziativa propriamente turistica. Nel progetto si illustrano con molta cura le fatture degli edifici, dei giardini, dei servizi, ma non vi è alcuna documentazione o previsione relativa a eventuali flussi turistici. Allora dov’è la logica? Forse se ne potrebbe rintracciare un senso – di ben più grande spessore – in un progetto in linea con l’ascesa egemonica dell’Oriente nello scenario della globalizzazione? Abbozzo un’ipotesi. In questo caso l’investimento nel settore del turismo non sarebbe altro che lo strumento per una sorta di “conquista” di territori in quell’Occidente in declino, che tanto biasima e teme la Cina, ma il cui mercato è già ampiamente sotto il suo dominio. La storia non sarebbe nuova, anche se oggi muta l’orientamento della bussola (dall’estremo oriente a ovest, questa volta): il mercato non ha solo bisogno di consumatori, ma deve controllare logisticamente e fisicamente spazi concreti. Nel corso dell’ultimo decennio, l’immigrazione cinese in Italia ha assunto un’importanza sempre più rilevante, sia per il continuo incremento di presenze e la particolare distribuzione territoriale, sia per i tratti peculiari che la differenziano totalmente dagli altri gruppi di extracomunitari presenti sul nostro territorio nazionale. In alcune aree della Toscana (in particolar modo Prato), del Nordest, ma anche nel Mezzogiorno la presenza cinese nel campo della produzione e del mercato dell’abbigliamento, del commercio e della ristorazione si è diffusa in maniera silenziosa, ma ha finito per mutare il panorama e l’arredo urbano di interi quartieri. La caratteristica dell’immigrazione cinese ha sempre più spesso assunto l’immagine della “relocation”, ovvero dell’ambientamento di imprenditori in vista di una “corporate location”, che prelude all’investimento. Già alla fine del 2003 gli imprenditori cinesi presenti in Italia venivano stimati da Movimprese nell’ordine dei 25 mila, cifra di gran lunga superiore a quelle 300 unità produttive e ai 1000 uffici commerciali controllati da italiani in Cina. Dal 1999 esiste in Italia un “Elenco telefonico cinese” (edito a Roma dalla società Servizi n.c.a. di Huaqiao). Nel volume, edito annualmente, sono raccolte le inserzioni pubblicitarie di alcune migliaia di imprese diffuse su tutto il territorio nazionale. In esso troviamo elencati non solo molti ristoranti, ma anche numerose ditte dedite all’import-export e al commercio di vari prodotti (con una netta prevalenza di quelli alimentari, seguiti dai prodotti di erboristeria, di abbigliamento e di pelletteria, dai negozi di calzature, di artigianato, articoli da regalo e, più sporadicamente, di gioielli, libri, arredamento, computers e altri articoli informatici e di telefonia), cui si affianca un universo più eterogeneo di imprese che offrono vari tipi di servizi (che vanno dalle agenzie immobiliari, di viaggio o di assicurazioni, ai parrucchieri e ai saloni di bellezza, agli alberghi, ai phone centers e agli internet points) e si concentrano nelle province a più forte insediamento cinese. Come ha sottolineato Anna Marsden, in una serie di specifiche ricerche nel distretto di Prato (“Prato multietnica”, Comune di Prato, Prato 2003 e Marsden A., Sensi Isolani P., “Local and Global Dimensions of Chinese immigration in the Florence and Prato area”, presentato al convegno dell’Università di California su “Global and Local Dimensions of Asian America: An International Conference on Asian Diasporas”, San Francisco maggio 2002 ), dall’iniziale attività commerciale l’imprenditoria cinese si è evoluta nei settori della produzione: emerge un inserimento nel settore delle costruzioni, con ditte specializzate in vari tipi di attività (costruzione di edifici, installazione di impianti radio tv, antenne, eccetera, rivestimenti di pavimenti, tinteggiatura e altro), e si rafforza quello nella fabbricazione di mobili e altre industrie manifatturiere. Aumentano le agenzie immobiliari, le ditte dedite al noleggio di macchinari, attrezzature e altri beni per uso personale e domestico, quelle operanti nell’informatica e le imprese che offrono vari tipi di servizi. Certo, se stiamo alla teoria dei vantaggi comparati, in Italia non sarà (e non è già) più conveniente produrre magliette e jeans quando la Cina lo fa a costo più basso e con volumi incredibili. Diventerà (e già sta diventando) poco vantaggioso – leggi: le aziende chiudono – produrre anche altri manufatti. Secondo diversi economisti non ci resta che acquistare cinese e vendere ciò che loro non possono ancora produrre: alcuni beni di lusso e, soprattutto, il turismo. Ma il turismo in Italia interessa davvero i cinesi? è vero che anche una piccola quota percentuale (sulla popolazione cinese) orientata al turismo in Italia significherebbe per noi grandi numeri. Sembra però che piuttosto la Cina sia interessata a mobilitare merci e capitali, piuttosto che grandi masse di turisti, e che – in ogni caso – l’affare turismo tenda a essere considerato fonte di incremento del capitale proprio, piuttosto che spesa. Tra i settori più favorevoli all’investimento cinese, accanto alle tecnologie di comunicazione (l’Italia è il paese dei telefonini), all’industria automobilistica e alla movimentazione, figurano proprio le installazioni turistiche. Nel settore produttivo legato alle tecnologie informatiche la Cina, come informa l’Oecd, ha già superato gli Stati Uniti. L’alleanza strategica con l’India, siglata in nome del “secolo asiatico dell’alta tecnologia”, è poi destinata a diventare il trampolino di lancio per la conquista dell’industria globale del software. Più in generale, oltre a produrre non solo manufatti tradizionali ma anche ricerca e beni hi-tech, e a disporre di un grande mercato interno in espansione, la Cina va trasformandosi da paese che attrae investimenti in paese che investe all’estero. Gli investimenti diretti all’estero stanno diventando un metodo sempre più importante nella partecipazione cinese alla divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione degli elementi produttivi globali. Che l’investimento turistico cinese di Botricello, ammesso che si faccia, non voglia essere – piuttosto che solo un “resort” per imminenti flussi annunciati di nuovi “global consumer” d’Oriente – una sorta di base logistica, una tra molte altre che stanno per apparire, per la conquista cinese del territorio? “Corporate location” – come dicono gli esperti di marketing e di economia industriale, ovvero assistenza per la scelta del luogo e delle modalità di scelta di un investimento in una regione o nazione diversa dalla propria – con tanto di comfort in linea con il vituperato “tradizionalismo cinese” a sostenere i nuovi centri dell’accumulazione. Con buona pace di leghisti e liberal-protezionisti. Magari i turisti saranno gli uomini d’affari cinesi che già risiedono in Italia o in qualche parte dell’Europa e vogliono riposarsi un po’ in un posto tranquillo, indipendente dal luogo, ovvero un “non luogo” trapiantato direttamente dalla propria casa d’origine in questa parte meridionale d’Italia, semplicemente perché qui fa meno freddo che altrove. “Reorient”, ritorno ad Oriente del centro del mondo, titolava il suo ultimo grande lavoro sui cicli dei sistemi-mondo André Gunder Frank (“Re-Orient. Global Economy in the Asian Age”, University of California Press 1998), al quale sarebbe senz’altro piaciuto ascoltare questa piccola storia per trarne indizi di processi ben più vasti: “global economy in the Asian age”. Osvaldo Pieroni
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