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Sorriso d’ignoto Cominciamo da un ovvio dato di fatto: Provenzano ha finalmente un volto. Una vera faccia. Il fantasma si è materializzato, è divenuto un corpo, una persona fisica da potere chiudere in una cella. A Fulvio Abbate è sembrato che la fisionomia del boss, finalmente svelata e incarnata, esprimesse una banalità del male. In un certo senso è vero. Nel confronto, proposto da tutti i giornali e le televisioni, tra l’identikit predisposto dalla polizia e la realtà, così come appare nelle fotografie, nei filmati o negli incontri ravvicinati del terzo tipo, emerge una dissomiglianza che scaturisce da un divario culturale. Mentre una prima ricostruzione, basata su una vecchia foto segnaletica, era ancora caratterizzata da un’impronta villica e rozza, la seconda ipotesi investigativa è un “wanted” in senso stretto: il boss come si vuole che sia, come si pensa che debba essere. Ossia un’icona del potere criminale, un individuo dall’aspetto inconfondibile, autorevole, carismatico. Se si paragona la proiezione elaborata dal computer (ingannevole come quelle delle previsioni elettorali) delle fattezze invecchiate di Provenzano ai suoi effettivi lineamenti, la delusione salta letteralmente agli occhi: nella prima immagine (o immaginazione) il latitante, con la sua fronte ampia e lo sguardo intenso, non velato da senili occhiali, il viso segnato da virili solchi, ha un che di eroico, nobile, grande, pur nella sua cupezza; nella seconda raffigurazione, il Provenzano autentico sembra (e naturalmente non è) una normalissima persona anziana, perfino un po’ smarrita e fragile, un anonimo uomo qualunque, che per strada avremmo giudicato inoffensivo e insignificante. Una prima considerazione possibile è, dunque, che la mitizzazione della mafia abbia prevalso sul dato tecnologico (che infatti non è neutro né assolutamente obiettivo, bensì subordinato a premesse ideologiche). Con buona pace della scienza investigativa, il ritratto virtuale di Provenzano era piuttosto un ritratto virtuoso del capomafia come artista del crimine. E pertanto si potrebbe azzardare questo quesito: non sarà che una parte degli insuccessi dell’antimafia derivano da una sopravvalutazione mitopoietica ed estetizzante dell’avversario? Ma la realtà ha una sua evidente e perfida rivincita. Provenzano appare sorridente nelle immagini che lo mostrano mentre viene trasportato in questura. Imperturbabile e giocondo, Provenzano non si cura neppure dei giovani palermitani che sono accorsi per veder da vicino la faccia di chi li ha governati occultamente per tanti anni e lo appellano “bastardo” con una irriverenza inusuale. L’uomo che ride non mostra i denti (la dentiera), per quanto pescecane ancora sia, e di una specie ben più feroce del Mackie Messer brechtiano. Questo sorriso, che a qualche romantico commentatore è apparso di timidezza, esprime invece un’inquietante enigmaticità e un’inequivocabile cattiveria. È un sorriso tagliente, che fa tremare. E non perché sia un ghigno satanico, ma al contrario proprio perché è umanissimo: è la cifra di una eversione che non ha nulla di metafisico, ma è tutta dentro la storia, sebbene nel modo distorto dei fenomeni patologici. L’implicita e criptica minaccia che esso comunica è un messaggio chiarissimo e ben noto ai siciliani: l’ironia beffarda dei ritratti di Antonello da Messina, quell’accenno d’irrisione altera che ritroviamo nel “Ritratto d’uomo” del museo Mandralisca e che Zeri ha definito “eginetico e minatorio”. Ossia aggressivo e intimidatorio, come l’espressione sorniona e terribile delle statue di guerrieri ritrovate nell’isola greca di Egina. Che è proprio come dire mafioso, se vogliamo abbandonarci a una tautologia. Il punto è che per Zeri il celeberrimo quadro antonelliano condensa qualcosa di “intimamente siciliano”, ovvero “l’ambigua essenza dell’isola fascinosa e terribile”. Quello di Provenzano è dunque il vero volto della Sicilia? il suo sorriso è quello dei siciliani? Preferiamo pensare che il vero sorriso antonelliano l’aveva Falcone, con la sua arguzia, il suo umorismo sarcastico, il suo sottile disincanto, la sua fiera consapevolezza, il suo elegante distacco da una morte esorcizzata con lieve scherno. In realtà anche nell’acuto sguardo di Zeri c’è un’ombra di pregiudizio: la Sicilia non può che essere sfuggente, ineffabile, come vuole una consolidata esegesi. Il suo splendore risiede nella sua oscurità. Analogamente il ricercato numero uno di Cosa Nostra, l’araba fenice che da quarantatré anni si è eclissata chissà come e chissà dove (si fa per dire), pur continuando a tenere le fila della più temuta associazione criminale del nostro paese, non può essere un tizio qualsiasi. Da qui l’esigenza di reinventarlo come un ideal-tipo. Va da sé che questa reinvenzione non è solo “pittorica”, ma anche “letteraria”.
Ticket to write Per lungo tempo Provenzano è stato il personaggio di un feuilleton popolare (il che non vuol dire che fosse soltanto un boss di carta). Cercando di definire più precisamente il genere, potremmo dire che l’epopea di Provenzano si è articolata nei modi di un romanzo epistolare. Da un lato c’erano i pizzini o palombelle, dall’altro una cronaca giornalistica, talora attendibile, talaltra fantasiosa. Dato per morto e assurto a dimensione spettrale, Provenzano è stato un grande protagonista della comunicazione mediatica. La sua stessa scomparsa (come quella di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo) lo ha reso ancora più presente nel dibattito mafiologico. L’ombra di Binnu, il leggendario massacratore abilissimo con il fucile, si è allungata su ogni tentativo di lettura delle strategie di Cosa Nostra. E quando quest’ultima ha scelto d’inabissarsi, di rendersi opaca, l’invisibilità del suo capo è divenuta un modus operandi e una filosofia. Come Provenzano, la mafia è passata dalla fase delle stragi a quella del mimetismo, dall’impatto frontale con le istituzioni a una stagione di più accorte mediazioni. Fuggiasco che non fugge, esule in patria, pesce nel suo acquario, egli ha tessuto relazioni a trecentosessanta gradi, coinvolgendo tutte le componenti sociali, dalla borghesia mafiosa alle cooperative rosse. Rimanendo dietro le quinte, il suo lavoro diplomatico è stato facilitato e ottimizzato. Nel mentre l’efficiente servizio postale del padrino ha tenuto in piedi un capillare sistema di interessi territoriali. Come i monasteri medievali, il covo itinerante (ma stanziale) di Provenzano è stato il foro di controversie e conflitti, dirimendo questioni e affari di varia natura ed entità, che spesso rivelano una vera e propria microfisica del potere mafioso, attento perfino alle problematiche minime e infime della vita quotidiana. I pizzini intervengono su ogni aspetto della comunità, sentenziano sulla condizione familiare, sulla sfera privata, sui rapporti sentimentali. E naturalmente stabiliscono tariffe, percentuali, interessi, compartecipazioni. Il controllo è onnicomprensivo. I pizzini sono le delibere di un anti-stato mai assente, mai lontano, gli atti mediante cui si amministra paradossalmente una giustizia inappellabile, rapida, efficiente, che dimostra quanto diffuso sia il consenso alla mafia, quanto alto sia il suo indice di gradimento. Provenzano detta le regole del business, decide la vita e la morte. È un signore feudale che si crede un padreterno. Nel suo delirio di onnipotenza ha assunto un linguaggio ieratico. Il suo viatico di latitante è costituito da varie bibbie, un dizionario e il manuale di “Tecniche di lotta anticrimine” del capitano Ultimo (come uno scacchista che studia le contromisure da opporre con previdenza alle mosse dell’avversario). Nel suo rifugio è appesa un’immagine di padre Pio. Provenzano ricopia su un diario spirituale interi brani dell’Apocalisse. La religione è ancora “instrumentum regni,” ma è anche una viscerale convinzione che “Dio è con noi”, anzi che Dio siamo noi. Per quanto pittoresco o folcloristico, lo scenario rurale in cui è stato sorpreso e arrestato non è per niente incongruo: Provenzano si pensa davvero come un pastore che governa e conduce il suo gregge. È il garante di un temporanea pax mafiosa, di un ordine e di un sistema sociale, il referente di una fitta rete di professionisti, imprenditori, commercianti, politici, burocrati. “Voi non immaginate neanche quale danno state combinando”: la frase teatrale con cui si è consegnato alle forze dell’ordine che lo avevano stanato rivela la convinzione – fondata o meno che sia – di essere la chiave di volta di un delicatissimo equilibrio interno ed esterno alle cosche. Dopo di me il diluvio, suppone Provenzano. Perché lui è la personificazione del trono e dell’altare. Ma i pizzini costituiscono anche una tramatura d’affetti che si intreccia alla solidarietà d’interessi. Nel loro linguaggio sgrammaticato e stentato, quelle missive ricordano la corrispondenza degli emigrati, tengono saldi i legami di una famiglia estesa in cui sentimenti e affari, esigenze pratiche e decisioni esecutive, richieste di biancheria e decreti ingiuntivi si compenetrano in un’unitaria visione patriarcale. I pizzini ribadiscono una rigida gerarchia, una piramide organizzativa in cui vassalli e valvassori sono collocati in una successione numerica (che la mafia sia una sorta di algoritmo?). I pizzini presuppongono una ferrea disciplina. Un potere inoppugnabile della scrittura. Sono la grande mappa del dominio mafioso e funzionano come gli editti di un sovrano. Ma è difficile non coglierne anche l’aspetto letterario. La scrittura cifrata (così rudimentale) ha un che d’ingenuamente natoliano. È un Codice da Vinci da semianalfabeti. Viene spontaneo chiedersi se non sia in buona sostanza una finzione, una parodia. Se la mafia non abbia scritto in tal modo un’automistificazione metaletteraria.
La solitudine del boss L’ipotesi – per quanto provocatoria e strumentale – si connette con le improbabili (almeno a prima vista) caratteristiche del covo di Provenzano. Una stalla, ma non certo Betlemme. Un porcile, ma non di Eumeo. D’altronde Provenzano non è Ulisse, né la sua lupara un arco. Non deve tornare a casa. Dal suo territorio non si è praticamente mai mosso. La masseria in cui si nasconde non è un’Arcadia. Nulla di nobile o di sacro circonfonde la sua figura. Con tutti i suoi santini, le sue benedizioni, interdizioni e scomuniche da papa-padrino, Provenzano non è certo un re-sacerdote: è il piccolo tiranno di un regno sempre più circoscritto (la sola Sicilia occidentale) che deve fare i conti con il fai-da-te delle cosche, con un crescente decentramento anarco-criminale. Lo storico della mafia Giuseppe Carlo Marino lo ritiene un leader consegnato dai suoi accoliti in quanto obsoleto, esautorato. La vox populi è che preso un boss se ne fa un altro, perché la mafia è eterna. Nel suo misero Orecchio di Dionigi, Don Bernardo presta ascolto alle voci di un impero che si sgretola e ricompone senza di lui. Ha un che di beckettiano. Di postumo. Nella sua solitudine già carceraria ha un potere assoluto che sconfina nel nulla, in una dimensione trascendentale che è quasi un orgasmo mistico, un piacere del comando così esaustivo da spiegare il tenore di vita claustrale. La sua reggia è un tugurio: quaranta metri quadrati di reclusione. Tanto squallore stupisce, come d’altronde il basso profilo generale del boss. La scena colpisce e affascina, anche per le sue contraddizioni. Il casolare di campagna, a un tiro di schioppo da Corleone, è un paradosso intrigante che ha in sé un tocco di platealità, e subito diventa set, ospita un talk show. La fiction sospende e sostituisce la realtà. O quanto meno l’adatta a esigenze spettacolari. I volantini elettorali di Cuffaro vengono sistemati in modo da poter essere ripresi con più evidenza. La televisione detta le condizioni di fruizione del fatto. Lo inquadra all’interno di una visibilità coerente al medium. Provenzano ora esiste davvero perché è il protagonista di un serial più accattivante della “Piovra”. L’alta tecnologia investigativa in tuta bianca (molto telegenica, in stile Csi) invade la scena rusticana. E lo stesso Provenzano, d’altronde, si era già assegnato una parte. Viddanu e viveur, uomo di mondo fuori dal mondo, romito e uomo d’affari, non si separa mai dall’apparecchio scova-cimici e dal suo beauty case. Nel suo eremo ascolta le musiche del “Padrino” di Francis Ford Coppola. In qualche modo recita se stesso. Con la sua sciarpa bianca, al momento dell’arresto, è la caricatura di un divo sul viale del tramonto. Non si sottrae al rito fotografico, finalmente è sulla ribalta, sembra quasi aspettarsi gli applausi. L’esposizione al sole lo brucia, proprio come una pellicola. Palermo – fatta esclusione per i giovani di Addiopizzo – non esce dalla sua abulia, accoglie la notizia con apatico scetticismo, come un dejà vu, la replica di un vecchio programma, anche se molti rispettabili e insospettabili (cioè sospettabilissimi e nient’affatto rispettabili) esponenti della buona borghesia (cioè della pessima non-borghesia parassitaria) tremano per le rivelazioni che potrebbero emergere dal gran brogliaccio dei pizzini. Provenzano è comunque destinato a uscire di scena in modo dimesso e silente, o addirittura infamante, se si considera l’accusa di “sbirro” con cui Riina jr lo ha accolto in carcere. I suoi successori scalpitano, ma ereditano un basso impero decadente (e, secondo alcuni esperti, l’annuncio della morte di Provenzano, di poco precedente al blitz della polizia, più che un tentativo di depistaggio era un segnale interno di abdicazione). La vecchia mafia – per quanto dura a morire – è indubbiamente in crisi. D’immagine, in primo luogo, ora che ha perduto il fantasma del palcoscenico. Non sarà facile sostituire la leggenda e la ballata della primula rossa di Cosa Nostra. Ma già i mass-media sono a lavoro affinché la saga si riproduca per metastasi, e non sembrano nemmeno contare troppo su quelle inefficienze, connivenze, collusioni, corruzioni dei poteri statali (centrali e periferici) che hanno consentito a un piccolo cesare di diventare un macro fenomeno da guiness dei primati. Marcello Benfante
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