Archivio 2006 Giugno - N. 72 Come distinguersi dalla destra?
Come distinguersi dalla destra?
di Gianfranco Bettin   

Il “peggiore miglior” risultato: si può dire questo dell’esito delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile? O si può dire il contrario, e cioè che si tratta del “migliore peggior” risultato immaginabile? La differenza tra i due ossimori non è di poco conto e rinvia, in effetti, al giudizio che si dà dell’Italia di oggi, e del centrosinistra che, pur con la vittoria risicatissima di aprile, si accinge a governarla. Parlare di “peggiore miglior risultato” significa, in fondo, aver data da tempo per sicura la vittoria del centrosinistra, più o meno come i sondaggi l’annunciavano da mesi: una vittoria ampia, prodotta da un’Italia non solo stanca di Berlusconi ma anche diversa e migliore di lui e della sua coalizione. Un’Italia della quale il centrosinistra non poteva che essere il diretto e organico rappresentante politico. Data questa premessa, vincere di un soffio (esalato dalle ultime schede) non può che rappresentare la soluzione peggiore per un confronto elettorale da tempo immaginato ben diverso negli esiti.
Stavano e stanno così, in realtà, le cose? Chi legge questa rivista e il modo in cui ha guardato all’Italia in questi anni non può certo pensarlo, esattamente come non lo può chi conosce a fondo questo paese, chi lo studia o vi agisce con freddezza, onestà e passione. Berlusconi e il suo ambiente non sono affatto minoranza in questo paese, tanto meno esigua minoranza. Questo è anzi, fino in fondo e spesso con entusiasmo, un paese davvero “berlusconiano”. Al tempo stesso Berlusconi è, pienamente, un italiano d’oggi (e dello ieri sia immediato che, ormai, storico: diciamo, degli ultimi decenni, non solo degli anni novanta della sua scesa in campo).
È un italiano che l’Italia in cui ha cominciato a farsi strada (e a fare case e affari, ancor prima che tv) ha plasmato a propria immagine: quella di un paese di intrighi e favori, di ricatti e pacche sulle spalle, di clientele e familismo amorale, di colpi di genio e di bilanci (e amicizie) in nero. Quest’uomo, così formato, a sua volta ha contribuito fortemente a fare l’Italia degli ultimi decenni, ancor prima di entrare in politica e di diventarne il premier. Egli è, davvero, uno degli interpreti più naturali e diretti di questa Italia per il semplice fatto che ne è sia il prodotto che l’artefice. Quando, nel pieno di una crisi politica che sembrava ormai volgere in disfatta elettorale, l’ha di nuovo chiamata a sé, quando ha cominciato a “dare di matto” (secondo molti ingenui osservatori), in realtà al solo e cruciale scopo di “svegliarla”, di chiederle di non abbandonarlo, quell’Italia ha risposto e si è visto quanto pesa. Metà esatta dell’elettorato, hanno detto le urne. Ma questa è probabilmente una valutazione per difetto. I “berlusconiani” in Italia sono di più, forse molti di più, anche se magari non sanno di essere tali. E perchè dovrebbero saperlo, in fondo?
La critica al berlusconismo, in questi anni, è stata soprattutto critica ad alcuni aspetti che caratterizzano la straordinaria parabola del Berlusconi imprenditore e politico. I soliti: i soldi di provenienza oscura a inizio carriera, i rapporti con la mafia, i rapporti con Craxi, con la P2, l’attitudine a comprarsi coloro che possono essere utili, il conflitto d’interessi, le leggi ad personam. Tutte cose di enorme importanza, sia chiaro. Ma che, risapute e appunto martellate da anni nella polemica politica, non ne hanno impedito l’ascesa né la finale tenuta elettorale. Il popolo del centrosinistra non dimenticherà facilmente la notte elettorale del 10 e 11 aprile scorso, e neanche il suo intero ceto politico che all’alba degli exit polls, cioè nel primo pomeriggio, vedeva confermate le più rosee attese di vittoria e alla luce degli scrutini veri le vedeva svanire scheda dopo scheda. Lo scampato pericolo e il premio di maggioranza (alla Camera, ora guidata da Fausto Bertinotti, e grazie agli elettori che hanno congedato il Casini, doroteo dall’età di 15 anni e assurto da quello scranno a simil-statista, tanto per dire come si era ridotti fino a poco fa) non devono far dimenticare quell’esito al cardiopalma reso comunque evidente dalla striminzitissima prevalenza al Senato (ora guidato da Franco Marini, e sia lodato Gesù Cristo per la dipartita del crociato neoconvertito Pera) che può rendere precaria la vita della nuova maggioranza. Se, insomma, dalle elezioni ci si attendeva anche un responso sull’Italia in quanto paese vaccinato dal berlusconismo, secondo la profezia di Indro Montanelli, il risultato ha deluso molte aspettative. Ma perché, in fondo, le cose avrebbero dovuto andare molto diversamente?
Guardiamo alla campagna elettorale, ad esempio. È stata davvero molto diversa, espressione di una vera e diffusa e solida alterità, la campagna elettorale del centrosinistra da quella dell’avversario? Dopo aver fatto alcune iniziali cose giuste – come le primarie per scegliere il leader, aver costruito l’unità di tutta la coalizione, aver definito un ponderoso programma – il cuore vero della campagna è stato il tema fiscale, con la proposta prodiana del taglio di cinque punti del famoso “cuneo fiscale”. A parte la reale comunicabilità della proposta, e dunque la sua efficacia, non c’è dubbio che essa incrociava il tema ossessivamente ripreso da Berlusconi, che già nel 2001 ne aveva fatto le fortune elettorali, cioè la riduzione delle tasse.
La proposta di Prodi era ed è ragionevole. La stessa volontà della sua coalizione di scrollarsi di dosso l’etichetta di “partito delle tasse” è ben comprensibile, non solo per ragioni di tattica elettorale. Ridurre ragionevolmente la pressione fiscale è anche un modo per cominciare a riabilitare l’idea stessa di tassazione, collegando imposizione di tasse e servizi erogati e insistendo sulla lotta all’evasione anche come mezzo per abbassare la pressione fiscale complessiva. Tutti devono pagare perché si possa tutti pagare di meno e si possa tutti avere, in cambio, servizi adeguati. La campagna di Prodi era incominciata così, positivamente. Poi si è ingarbugliata, si è fatta confusa, velleitaria, tra tentativi di seguire la destra nella campagna antitasse e nelle promesse sparate grosse, nelle sottolineature della propria diversità e del carattere torbido e pericoloso dell’avversario. È stata, dunque, risucchiata nella scia della campagna berlusconiana che, a modo proprio, insisteva sulle stesse cose: tasse e dura critica dell’avversario, con in più il contorno di bambini bolliti e di insulti gratuiti e volgari. In sintesi, le buone mosse iniziali del centrosinistra (in verità, davvero il minimo per non naufragare subito), non sono servite a porre l’Unione in condizione di comunicare una vera idea diversa del paese e del futuro.
Taglierete le tasse, anche voi? E volete rilanciare l’economia, anche voi? Volete moderazione, anche voi? Volete ordine e sicurezza e un po’ di solidarietà, anche voi? Volete tenere a freno il prezzo della benzina, anche voi? Ma, a parte togliere televisioni a Berlusconi, di veramente diverso dalla destra cosa volete poi fare? Quale Italia in quale Europa in questo mondo globalizzato e inquieto, un mondo che a volte fa spavento, avete in testa? E, a proposito, di queste strane preoccupanti cose di cui ci parlano a volte i telegiornali nelle parti non dominate dalle chiacchiere politiche e dai gossip rosa o neri, per esempio i mutamenti climatici, le guerre per il petrolio e per il potere, le epidemie, la crescita di nuovi giganti come la Cina e l’India, di tutto questo voi pensate qualcosa? Volete dircela per favore?
Domande come queste, che malgrado lo sbarramento dell’informazione ridotta a cronaca fatua, pettegola, oltre che asservita alla maggioranza di turno, certo venivano in mente anche a molti elettori di centrodestra, ma non hanno trovato vere risposte nel centrosinistra. Non che manchino, nella coalizione, quelli che hanno la bella ambizione di provare a darle. Ma certo non è venuto da costoro il profilo forte del messaggio elettorale dell’Unione. Resta da capire se si è trattato solo di un difetto di comunicazione, di una caduta nella suggestione che la potenza di fuoco berlusconiana è riuscita ancora una volta a produrre o se l’ambizione dominante di questa Italia politica è davvero quella di sostituire la destra, e Berlusconi in particolare, al governo del paese per fare grosso modo le stesse cose. Magari un po’ meglio, in modo più pulito, ma in sostanza le stesse cose, avendo in mente le stesse priorità. Purtroppo, la storia di questi anni ce lo lascia dubitare.
Per questo non era affatto scontata la vittoria elettorale dell’Unione. La supremazia culturale di Berlusconi ha preparato per tempo, tra gli anni ottanta e gli anni novanta, la sua vittoria politica e, non capita nei suoi veri contorni e non adeguatamente contrastata in radice, ha resistito ai fallimenti di governo della destra e alla delusione di parte del suo stesso elettorato. Ecco perché poteva finire anche peggio, il 9 e 10 aprile. Berlusconi poteva vincere, contro ogni previsione, perpetuando un governo che avrebbe fatto della sua egemonia un vero regime, senza neanche bisogno di stravolgimenti istituzionali (che tuttavia, come con la devolution, ci sarebbero comunque stati, solo che non avrebbero più trovato rilevante opposizione).
A risultati acquisiti possiamo dire che se le urne dovevano consegnarci un ritratto del paese, questo ritratto non è per niente confortante. Berlusconi è uscito dal governo, non dalla testa degli italiani. Il suo mondo, il suo stile di vita, le sue priorità dettano ancora la linea a molti, non solo a destra. Da questo punto di vista, si è trattato dunque del peggior risultato possibile. Certo, il governo non è infine più nelle mani della destra. Ecco perchè si può forse parlare del “migliore dei peggiori” risultati. Non solo perché è possibile che la risicata maggioranza costringa la rissosa coalizione a stare unita, a mettere da parte bizze e pretese di parte e a fare squadra, puntare all’essenziale. Prodi potrà forse e paradossalmente giovarsi di questa debolezza. Un altro ossimoro, dunque. Sarà anche capace di vedere finalmente che l’agenda politica e culturale dell’Unione, così come è stata finora compilata, non è in grado di reggere l’urto di un paese plasmato a fondo e, culturalmente ancor prima che politicamente,  orientato da Berlusconi? Sarà in grado di mostrare a questo paese viziato e frustrato, angosciato e cialtrone, trasformista e sempre uguale, conservatore e stanco di tutto, cosa succede davvero in questo tempo e in questo mondo? Dalle risposte a tali domande non dipende più soltanto il futuro del nuovo governo di centrosinistra.
Gianfranco Bettin