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Si torna a discutere di Enrico Berlinguer. Lo fanno, in due libri usciti quasi insieme, Francesco Barbagallo e Silvio Pons. Il primo pubblica con Carocci “Berlinguer”, una biografia, la prima che, dopo il fondamentale lavoro di Giuseppe Fiori, segua tutto intero l’arco della vicenda personale e politica del segretario del Pci; il secondo con “Berlinguer e la fine del comunismo” (Einaudi) ripercorre le tappe finali del percorso berlingueriano, con un’attenzione particolare alle scelte di politica estera e ai rapporti con l’Unione sovietica. Entrambi gli autori lavorano per l’Istituto Gramsci: Barbagallo ne cura la rivista storica, Pons ne è il direttore. Le loro analisi provengono, quindi, dall’interno dell’area del postcomunismo italiano, area differenziata, all’interno della quale sulla lettura del berlinguerismo si gioca una partita politica che ha a che fare più con il presente che con la storia del Pci. I criteri valutativi di Barbagallo e di Pons non hanno niente di neutro; hanno invece un’evidente valenza politica. Barbagallo dà delle scelte teoriche e pratiche compiute da Berlinguer una lettura che mantiene aperto un orizzonte di diversità radicale rispetto allo stato delle cose esistente, ovvero rispetto a un ordine mondiale fondato su un sistema di produzione che conserva inalterata la distinzione di potere tra capitale e lavoro; Pons assegna al berlinguerismo un posto nel reparto rottamazione in cui la storia avrebbe relegato per sempre ogni forma di pensiero della diversità. La biografia di Barbagallo comincia dagli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza di Berlinguer. Figlio di una famiglia benestante e progressista, cresciuto a Sassari in un ambiente politico e intellettuale vicino alla sinistra storica repubblicana e radicale, Berlinguer compie da giovanissimo quella che Barbagallo indica come una scelta di vita più che una scelta politica. L’iscrizione al Pci e il carcere dopo gli scontri seguiti, anche a Sassari, all’8 settembre 1943 segnano l’inizio del percorso. Poi il trasferimento del padre, avvocato di fama, a Roma, l’esperienza nella Federazione giovanile comunista e l’attenzione con la quale Togliatti in persona segue i primi passi di un giovane dirigente che si distingue per capacità politiche ma anche per “naturali doti di discrezione, riservatezza, precisione”. Barbagallo ricostruisce un’epoca in cui alla militanza comunista si arrivava per adesione a una visione della politica come strumento di mutamento radicale dell’ordine esistente. L’orizzonte di valori al quale il giovane Berlinguer impronta non solo la sua scelta politica ma tutt’intera un’esistenza è un orizzonte rivoluzionario. Non è fatto secondario, questo, nella biografia di Berlinguer come in quella di tutto un gruppo dirigente formatosi nella lotta clandestina al fascismo e nel difficile passaggio dal ventennio mussoliniano all’avvio della storia repubblicana. Sono scelte che non restano senza conseguenze, che hanno nel tempo una durata lunga. Questa “alterità” della scelta comunista, argomenta Barbagallo, resterà in Berlinguer sino alla fine. Insieme a un altro elemento distintivo: il senso forte di una tradizione del comunismo italiano che sin dalla rottura con il bordighismo aveva segnato un distacco significativo rispetto al percorso teorico e pratico compiuto dal comunismo sovietico. Come ha detto Adriano Guerra intervenendo nel dibattito che il libro di Barbagallo ha suscitato, “già nel 1945 con Togliatti era chiaro il rigetto del modello sovietico, e cioè la precisazione che non solo la via per giungere al socialismo, ma l’ordinamento socialista sarebbero stati nel loro complesso in Italia diversi da quelli sovietici”. Barbagallo racconta bene quanto sia stato difficile, per Berlinguer e per il gruppo dirigente del Pci, mantenere la rotta tenendo conto di entrambi i criteri: l’altro rispetto all’ordine capitalistico e la specificità del comunismo italiano rispetto all’Urss. Difficile perché il mondo era spaccato in due blocchi che si fronteggiavano, e mantenere aperta la prospettiva rivoluzionaria significava prendere parte, senza esitazioni, contro uno dei due contendenti (l’imperialismo americano) senza staccarsi dall’altro (l’egemonismo sovietico). Tutti i tentativi fatti da Berlinguer e dal gruppo dirigente del Pci per smarcarsi da Mosca (dalla condanna della repressione in Cecoslovacchia alla presa di distanza dell’invasione dell’Afghanistan sino alla dichiarazione del valore universale dei princìpi della democrazia liberale) si muovono nel passaggio stretto tra riconferma del rifiuto già togliattiano del modello sovietico e necessità di far vivere politicamente un’autonomia del Pci che non significasse rinuncia alle finalità di mutamento radicale dell’ordine esistente. Persino dentro la più controversa delle scelte berlingueriane, quella del compromesso storico, secondo Barbagallo vive questo doppio respiro della strategia di Berlinguer: rispondere all’offensiva di una destra golpista mantenendo aperta quella prospettiva di “democrazia progressiva” che aveva segnato le ultime fasi dell’unità antifascista e permeato di sé la prima parte della costituzione repubblicana. Tutto ciò che per Barbagallo è una “virtù” di Berlinguer è invece, per Pons, un peccato capitale. Il più capitale dei difetti è, per il direttore dell’Istituto Gramsci, che uno si metta in testa di dirigere il principale partito di opposizione italiano continuando a ragionare come un “rivoluzionario di professione”, cioè mantenendo aperto, per il proprio partito e per la sinistra, un carattere di “alterità” rispetto alla “normalità” delle democrazie liberali e del riformismo socialdemocratico. Ciò che Pons rimprovera alla politica estera del Pci berlingueriano è una mai risolta ambiguità, il rimanere sospesi in un limbo che non è l’adesione alle scelte dell’egemonismo moscovita ma non è neppure la scelta netta dell’ingresso definitivo e senza riserve del maggior partito della sinistra italiana nel campo del riformismo europeo. Per Pons “eurocomunismo”, “terza via”, “terza fase” e diffidenza nei confronti del socialismo craxiano sono altrettante manifestazioni del vizio d’origine del berlinguerismo: il suo restare dentro un quadro politico e di valori estraneo all’unica opzione strategica proponibile per la sinistra, ieri come oggi: il riformismo in tutte le sue possibili varianti e in tutte le sue presenti declinazioni, dal blairismo allo zapaterismo (con una certa propensione per il primo). Sta qui l’elemento di debolezza dell’analisi di Pons. Tutto si poteva chiedere al gruppo dirigente del Pci raccolto intorno a Berlinguer tranne che rinunciare a un sistema di valori che nel percorso personale di ciascun dirigente era il presupposto di una scelta di vita. Imputare a Berlinguer di non aver operato quella rinuncia significa cancellare uno dei fattori determinanti della storia del Pci e di tanta parte del movimento operaio italiano; e questo non è da buoni storici. D’altra parte, la lettura tutta in positivo di Barbagallo mette in ombra alcuni aspetti del berlinguerismo che, già a suo tempo, apparivano deboli. Il più fragile di tutti è un certo politicismo di marca togliattiana, che portava il leader del Pci a tentare di realizzare obiettivi strategici alternativi attraverso la pratica delle alleanze politiche, piuttosto che attraverso la costruzione di un blocco sociale che potesse supportare scelte davvero altre rispetto all’eterno moderatismo cattolico e all’aggressività di una destra eversiva che in Italia (da Mussolini a Berlusconi) ha radici profonde. Lo stesso politicismo ha portato non solo Berlinguer, ma l’intero gruppo dirigente del Pci, a un’eccessiva prudenza nel contestare un modello di comunismo, quello sovietico, che sin dal 1956 mostrava tutti i suoi limiti. Critiche che dentro il Pci sono state avanzate in tempo utile, da destra e da sinistra, ma senza effetti. Critiche che il campo della nuova sinistra, nelle sue incarnazioni politicamente più lucide, ha manifestato quando ancora si poteva fare qualcosa. Berlinguer e il Pci non hanno saputo ascoltare. Costantino Cossu
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