Archivio 2006 Luglio - N. 73 Faccia a faccia siciliano
Faccia a faccia siciliano
di Marcello Benfante   

Come era assolutamente prevedibile, la Sicilia nell’ultima tornata elettorale si è confermata il principale feudo del centrodestra. Cuffaro, il governatorissimo devoto ai culti sincretici di un cattolicesimo praticone, ha vinto ancora una volta, e anche questo era stato previsto perfino dai più fiduciosi e combattivi. Però non ha stravinto, cosa che nel recente passato era accaduta in modo umiliante e disperante. E soprattutto, come si usa dire, non ha convinto. Su di lui pesano troppe ombre, troppe voci, troppe insidie, troppe inchieste, che adesso diventano più grevi con il parziale passo falso elettorale che sembra indicare una controtendenza e sancisce un sostanziale recupero da parte del centrosinistra. E ora c’è chi afferma, come Orlando, che Cuffaro ha iniziato il suo declino e che è ormai un leader scomodo per la sua stessa coalizione. Il pronostico è incoraggiante, ma l’ex sindaco di Palermo non è nuovo a un certo velleitario ottimismo della volontà. Certamente, tuttavia, Cuffaro è in difficoltà ed è stato ridimensionato. Ora dovrà fare i conti con un’opposizione meno esigua e soprattutto con un’antagonista di straordinario, ancorché inopinato, spessore caratteriale e politico.
A contrastargli il passo, infatti, è sbucato dalla società civile (e una volta tanto la definizione non è impropria) un personaggio adamantino, di eccezionale tempra, che nel corso della campagna elettorale ha dimostrato anche una sapienza politica che non tutti i commentatori inizialmente gli attribuivano. Rita Borsellino è stata la vera vittoria del centrosinistra. Intanto perché si è scoperto un valore, in termini di carisma, su cui non sapevamo di potere contare, almeno ai livelli di una impari competizione con i grandi poteri isolani. Poi perché la piccola riscossa di un centrosinistra quanto mai sbiadito e insipiente si deve quasi del tutto a lei, a questa donna tenace e lucida, serena e forte, alla sua inesausta e generosissima azione capillare, alla sua capacità di coagulare consenso anche al di là del bacino elettorale della sua coalizione. Infine perché la candidata dell’opposizione è in prospettiva un patrimonio su cui investire e programmare, ovvero una grande risorsa morale e intellettuale con cui tamponare la crisi di una classe dirigente che oscilla tra incompetenza e squallore.
Ovviamente, non si tratta di nascondere la sconfitta dietro paraventi retorici o con artifici comparativi, con l’arte illusionistica di far vedere mezzo pieno il bicchiere che invece è quasi vuoto. L’impresa, d’altronde, era delle più ostiche, essendo la Sicilia un caposaldo della reazione nazionale, tanto da apparire quasi donchisciottesca agli occhi degli osservatori più cinici e smagati. Ma è stato indubbiamente un successo questa “buona novella” annunciata al filisteismo della partitocrazia, questa scommessa di un outsider assoluto che ha osato sfidare con la determinazione dei giusti i macrosistemi del consenso clientelare e mafioso. E già era stato arduo imporre all’establishment una candidatura così anomala e schietta: la scelta spontanea di una significativa parte della società civile era stata infatti messa al vaglio sussiegoso delle Segreterie, come in una specie di sistema capovolto in cui la legittimazione non proviene dal basso verso l’alto, ma viceversa discende più o meno benevolmente dall’élite alla base.
In questo mondo alla rovescia dove impera (e divide) l’assurdo carrolliano, in questa spartizione del consenso doxato e dopato che somiglia sempre più a una democrazia notarile, le stesse primarie vorrebbero essere intese come una sorta di ratificazione o certificazione plebiscitaria del già stabilito a monte e dietro le quinte. La designazione di Rita Borsellino, così imprevista e “aliena” alla règle du jeu dei gruppi dirigenti, ha avuto quindi il merito fondamentale di scardinare questa logica verticistica e burocratica ponendo, con tutta la forza e il peso del suo nome così dolorosamente significativo, la questione morale della scelta, dell’assunzione diretta di inderogabili responsabilità individuali e collettive.
L’impasse di una politica tremebonda e impacciata è stata così superata da un’attivazione estemporanea che nasceva da una diffusa ansia di sano protagonismo, di riappropriazione dell’iniziativa da parte di associazioni, movimenti, circoli, realtà territoriali, cioè di quella sparuta minoranza più o meno virtuosa che consente alla Sicilia di non sprofondare come una miserrima Atlantide in fondo al mare. In brevissimo tempo decine di migliaia di persone hanno sostenuto con la loro firma la candidatura di Rita Borsellino. Una così vasta e repentina mobilitazione non si vedeva da molto tempo (e per la verità a lungo qualcuno si è sforzato di non vederla, forse per quella strana presbiopia che affligge talvolta certi distratti ciclopi lungimiranti). La schiacciante vittoria alle consultazioni primarie ha poi consacrato la svolta, spazzando via la filosofia rinunciataria del moderatismo di basso profilo (come se la Borsellino potesse essere tacciata di estremismo!) e di rassicurante continuità-contiguità.
Una volta tanto, quella che con un termine sgradevole e impreciso è chiamata “antipolitica” ha esercitato una salutare funzione di sprone alla politica stricto sensu, liberandola da una paralisi buridanesca (ma con un asino che non sa da che lato non agire) che altro non era – ed è – che l’eterno gioco delle parti fatto di mediazioni, compromessi, do ut des, estenuanti diplomazie dirigenziali.
In questo intreccio immobilistico, ricattatorio, fatto di bizantinismi, pesi e contrappesi, accordi e disaccordi di una perenne trattativa tra poteri più forti e meno forti, la sortita della Borsellino ha determinato un effetto – che potremmo definire “alla Giovanna d’Arco” – di sconvolgimento di tetragoni equilibri conservativi. Come la pulzella d’Orleans, Rita Borsellino ha posto davanti alla sparpagliata compagine del centrosinistra lo scandalo della battaglia, della sua necessità e priorità, del suo venire prima di ogni alchimia leaderistica e programmatica. E ha evocato pure il fantasma di un possibile successo, ipotesi remota ma non assurda, che ha inquietato molti perfino nell’opposizione.
Per attenerci a una mitologia un po’ più recente ma forse non meno archiviata, questa discesa in campo è stata letteralmente un “Arriva John Doe” o un “Mr Smith va a Washington”, titoli di una cinematografia edificante (nel senso nobile e fattivo del termine) e pedagogica. Non perché “le cause perse sono le sole per cui valga la pena di combattere”, come affermava l’indomito idealista Smith/Stewart, eroe rooseveltiano per eccellenza, ma perché le cause giuste sono le sole con cui è possibile vincere davvero. E si cita senza troppo imbarazzo il vecchio buon Frank Capra, il cantore di un populismo naïf in chiave New Deal, proprio per respingere ancora una capziosa obiezione. Che cioè il limite di una candidatura così trasparente stava proprio nel suo inerme candore (ma etimologicamente è proprio questa simbolica immacolatezza a costituire il viatico fondamentale di chi aspira a una carica pubblica). Questa innocenza – non solo in senso cristiano o giuridico – è invece un valore prezioso, non certo una zavorra, ed è proprio ciò di cui la Sicilia ha realmente bisogno.
Occorre cioè una nuova generazione politica sorta ex nihilo, al di fuori di una classe dirigente che in gran parte ha fallito il proprio compito (ma che ovviamente in alcuni, rari, casi può dare ancora un contributo di esperienza e di supporto). E occorre un candore, sebbene disincantato, che è sempre quello dell’anti-Pangloss volteriano o dell’antistoricismo del Munafò sciasciano, in grado di arginare l’odierno degrado di una società in cui la corruzione è diventata sistemica. Ovvero un’onestà intellettuale, una chiarezza cristallina di idee e intenti, un rigore di pensiero e di condotta, da contrapporre al cinismo greve e ottuso che ha massacrato la Sicilia. Rita Borsellino ha dimostrato di disporre di qualità sufficienti a dare impulso a una simile “renovatio”. La sua candidatura ha incontrato tante strane e imbarazzate resistenze che non si spiegherebbero se non nel senso di un recalcitrante corporativismo della politica.  Perché, infatti, si è dovuto soppesarla con titubanza, anziché coglierla al volo come un’insperata occasione per disincagliare un centrosinistra impaludato?
Ecco la probabile ragione: essa rappresenta un elemento estraneo nel corpo molle della politica professionistica, ufficiale, istituzionale. Rita Borsellino ha una storia recente e diversa, che origina dalle stragi del ’92, dal processo (sempre precario e reversibile) di distruzione/creazione, morte/rinascita innescato dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, da quella traumatica tragedia privata e collettiva che ha imposto alla Palermo incancrenita e rassegnata di prendere finalmente coscienza, anche se solo in parte e per un breve moto di orgoglio. Rita Borsellino scaturisce, rampolla, affiora da questa voragine. Dall’abisso più tetro della nostra storia. La rielaborazione del suo lutto (che è stato in qualche modo un rito che ha coinvolto tutta la società siciliana) ha prodotto una cultura del coraggio civile, della chiamata laica a un dovere di testimonianza e impegno.
Se, come dice il proverbio, il morto insegna a piangere, cioè – oltre la metafora – a far fronte alla sua mancanza con energie e risorse che si alimentano proprio dello strazio della perdita, allora Rita Borsellino ha appreso la più vera delle lezioni, e ora ci è maestra, magari forse senza scienza esatta, in un difficile ma possibile riscatto. Questa irriducibile alterità della Borsellino rispetto agli schemi della politica tradizionale è un fattore travolgente, per tutti e tutto: un piccolo ciclone che ha sconquassato i meccanismi di autoconservazione di gruppi dirigenti ormai quasi del tutto autoreferenziali, di un notabilato così preoccupato di non estinguersi da respingere ogni seppur minima possibilità di cambiare lo status quo.
Non si tratta infatti soltanto di questione morale (che pure ha un suo indubbio primato). Il fenomeno Borsellino esprime e propone anche un metodo diverso, un intervento ramificato e pedagogico, un approccio diretto con la gente e il territorio, con i giovani soprattutto, un collegamento privilegiato con l’associazionismo.
Nella temperie di un agone rovente, nonostante i toni apparentemente pacati, è emerso un volto nuovo: il volto schietto di un leader diverso con un senso pratico tipicamente femminile, con un’intelligenza concreta, con un linguaggio sobrio, con competenze in progress ma solide. Una persona autentica, nel gran bailamme di replicanti della politica professionistica, dai lineamenti e dall’accento vivaddio marcati, ma con una dimessa autorevolezza, con una salda cultura professionale, un travaglio interiore che traluce nella serenità dell’espressione e in una certa mestizia priva di rancore.
Ma non è questo volto onesto e verace che la Sicilia ha premiato. Più larghi consensi (ancorché in calo e in misura sottodimensionata ai partiti che l’appoggiavano) sono andati a una faccia da uomo qualunque che però somiglia al potere e ha lo stesso aspetto indecifrabile e sconcertante di una certa Sicilia irredimibile ed eterna. Nell’orrenda kermesse dei volti ghignanti della cartellonistica elettorale, con le belle, i brutti e i cattivi, i disinvolti e i compunti, gli sportivi e i seriosi, gli sbarazzini e gli incravattati, i sorridenti e gli ammiccanti, spiccava tutto sommato positivamente la faccia gioconda e birichina di Cuffaro, con quella sua aria un po’ perplessa tra l’arguto e l’opaco. Cuffaro ha una faccia a cui non si sfugge, a tutto tondo, che splende a mo’ di luna piena sui manifesti e invade lo schermo televisivo con la sua larga bonomia. Questa sfericità, ribadita dagli occhiali, è rassicurante, ha un che di domestico, di quotidiano. Privo di asperità e di spigolosità, il volto di Cuffaro ha la virtù di non turbare, non inquietare. Contrariamente a quel che pensa Berlusconi, in base alla sua filosofia igienista e telegenica, Cuffaro è simpatico proprio perché sovrappeso.
In genere le persone sono portate a fidarsi di un aspetto pacioccoso e pacioso. Da qui il successo di molti comici (absit iniuria verbo) floridi e pingui. Si pensi a Oliver Hardy (e l’esempio calza a pennello per spiegare altresì come Cuffaro, con la sua faccia, possa permettersi qualsiasi oltraggio all’ortofonia). La bonarietà infantile e naïf dei tratti del Governatore siciliano non tragga in inganno: c’è pure una determinazione cocciuta in quei lineamenti un po’ tremolanti. Né deve illudere un certo suo sguardo smarrito, quel suo imperlarsi di sudore. Nonostante le gote morbide – fatte apposta per una politica “cheek to cheek” – il volto di Cuffaro ha una sua durezza nascosta che si rivela in improvvise alterazioni nervose, in scatti aspri e caparbi. Buffo ma all’occorrenza aggressivo, l’aspetto di Cuffaro è quello di un cucciolone di peluche che improvvisamente si trasforma in un mastodonte irritato che carica a testa bassa.
È in questi frangenti che il pio Cuffaro, l’eterno fanciullino, mostra il “dark side of the moon”, l’altra faccia di una moneta traslucida solo a metà. Anche questo – come il candore vilipeso di certe sue espressioni crucciate – è un elemento di rusticità, un retaggio provinciale. Cuffaro viene dalla Sicilia profonda e ha con essa un rapporto viscerale. In certa sua grezza spontaneità, in certo suo grossolano pragmatismo, cui si aggiunge un’astuzia da Giufà, Cuffaro – politicamente parlando – è proprio come la sua mobile faccia: gommoso e coriaceo, ruspante e tecnocrate, attonito e avvertito, greve e sgusciante. È il volto di una certa Sicilia atavica e a suo modo moderna, paladina della tradizione familista ma anche sostenitrice del ponte sullo Stretto e di uno sviluppo poco compatibile con le esigenze ambientali di una regione troppo a lungo devastata da abusivismi e speculazioni.
A molti, innegabilmente, questo volto piace e sono pronti a baciarlo. Molti altri – è pur vero – vorrebbero cambiare immagine, voltare pagina. Ma il Governatore ha un suo controverso fascino, è un elefante che si muove con grande accortezza e agilità tra le cristallerie di poteri suscettibili e gelosi. Le guance rubiconde di Cuffaro da un lato rimandano a un’arcaica fisicità della politica, fatta di incontri, abbracci, rapporti sociali, strette di mano, pacche, favori; ma dall’altro sembrano il simbolo e il sintomo di una riduzione della politica a “facies”, a ciò che sembra e che si mostra senza più nessun supporto reale, senza più contatto col mondo dei bisogni concreti. La politica, insomma, come rappresentazione, fiction.
In un racconto di Hawthorne, “Il grande volto di pietra”, un destino messianico sembra iscritto nella roccia di una montagna con le fattezze di un uomo lungamente atteso nella valle che trasformerà e invererà quel disegno della natura in carne e sangue. Oggi il grande volto elettronico della politica viaggia nell’etere e promette di trasformarsi in un’icona incorporea, un’effigie catodica, telematica, che esiste soltanto nei palinsesti delle emittenti e che si aggira da uno studio all’altro inscenando i tormentoni di un’infinita sit-comedy.
Cuffaro però non è solo un fenomeno mediatico. Egli resta soprattutto un indefettibile presenzialista, la cui attività si sostanzia in primo luogo di relazioni dirette, di un “vis à vis” (giustappunto) in cui si rispecchia e si riconosce la Sicilia più retriva e conservatrice. I manifesti dove la sua immagine giganteggiava sopra uno slogan ruffiano e paternalistico in cui il Presidente affermava ecumenicamente di amare i siciliani rafforzavano iconograficamente una ubiquitaria processione di colloqui, abboccamenti, appuntamenti. Se il “doppio” propagandistico adotta una comunicazione più immediata (come per esempio il lapidario giudizio “la mafia mi fa schifo” riportato da tutti i mass-media), il Cuffaro in carne e ossa mostra una più sapiente prudenza, esibisce un linguaggio più cardinalizio, una diplomazia più sottile che la sua apparente goffaggine non lascerebbe supporre. Ma è sempre come se indossasse una maschera carnascialesca, un travisamento ora mellifluo e ora protervo, ora serafico come un cherubino e ora riottoso come un capopopolo. E questa mimesi, questo versatile e duttile trasformismo, spiega forse la pervicace resistenza di un sistema politico allo sbando, che si barcamena tra precariato, disoccupazione, interessi particolaristici, privilegi, mantenendo un consenso che non potrà reggere a lungo, che già scricchiola e annuncia con mille crepature il proprio collasso.
Marcello Benfante