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Lo sguardo all’indietro sta cominciando a farsi meno rigido. Troppo a lungo, la stagione dei movimenti e gli anni settanta sono stati imbalsamati nelle parole degli ex, fissati in una discorso che non spiega ma redime e giustifica, consola. Li abbiamo letti, li abbiamo guardati fino alla nausea i romanzetti-articoli-saggi, i superotto sfocati e le poesiole di leader e leaderini assortiti, giornalisti, politici, ex-terroristi di grido, vecchie baldracche. Forse è sempre così: parla sempre per primo chi deve guadagnarci qualcosa o ha qualcosa che gli conviene occultare, nascondere. Ma il diritto di prelazione al passato prossimo della casta dei reduci sta scadendo. Altre voci provano a farsi sentire dentro un coro di voci esasperante. Adesso la memoria non vuole giustificare ma si azzarda a spiegare e vuole provare a capire, spalle al muro. E sono voci lucide e confuse. Ma non importa, adesso non importa. Un grande blocco di rimozione sta iniziando a sciogliersi, con calma. Reperti e segnali si moltiplicano. Romanzi e saggi tentano una resa dei conti ambiziosissima: le analisi di Guido Crainz in “Un paese mancato” o l’autoanalisi di Bourdieu (“Questa non è un’autobiografia”); i romanzi ‘politici’ di Olivier Rolin (“Tigre en papier”) e di Uwe Timm (“Rosso”), di Sergio Lambiase (“Terroristi brava gente”, Marlin) e Bruno Arpaia (“Il passato davanti a noi”, Guanda); i meravigliosi racconti di Fabrizia Ramondino (“Il calore”, Nottetempo; “Arcangelo”, Einaudi). E anche “Piove all’insù” (Bollati Boringhieri), questo “memori” – appassionato, lucido, forte, sorprendente – di Luca Rastello su Torino, l’Italia, la politica, l’educazione sentimentale e sessuale di uno nato proprio all’inizio degli anni sessanta. I primi indizi portano fuori strada, ma per scelta. “Sai, quella curiosità indulgente che hai per te stesso giovane: un tipo che non capisci più, che ti imbarazza, ma che ogni tanto sarebbe bello rincontrare per fare quattro chiacchiere”. Rastello parte da un’atmosfera trasognata che poi si impegna a smontare senza scrupoli. I paesaggi dell’adolescenza, i labirinti e i rifugi segreti dell’infanzia non restano confinati in quell’“universo di western all’italiana e telefilm alle sette di sera”, orizzonte stucchevole e scontato di troppe autobiografie-confessioni tutte uguali che hanno inflazionato editoria, cinema e giornali. Come Arpaia (che tenta la stessa impresa con uno stile diverso, più impacciato), “Piove all’insù” gioca il discutibile jolly del ricordo per accorciare le distanze e avvicinare il vero cuore di fuoco di quegli anni: la politica come esperienza di vita e trappola di autoinganno micidiale; l’azione collettiva come intervento ribelle sul mondo e conformismo precoce, ottusità; la politica (ancora) come percorso interrotto, dilemma tutto da ripensare e da chiarire. L’effetto d’insieme è paradossale. L’ultima reincarnazione del romanzo di formazione si manifesta in testi che insistono precisamente su processi bloccati e sviluppi sospesi, ostacolati. Ripensata all’altezza del passato, la politica mostra nuovamente il suo volto di esperienza esistenziale assolutizzante che poteva creare una coscienza più intensa e speciale ma insieme curiosamente incapace di evolversi, circolare. Poi lo sappiamo: la storia ha deciso i rapporti di forza e ha chiuso i giochi. La percezione nettissima è che a un certo punto (verso il ’77, si direbbe) qualcosa si sia spezzato per sempre mentre un intero continente di desideri, pensieri, speranze, ribellioni e sogni si inabissava nel nulla, tristemente. “Piove all’insù” (come il libro di Arpaia o come “Rosso”) parla di questa vicenda e tenta un ritorno consapevole a quel momento preciso di crisi, alla rottura. Tornare – però – può voler dire cose diverse, pure opposte. Anche dentro percorsi obbligati condivisi (gli eventi storici e le strutture tirannicamente ricattatorie e opprimenti del sociale, la liturgia delle merci, l’evoluzione tele-guidata dei consumi) possono esserci margini di libertà insospettabili, fantasie diverse, grandi differenze di stile, sguardo, ispirazione. Nei testi di Arpaia e di Rastello la stessa strategia apre orizzonti rivali, incompatibili. Questi due libri-specchio si incrociano senza riuscirsi a incontrare veramente. Malinconico di nome e di fatto, l’alter-ego di Arpaia parla la lingua spenta di una maturità disillusa che ripercorre le prevedibili peripezie di un’adolescenza di maniera. Nel tono di sufficienza dello scrittore adulto che ritrova i luoghi fisici e politici (Ottaviano, Napoli, Potere Operaio) e i meandri mentali dell’adolescenza c’è il senno di poi di chi a certi sogni, slogan e desideri non ha mai creduto davvero sino in fondo. Utile “cronaca” di quel giro di anni che porta dalle prime stragi di Stato alla resa politica, estetica e morale degli anni ottanta, “Il passato davanti a noi” è un romanzo mancato proprio nella didascalica adesione allo srotolarsi di fatti già ingabbiati dentro interpretazioni pigre e scontate. Libro senza personaggi, congestionato repertorio di comparse, ritagli di giornale, brani di canzoni, citazioni, “Il passato” elude il suo stesso tema diretto – la politica – rifugiandosi nell’amarcord frammentario e nel buon senso (“soltanto noi siamo stati così significativamente giovani… avete rotto il ritmo delle generazioni, avete infranto la catena della tradizione. Senza di lei, la vita è solo un labile passaggio che non lascia traccia”). Arpaia cita spesso l’illeggibile Erri De Luca e non è un caso. Come per l’estetizzante scrittore-operaio-alpinista di “Lettere di una città bruciata”, quegli anni, quei gesti, quei momenti sono stati sempre tutti-sbagliati e tutti-giusti. La morale finale del “Passato” (drammaticamente, il libro ha una morale finale) è una tiepida assoluzione. Con la loro testa confusa rimbombante di frasi insensate e amenità quei ragazzi erano pur sempre la “meglio gioventù” e hanno diritto al beneficio del dubbio e all’indulgenza. “Avete perso. Eppure non è chiaro chi abbia vinto... Trovaste la politica e ci scivolaste dentro, ognuno per i suoi rigagnoli. Peccato che... vi ritrovaste sottomano soltanto ferrivecchi… però quell’aria di fraternità vi si stampò sul corpo come una cicatrice… Ma questo non cancella nulla... grazie a voi, l’Italia si ritrovò di colpo più moderna e civile. La trasformaste molto in profondità, altro che cazzi. Un’altra etica, un altro atteggiamento sul lavoro, nei rapporti umani. Per anni e anni, decine, centinaia di migliaia di persone cresciute e formate in quelle lotte… avrebbero tenuto insieme i pezzi della scuola che affondava, mandato avanti ospedali devastati, gestito biblioteche e circoli in provincia”. Commovente (altro che cazzi). è il mondo salvato dai ragazzini, cioè dai reduci. La voce di Rastello è lontanissima dal tono ammiccante di questo lieto fine involontario. Da subito, “Piove all’insù” è un viaggio attorno al bordo pericoloso e scosceso delle cose che non si concede scorciatoie. Il ritorno al passato è già un’operazione politica che ridiscute al contrario il presente, disertandolo. Dove Arpaia ritrova il filo rosso di una continuità virtuosa e molto ambigua, Rastello scorge le avvisaglie – puntali, precise, fastidiose – di una degenerazione intollerabile. “Piove all’insù” non gioca con la memoria per evocare un passato eroico (o sciocco). A Rastello – che non è mai sentenzioso e non pontifica – interessa scoprire lo spazio e il tempo che hanno deciso anche il nostro mondo flessibile, questo “impero del kitsch” rinunciatario che rappresenta lo scheletro di un presente infrequentabile. La “curiosità un po’ indulgente” per le nostre identità dismesse, superate, si muta immediatamente in uno sguardo più duro, lucidissimo. Il centro di gravità di “Piove all’insù” è un territorio nascosto a metà strada tra la vita privata e la vita pubblica, la storia di tutti, un destino comune. “Certo, piacerebbe anche a me rintracciare un punto preciso lungo quei giorni, e vedere dove si è decisa la guerra dei vivi e dei morti. Il fatto è che là in mezzo ho una questione privata, aggrovigliata con tutte quelle storie che mi girano intorno, e mi confondono”. Quando parla degli anni attorno al ’77 Rastello non concede niente all’amarcord. Come dice Bourdieu, capire significa innanzitutto saper ricostruire “il campo con il quale e contro il quale ci si è fatti” e a Rastello interessa capire, interpretare. Il suo io narrante ha una consapevolezza impressionante di un paradosso originario che resta inciso come un marchio indelebile sulla nostra pelle di oggi, nel presente. Per chi sa di aver vissuto la pienezza dell’esperienza politica nel momento preciso dell’esaurimento di quella dimensione collettiva la memoria diventa una forma – radicale, estrema, dolorosa – del giudizio. Bisogna saper riconoscere le sconfitte e gli strappi, le rotture. “La rivoluzione è finita, abbiamo vinto… siamo di fronte alla fine, motore di ogni mercato, virtù delle banche, lacune delle utopie: il denaro, nei suoi canali immateriali, conosce le ragioni del tramonto e sa metterne a frutto le risorse”. Ma se hai ha scoperto di essere “inadatto alla rivoluzione” (“perché il luogo della rivoluzione è l’infinito, il futuro, sogno da figli dei fiori in tempo di benessere”) non puoi assestarti nelle pose da reduce o attardarti nel lutto e nel rimpianto. In quella fine già si poteva intuire qualcosa di più e qualcosa di peggio: il “brave new world” del pensiero unico, le mille comode e accoglienti rese di oggi, la frustrazione infinita che “muove al consumo” e tanti altri incidenti banali, inevitabili (“ha visto il fondo-pensione, la rottamazione, l’acqua naturale, i messaggini, l’agenzia interinale e l’incentivo all’esodo, le vacanze fai da te, i sito porno, la seduzione dell’Amaretto”). Primo amore e ultimi riti: gli atti terminali della politica radicale non sono stati soltanto una smobilitazione assoluta, un punto e a capo. Mentre il movimento si liquidava in un soprassalto di coscienza già salivano a galla gli squallidi, pretenziosi, odiosi squaletti del futuro. “Gli splendidi stanno costruendo un mondo che abiteranno per sempre, stanno preparando il domani, il loro: l’orgoglio del reduce, la cooperativa degli ex, le memorie della splendida. Saranno stati un’élite per un breve e sconvolgente periodo: quel pensiero li ossessionerà, agiranno per sempre secondo logiche elitarie”. Ma la politica non è tutto e “Piove all’insù” è anche l’esplorazione onesta e intransigente di una “questione privata” tutta da chiarire e una sconcertante “storia di corpi e velleità”. Le pagine più belle del libro (accanto ad alcuni magnifici passi sull’infanzia – il tempo “che aspetti Natale, vai al catechismo, ti nascondi nei sottoscala a caccia di un’emozione”) sono fatte di carne, dolore, piacere, sguardi in ricognizione, desideri. Negato dalla politica, il romanzo di formazione si prende la sua rivincita in questa storia di sesso, donne, piazze, malattie che scorre parallela alla Storia di tutti e sa ignorarla. Guardare, toccare, allargare pian piano il proprio raggio d’azione, farsi spazio. Per Rastello cresciamo sempre in pubblico restando segreti a noi stessi, sconosciuti, e l’Io di “Piove all’insù” è un debuttante assoluto che sa addestrarsi al gioco del mondo con pazienza. E poi nessuno cresce mai da solo o dentro al vuoto. Ci sono questi incontri, gli inciampi del caso, il ballo in maschera delle circostanze. Pietrino scivola fuori dalla sua famiglia-caserma senza rancori ma molto attento e curioso, disponibile. Dal suo “maestro di città” (Igor) impara a muoversi nel paesaggio di quarzo dei quartieri, in questo “libro scritto nei cornicioni, dentro i portoni, sui fregi dei cortili”. Dalle sue maestre di travestimenti e di gioco, di piacere (Marina e Giuliana) apprende invece la lingua cifrata del desiderio, la controsintassi del sesso, la diserzione liberatoria dal super-io della politica che prelude anche al rischio mortale dell’“adesione assoluta alla vita com’è” e a una rinuncia. Così è la vita. Si gode, si ama, ci si inventa. E a un certo punto, il corpo si rivela una trappola al buio, un sottomondo. Verso il finale “Piove all’insù” diventa un libro ancora diverso e mette i brividi. La narrativa italiana di oggi ha pochi momenti che, per spietatezza, amore e intensità, si possano paragonare alle pagine che Rastello dedica alla malattia e alla morte dei genitori, a questo “lavoro” dove si incrociano la vita e la morte, un tempo fatto di attese al contrario, l’esperienza. In “Piove all’insù” non c’è spazio per gli eufemismi e la cosa forse più straordinaria di queste pagine secche e spaventose è l’estrema precisione dei dettagli, la disorientante crudeltà del ricordo, l’onestà. “Questa storia è terribilmente imbarazzante e io non so come farci i conti”, dice l’io narrante cercando di prendere fiato per un attimo. Ma ci ha già fatto i conti, si capisce. Voltarsi indietro, retrocedere alla “festa” della rivoluzione abortita, tornare al sogno mancato della politica e ai suoi resti vuol dire anche riattraversare questa pagina imbarazzante perché atrocemente normale, troppo autentica. L’Io e la Storia continuano a incrociarsi oscuramente ma poi vai a sbrogliarlo davvero questo impiccio. La malattia, il sesso e la morte, il desiderio: sono cose che capitano a tutti ma non capitano mai a nessuno come a noi. Senza retorica, Rastello si assume il compito doloroso e spiazzante del ricordo ma sa che il passato non è “davanti a noi”. Davanti a noi c’è questo mondo flessibile che bisogna provare a sfasciare un’altra volta e una storia segreta da affidare ai bambini, alla memoria e alla rabbia, alla speranza. Vittorio Giacopini
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