Archivio 2006 Luglio - N. 73 Tra eroi decadenti e maschi depressi
Tra eroi decadenti e maschi depressi
di Marco Deriu   

Negli ultimi decenni gli uomini sono cambiati, o meglio stanno cambiando. (1) Era inevitabile che questo avvenisse. Dopo decenni di movimenti femministi, la cultura, la società, le sensibilità si sono modificate. Le fondamenta culturali del patriarcato sotto la spinta di queste critiche e di più ampie trasformazioni materiali e sociali hanno iniziato a sgretolarsi. Le stesse relazioni tra uomini e donne hanno attraversato importanti mutamenti. Tali cambiamenti non sono coerenti o unidirezionali, ma al contrario confusi, contraddittori; a volte quasi invisibili, a volte sconcertanti e drammatici. Per un verso abbiamo uomini che iniziano a mettersi in discussione e che nel tentativo di reagire a una situazione di incertezza e spaesamento si trovano ad affrontare più o meno consapevolmente un percorso riflessivo e problematico di confronto con i propri padri e madri, con le proprie compagne e con i loro figli. Per un altro verso si registrano movimenti revanscisti che cercano di contrastare questo cambiamento e di riaffermare un’immagine tradizionale e stereotipata dei sessi. Inoltre cominciamo purtroppo a osservare anche l’emergere di nuove forme di violenza contro le donne, diverse e per certi versi più esplicite e brutali di quelle del passato, di cui ci racconta abbondantemente la cronaca quotidiana.
Questi cambiamenti profondi che stanno avvenendo nella nostra società non sono accompagnati da una riflessione adeguata, nonostante il tentativo di alcune voci di donne e di un piccolissimo numero di uomini che da diversi anni prova a prendere parola e a intervenire sulle proprie vicende e su quelle del proprio sesso.
Anche il cinema contemporaneo non è esente da questo travaglio. In molte pellicole contemporanee si possono leggere le tracce di questo cambiamento, del movimento culturale, dello spostamento simbolico, delle faticose e contraddittorie trasformazioni psicologiche e sociali. Tuttavia il cinema non è solo uno specchio di questi uomini, dei loro percorsi, della condizione in cui si trovano. Il cinema infatti è a sua volta un produttore attivo di un immaginario sugli uomini che contribuisce a dar forma e a orientare desideri, aspirazioni, passioni, riflessioni. Forse non come in passato, poiché oggi certamente la televisione ricopre un posto più centrale, ma il cinema rappresenta ancora una fonte di comprensione e di rispecchiamento che vale la pena indagare.
È chiaro infatti che la produzione di un nuovo immaginario è un aspetto centrale della crisi dell’identità maschile tradizionale e della creazione di nuove icone o modelli di riferimento. Tutto ciò che riguarda la produzione d’immagini, rappresentazioni, storie, narrazioni, segni, simboli, linguaggi, forme, fornisce una cornice o un riferimento nella costruzione di identità maschili e di rapporti sociali tra gli uomini e tra gli uomini e le donne. Molto di quello che siamo come uomini e molto di quello che siamo portati a pensare o a desiderare dipende dall’immaginario nel quale siamo immersi. Dunque il cinema come spia ma anche come laboratorio attivo rispetto alle trasformazioni del maschile. Certo ci si potrebbe chiedere, dove sta la novità? Il cinema è sempre stato un mondo governato da uomini. La maggior parte dei registi sono sempre stati uomini, come gli stessi protagonisti ed eroi dei film. Eppure proprio qui sta il segno di un passaggio che sta avvenendo anche nel cinema contemporaneo. Il passaggio si definisce nella capacità di affrontare le storie e le vicende dal punto di vista della differenza sessuale, ovvero mettendo a tema il maschio nella parzialità della sua esperienza sessuata e non come rappresentante dell’umanità intera. L’affacciarsi di pellicole che parlano dunque delle specifiche esperienze, emozioni, prospettive degli uomini in quanto tali, in modo da poterle interrogarle e mettere a confronto con quelle di altri uomini e delle donne.
La questione d’altra parte è ancora più interessante se si pensa che molte donne si sono nutrite del cinema e dello sguardo maschile, spesso addirittura identificandosi nei personaggi e negli eroi maschili. E non c’è da stupirsi allora se molte registe donne hanno fatto a loro volta film che ricalcavano quell’immaginario maschile, talvolta riconfermando i medesimi stereotipi sessuali. In realtà solo nel momento in cui generazioni di registe, autrici e attrici hanno messo a tema la differenza e hanno imposto il proprio sguardo autonomo, il proprio linguaggio, la propria sensibilità è stato possibile differenziare lo sguardo e cominciare a riconoscere e interrogarsi anche sulla parzialità e originalità dello sguardo maschile.
La mia impressione è che il cinema di oggi inizi a esprimere con i mezzi che gli sono propri questo passaggio, ovvero un momento di crisi e di riflessione del mondo maschile, dei suoi eroi, dei suoi miti, delle sue convinzioni.
Mi sono accorto di questo da semplice spettatore riflettendo sulle emozioni che provavo da uomo guardando i film e sulle emozioni diverse che provavano le donne. Negli ultimi anni andando al cinema mi è capitato sempre più spesso di osservare come sia difficile trovare storie e personaggi maschili nei quali riconoscersi e immedesimarsi positivamente. Molti film che mettevano al centro figure maschili e le loro contraddizioni mi provocavano un’emozione intensa e terribilmente fastidiosa. Non potevo riconoscermi in quei personaggi, verso i quali provavo anzi una spontanea rabbia, ma non potevo nemmeno allontanarli troppo da me come se le loro storie o le loro problematiche non mi riguardassero per nulla o non mi chiamassero in causa in quanto uomo.
Ho cominciato così a riflettere sulle trasformazioni del maschile nel cinema contemporaneo, cercando di osservare ad esempio le caratteristiche e le tipologie di protagonisti maschili che ritroviamo più frequentemente. Da una parte ovviamente abbiamo le classiche figure maschili eroiche, ginniche, oggi addirittura potenziate nelle loro performance virili dal profluvio di effetti speciali e virtuali offerti dalle tecnologie di animazione. E già qui si insinua un primo dubbio. Viene da chiedersi a questo proposito se il sempre più grande corredo di armi o l’amplificazione delle prestazioni atletiche e corporee di questi uomini non celino viceversa una sempre minore sicurezza di sé, una sempre minore autoevidenza delle semplici virtù maschili d’un tempo. È come se ciò che un tempo era solamente implicito e  accennato oggi dovesse essere invece non solo esplicitato ma addirittura ingigantito e amplificato per ottenere lo stesso effetto e la stessa visibilità.
D’altra parte e contemporaneamente a questo sfoggio di forza e di coraggio, un rivolo di incertezza inizia a farsi largo chiaramente anche tra questi hollywoodiani eroi virili. Gli equivalenti delle figure a tutto tondo di un tempo oggi lasciano emergere caratterizzazioni e dimensioni più complesse, dubbiose e riflessive. Eroi e supereroi che dubitano di sé (come l’agente David Dunn in “Unbreakable” di M. Night Shyamalan), del senso della propria missione (il personaggio di Peter Parker in “Spider-Man 2” di Sam Raimi), che lasciano addirittura spazio a qualche dubbio rispetto ai propri valori, al bene e male e alla propria collocazione (“Star Wars Episodio III: la vendetta dei Sith” di George Lucas); tutto questo sembra quantomeno ammorbidire un’immagine monolitica per lasciar emergere maggiori complessità, ambiguità, fragilità e dunque uno spazio maggiore per conflitti interiori.
Ma l’aspetto più notevole è che, fuori da queste tipizzazioni e dall’immaginario sempre più decadente dell’eroe virile, si registrano invece sempre più figure maschili estremamente problematiche e talvolta inquietanti sia da un punto di vista psicologico che relazionale. Personaggi maschili che assomigliano a maschere incapaci di uscire dalla propria condizione o che si trovano di fronte allo scacco assoluto del proprio mondo, delle proprie convinzioni, delle proprie sicurezze. È il caso dei due yuppies avvelenati e risentiti nel film “Nella società degli uomini” di Neil LaBute; degli uomini schiacciati dalle pressioni sociali e dalla crisi di identità connessa alla perdita del lavoro, come nei protagonisti di “A tempo pieno” di Laurent Cantet e di “L’avversario” di Nicole Garcia; degli uomini prigionieri dei doveri di casata, come ne “L’eredità” di Per Fly; degli uomini in fuga dalle relazioni che cercano rifugio in una sessualità impersonale come in “Intimacy” di Patrice Chéreau; degli uomini a confronto con il tema della violenza sulle donne come in “Ti do i miei occhi” di Icíar Bollaín e in “Non ti muovere” di Sergio Castellitto; degli uomini autori di violenza sui bambini come in “Una storia americana” di Andrew Jarecki e in “The Woodsman – Il segreto” di Nicole Kassell; degli uomini imprigionati nella logica della negazione e della violenza come in “36”, “Quai des Orfevres” di Olivier Marchal e in “Mystic River” di Clint Eastwood.
Anche in altri film, più leggeri e scanzonati, come per esempio in “Broken Flowers” di Jim Jarmusch, in “Sideways – In viaggio con Jack” di Alexander Payne e in “Il cuore degli uomini” di Marc Esposito, gli uomini sono comunque disillusi o falliti, in definitiva incerti, disorientati e in crisi di prospettive. Mentre in un film come “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand, in cui sono a confronto due generazioni di uomini, nessuna delle due rimane proponibile: né quella morente e guardata dal regista con più nostalgia del cinquantenne Rémy narcisista e irresponsabile verso donne e figli, né quella immediatamente successiva del figlio Sébastien, più pragmatico e responsabile ma anche più conformista e adattato a  una società disincantata e competitiva.
In mezzo a questi estremi dell’immaginario maschile – il supereroe virile che pur tormentato dal dubbio e dall’insicurezza si fa carico delle sorti del mondo e il maschio di mezza età sprofondato nella crisi depressiva – non c’è quasi nulla.
Sorge quindi il dubbio che ci si trovi di fronte a un fenomeno di “enantiodromia”, ovvero di passaggio da un estremo al suo opposto nella forma di una successione temporale. Come ha suggerito C.G. Jung, tale fenomeno si verifica laddove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che prima inibisce le prestazioni coscienti e poi si manifesta con un’interruzione di queste prestazioni e con un passaggio all’estremo opposto. Così nell’immaginario collettivo cinematografico (ma non è forse anche quello che sta accadendo nella realtà nelle forme più diverse?) si assisterebbe al passaggio dall’imperativo virile della forza, del potere e della performance alla realtà umana della stanchezza, dell’incertezza e della depressione.
È molto difficile nella produzione cinematografica occidentale contemporanea trovare esempi convincenti di una figura maschile nuova, autorevole e positiva, fuori dagli schemi e dalle oscillazioni solite tra delirio di onnipotenza e frustrazione aggressiva.
Cosa può significare questo? Secondo me questo ci ricorda che, da un punto di vista culturale e collettivo, stiamo tentando con molte difficoltà e molte nostalgie, di prendere le distanze da modelli maschili tradizionali di cui, in particolare nell’ultimo secolo, abbiamo sperimentato – in termini politici, sociali, psicologici e relazionali – tutta la negatività e la distruttività. Ma in questo percorso, che per ora è fondamentalmente decostruttivo, non abbiamo ancora raggiunto un momento positivo di ricostruzione di un’immagine maschile differente. E questa ricostruzione non è poi così facile, anzi è irta di pericoli e di trappole fin troppo facili da immaginare. Al narcisismo esuberante del maschio virile tradizionale, rischia di succedere un narcisismo depressivo, ripetitivo, noioso e compiaciuto.
Sempre Jung avvertiva del fatto che alla legge crudele dell’“enantiodromia” può sfuggire solamente chi sa differenziarsi dall’inconscio senza rimuoverlo. In altre parole non si tratta semplicemente di prendere le distanze unilateralmente da un estremo con il rischio di rovesciarsi nell’altro, quanto di affrontare le proprie dimensioni inconsce e di comprendere come performance virile e depressione siano in realtà due polarità collegate che si richiamano l’un l’altra, anziché respingersi.
La ricerca di nuove sensibilità ed espressioni maschili più complesse ed equilibrate è dunque più aperta che mai. Questo in effetti è il primo momento, da un punto di vista sociale, in cui gli uomini cominciano a non sentirsi scontati, a non sentirsi la norma cui tutto deve essere uniformato. Gli uomini oggi cominciano a osservarsi riflessivamente, ad accettare di essere messi in discussione e a interrogarsi nella ricerca di un nuovo modo di essere uomini, padri, mariti, compagni, amici.
Talvolta si ha l’impressione che siano le figure diverse, inadatte, introverse, tormentate a risultare nella loro incompletezza e incongruenza più aperte e promettenti. Penso al personaggio geneticamente “imperfetto” di Vincent Freeman in “Gattaca” di Andrew Niccol o a quello del timido e introverso Lucius in “The Village” di M. Night Shyamalan o al personaggio di Jason in “Dietro l’angolo” di Jordan Roberts, un padre solo e zoppicante che si trova ad allevare il figlioletto e ad accompagnare alla morte prima il nonno e poi il padre. È proprio la consapevolezza della propria parzialità e imperfezione, il proprio non essere adeguati al contesto, a rendere possibile un atteggiamento diverso, più umile ma in fondo più intenso e coraggioso verso la vita e verso le donne.
In ogni modo se possiamo tentare di raccogliere qualche indicazione – potremmo dire qualche segnavia – nei travagliati percorsi di questi nuovi maschi cinematografici,  ci sembra di poter notare come emergano almeno due possibili strade di cambiamento e trasformazione degli uomini. La prima è quella che emerge in film come “Il cuore degli uomini” di Marc Esposito, ovvero quella dell’accettazione di un confronto reale con le donne, con la loro libertà, la loro autonomia, i loro desideri che non sono più controllabili o subordinabili alla volontà o al potere maschile. L’accettazione del confronto e quindi il riconoscimento della differenza tra sé e l’altro sesso permette di mettersi realmente in gioco e di ricostruire le proprie relazioni su altre basi, meno scontate.
La seconda strada, che emerge in film come “Dietro l’angolo” di Jordan Roberts, è quella di fare i conti con la propria storia, con le proprie genealogie maschili, con i padri o gli adulti significativi che ci hanno cresciuto e influenzato nel bene e nel male. Insomma, per rimettere ordine alle vite e ai sentimenti non si può evitare di ritornare sui legami tra generazioni maschili perdonandosi reciprocamente i propri limiti, facendo tesoro della propria fragilità e umanità per riscoprire infine anche la propria vocazione educativa nella preparazione alla vita nel rapporto tra generazioni. Ma naturalmente, le due possibilità non sono affatto alternative, anzi c’è da scommettere che esse possano offrire il meglio incrociandosi e rafforzarsi a vicenda. In entrambi i casi si tratta di fare i conti con la trama di relazioni fondamentali – di amore, amicizia, genitorialità – da cui proveniamo, per comprendere la nostra storia, i legami di cui siamo fatti, le dinamiche psicologiche e sociali che ci attraversano. Solo diventando buoni narratori della nostra storia e delle nostre relazioni potremo forse scoprirci più liberi di divenire gli uomini che desideriamo essere.

Nota
1) Riprendo in questo testo le considerazioni esposte in occasione della Rassegna “Il cuore oscuro degli uomini. Un ciclo di film sulle trasformazioni del maschile e le relazioni tra i sessi” che ho progettato e organizzato a Parma per conto dell’Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Parma e della Associazione Centro Antiviolenza della stessa città nei mesi di marzo e aprile 2006.
Marco Deriu