Archivio 2006 Luglio - N. 73 Il silenzio dei post-comunisti
Il silenzio dei post-comunisti
di Piergiorgio Giacchè   

Le elezioni si sono concluse da tempo ma i risultati quelli veri e cioè buoni per tutti non arriveranno mai. Non è per via dello scarso vantaggio della sinistra o dei brogli protestati dalla destra, ma perché la destra non può perdere e la sinistra non può vincere, per doppia antonomasia. Sarebbe lungo e difficile spiegarlo a uno straniero, ma gli italiani sanno bene che il loro bipolarismo è fatto da una parte che crede di essere il tutto e di tutti gli altri che fingono di non essere di parte. Sta di fatto che a più di due mesi dal  “verdetto” delle urne, dopo le elezioni di due ex-sindacalisti e di un ex-comunista alle più alte cariche dello stato, dopo la formazione del governo e malgrado i voti di fiducia dei senatori a vita, non solo il gran capo della destra attende ancora la verifica delle schede e pretende elezioni posticipate, ma la lunga coda della sinistra si guarda bene dal festeggiare ovvero da mostrare il benché minimo dimenamento. Una felpata marcia dentro le istituzioni, una cauta esplorazione dei problemi più neri e dei conti in rosso lasciati in eredità, un’attenta misurazione degli equilibri interni e una sussurrata rassicurazione esterna circa la volontà unificatrice dell’Unione e la virtù pacificatrice dell’Ulivo, attutiscono – se ce ne fosse bisogno – ogni espressione di soddisfazione per la vittoria e ogni manifestazione di sollievo per lo scampato pericolo di una nuova non impossibile sconfitta. Non si tratta di gusto della moderazione o di senso di responsabilità. Non è un esercizio di stile o una prova di serietà. Se nessun rumore “sinistro” interrompe questo clima ovattato, è perché i dati, ma ancora di più i detti, dimostrano che la destra non ha ancora perso, e dunque la sinistra non può dire (e tanto meno credere) di aver vinto.
Così, alla fine del primo atto, zitti zitti, piano piano gli eletti della risicata maggioranza si ritirano nelle alte stanze del potere, senza poter rosicare alcun godere. E in fondo è meglio così.
Bisognerà attendere fino al terzo atto – visto che le elezioni amministrative in Sicilia e nelle grandi città sono state un altro mezzo pareggio – per poter verificare se, alla luce o all’ombra dei risultati del referendum sulla “devolüscion” ci sarà pace sotto l’ulivo oppure vedremo i lombardi partire per la seconda crociata. O infine, se la storia si ripete come sembra fare da almeno un decennio, si tratterà ancora di risultati inaccettabili o discutibili, di un’Italia magari divisa a fette o a quadratini, con una maggioranza minore centro-sudista e una minoranza maggiore in divisa azzurra e nordista. In quel caso l’“Arrivano i Loro!” continuerà a turbare i sonni e le veglie delle pacifiche tribù del popolo rosso, sempre più sbigottite davanti a una minaccia di guerra che non si saprà mai se è di secessione o di successione.
Che Berlusconi abbia lasciato più di un segno non c’è dubbio. Che lui creda di aver lasciato addirittura un regno e di aver diritto e dovere di riprenderselo, è certo un’esagerazione ma non propriamente una menzogna. Il suo governo ha alterato le regole e perfino i principi di uno stato che peraltro non è mai diventato una vera repubblica (cioè lo stato dei cittadini); la democrazia non è mai stata in discussione – si dice – ma certo è in diminuzione dacché si è ridotta al metodo e alla scadenza elettorale, e una volta o più volte misurato l’indice di gradimento, non ha altro modo di esprimersi né di svilupparsi. I voti diventano ex-voti affidati al santo o all’unto di turno, che su quella base devozionale poggia il suo potere e anche il suo volere, che diventano infine un dovere. Non fa meraviglia allora che si cominci a pretendere che la giustizia non sia uguale per tutti, ma commisurata al peso dell’approvazione accordata. Non si tratta di protervia ma di spirito di servizio; non si tratta di non voler rispondere di eventuali colpe ma di pesarle nella bilancia dei meriti e dei consensi; non si tratta di non riconoscere la magistratura ma di sottometterla finalmente alla sovranità del popolo, o se si vuole e si crede, dell’Audience.
è un populismo di nuovo conio quello berlusconiano, che ignorando la storia della democrazia riscrive la sua geografia ponendo il popolo in basso (rispetto all’Eletto) e insieme in alto (rispetto a tutte le altre istituzioni). Ogni nuovo sondaggio o sorteggio elettorale si sovrappone e se del caso si contrappone al vecchio contratto sociale, alla divisione dei poteri, alla costituzione repubblicana, e a tutte quelle arcaiche filosofie che immaginavano la democrazia in tempi in cui non c’era modo di garantire un suffragio in ogni senso universale né c’erano i mezzi di informazione adeguati alla capillare e incessante propaganda politica.  
Le libere elezioni sono la festa del popolo sovrano. Naturalmente purché si voti con buon senso e non da coglioni, purché si sappia scegliere appunto un sovrano e non tornare alla prima repubblica… Infine, grazie a dio e anche a Berlusconi, “l’Italia è una monarchia democratica fondata sulla televisione”. Con buona pace di tutti quei comunisti che fingono di credere che sia fondata sul lavoro e che appunto parlano sempre e solo di lavoratori, cioè di privilegiati anziani che impediscono ai giovani di divertirsi e di consumare. Questa è infine la discriminante storica sulla quale il piccolo miliardario di Milano sta da tempo seduto in stupefatta ma nutrita compagnia: lui è stato il primo ed è ancora il solo che parla al consumatore e del consumatore. Lui ha compreso che è questa la nuova identità sociale e culturale veramente e definitivamente egualitaria. Lui ha tratto tutte le conseguenze dalla mutazione economica e antropologica che ha sostituito la dispotica verticalità del sistema di produzione con l’orizzontale accessibilità del panorama del mercato. Lui che è naturalmente un lavoratore, come tutti i ricchi e i poveri che festeggiano ormai insieme il primo maggio; lui che è ovviamente antifascista come i leghisti regionali e gli alleati nazionali che rivendicano un venticinque aprile di pacificazione; lui che, anche quando è eletto re, resta fervente repubblicano, e non è mai mancato alla sfilata militare, ossia dei volontari per la pace, del due giugno.
Forse solo il due novembre è una data che ci divide, ma ancora per poco. La morte è un’invenzione dei comunisti, che peraltro l’hanno come nessun altro al mondo incrementata. La metà degli elettori italiani della morte se ne frega: “la parte buona dell’Italia che non odia” è già in paradiso… ma, come avverte minaccioso il suo condottiero, non fatela incazzare!

Se tutto questo viene considerato un delirio, allora non ci siamo capiti. Dietro, anzi prima delle invettive da profeta e degli imbonimenti da piazzista, c’è un mutamento che Berlusconi sta interpretando e non inventando. Certo, ha provato a dare nuove leggi da mettere al posto dei vecchi inganni, ma nel quadro di un realismo invidiabile e anche di un progetto per così dire encomiabile: quello di legalizzare alcuni comportamenti tanto diffusi quanto necessari, alcune interferenze e talune prepotenze che erano comunque diventate norme dell’attuale vita economica (per non dire “civile”). In questo somiglia al Padrino – inteso come film – che con una certa umanità e però anche la necessaria determinazione, con una lucida consapevolezza della neutralità degli affari, vuole soltanto rendere più libero il capitale, più aperto il mercato e infine più florida l’azienda di famiglia (che, nel caso di Berlusconi, entrando in tutte le famiglie, rappresenta senza dubbio la nazione). Così operando (sia nella Parte prima che nella Parte seconda) il suo e nostro film è arrivato a un punto avanzato e forse irreversibile dell’intrigo. Delle sue molteplici “riforme” non si sa quante dovranno restare in piedi per non mettere in ginocchio aziende o privati o perfino istituzioni. Della sua propaganda poi – ovvero della cultura politica che ha diffuso e della politica culturale che ha confuso – si può fin d’ora scommettere che molte parole e fin troppe idee resisteranno e daranno ulteriori velenosi frutti. Anche se va ricordato che le precedenti pellicole dei tempi della commedia all’italiana non erano state né così ingenue né così indolori, e che la nuova accezione di libertà pubblica e di democrazia privata, la sottomissione alla realtà e alla verità del mercato, la disinvolta concessione di condoni e più ancora di perdoni verso pratiche economiche e sociali correnti e dunque non corrotte, la privatizzazione monopolistica dei servizi fondamentali e la svendita dei beni immobili pubblici e perfino del patrimonio artistico… erano argomenti e comportamenti già noti e sperimentati in politica, anche prima che il berlusconismo li facesse diventare una cultura.
Adesso, è vero, niente più fa scandalo: falso in bilancio è bello, evadere le tasse è ragionevole e il lavoro nero è caritatevole. Ma fare cultura non è peccato, proprio perché moltiplica all’infinito i peccatori. Non è giusto allora dare solo a Berlusconi quello che è invece di ogni piccolo Cesare e delle coorti infinite dei loro pretoriani. Quanti sono gli amministratori o i governatori che ripetono in piccolo ma ribadiscono su più grande scala gli atteggiamenti della nuova monarchia? Quanto è diventato potente un sindaco a fronte del suo stesso collegio di sindaci revisori? Cosa è rimasto delle teorie di partecipazione e delle pratiche di consultazione dei cittadini? Cosa ha significato il maggioritario e l’uninominale nella mentalità dell’elettorato, e come s’è dato il caso che la governabilità di oggi abbia potuto santificare la legge truffa di ieri?
Tante domande che non hanno all’origine un solo alto fattore di destra ma anche il disastrato motore di un dibattito politico che a sinistra emette appena un sordo, anzi un muto ronzio.
A meno che non si creda che il dibattito sia quello di “Porta a porta” e di mille altre finestre televisive, si deve ammettere che la discussione e la riflessione e perfino l’informazione non è più il punto di forza né il modo di vita della sinistra italiana. Nel sempre meno “più grande” partito che la rappresenta e la orienta, il silenzio è tornato a essere lo stile dei suoi migliori o massimi dirigenti. Ma non si vorrebbe che il silenzio di vertice e di facciata – indossato da chi non intende accettare le provocazioni di una destra parolaia e proterva che si concentra e implode nella sua stessa pubblicità, il silenzio della moderazione e della buona volontà, del ride bene chi ride ultimo e comunque è meglio non ridere mai – servisse a nascondere e perfino a riscattare un silenzio di sostanza e di base che sta diventando la divisa malinconica del popolo post-comunista. Nelle riserve tradizionali, ovvero nelle regioni rosse, questo silenzio si avverte di più, tanto più è coperto dal rumore dell’impiego amministrativo e dell’impegno condominiale che assorbe e ottunde la generalità degli scarsi iscritti e dei numerosi simpatizzanti. Un lavorìo di fitta comunicazione appunto tra addetti al lavoro ed esperti di comunicazione, che di solito confluisce in giornaletti comunali e opuscoli per utenti e turisti, e che serve a socializzare decisioni già prese o ad approvare discussioni mai fatte.
Non si vuole ridicolizzare la campagna stampa relativa ai servizi sociali e alle iniziative culturali che sostituiscono le antiche “lotte politiche”, ma davvero non c’è altro di visibile o palpabile nella vita di un partito che ieri si suddivideva in sezioni e si consumava in riunioni, e che oggi si è svuotato di quadri e di arredi per trasferirsi in blocco negli enti pubblici e nelle fondazioni culturali, nei consigli di amministrazione ma anche in quelli di circoscrizione, nelle comunità montane globali e nelle aziende sanitarie locali. Tutto questo – è vero – provoca l’invidia della destra che sogna un identico “radicamento” nel territorio, mentre (se i simboli tradiscono l’inconscio collettivo) il problema della sinistra non sta nelle radici ma nell’albero, con i suoi rami, le foglie e la questione della fotosintesi clorofilliana. Non c’è più ossigeno per l’ulivo? Di certo, almeno sotto la quercia non c’è più quell’irreggimentato e però irradiante dibattito sui grandi problemi e sui massimi sistemi. Si dirà, anzi si dice, che alla gente questo dibattito non piace e non importa, ma è stata appunto questa la mutazione che, in largo anticipo sul berlusconismo, la sinistra ha compiuto. La gente (del) comune è diventata il suo referente e perfino il suo committente, proprio mentre il popolo eletto(re) stava diventando sogno o preda del nemico.

Il silenzio dei post-comunisti è l’esatto contrario dell’omertà rivoluzionaria e colpevole di un tempo. Non si conosce il mondo che pure si viaggia con frequenze e per distanze ieri inimmaginabili. Si è più istruiti eppure meno saputi e per nulla pensosi. D’accordo, non si hanno più i luoghi comuni dell’interpretazione marxista ma nemmeno i buoni sensi della curiosità solidale: nessuno “discute” sulla fame, la povertà, la guerra, lo sfruttamento, il disastro ambientale… nel doppio senso che non c’è da dubitare e pertanto niente che sia personalmente necessario approfondire. Basta esprimere la propria posizione invece di una ragionata opinione, e sarebbe davvero assurdo fare come in Francia, quando appena l’anno scorso migliaia di iscritti socialisti, riuniti nelle loro arcaiche sezioni e federazioni e congressi, si sono messi a leggere e discutere la Costituzione Europea con il bel risultato di contribuire alla sua bocciatura. Da noi questi rischi non si corrono. Da noi semplicemente non si corre né si concorre più a formare un pensiero o riformare un ideale, per non essere scambiati per sognatori utopisti (e fare così il gioco delle destre), ma soprattutto per non provare il senso panico di un’ignoranza impotente (e far finire così il nuovo gioco delle sinistre). L’amministrativismo è da tempo il gioco e il ricovero della politica e della cultura di sinistra: una attenzione e una competenza tutta investita sui cosiddetti problemi concreti e servizi quotidiani che ha salvato il partito in tempi in cui lo stallo politico sembrava essere totale e l’ha rilanciato in tempi in cui la crisi ideologica avrebbe dovuto essergli letale. Non il radicamento ma l’allenamento al “governo locale” è tuttora la chiave del suo successo. In fondo anche lo stato è diventato “local”, e sul versante “global” c’è davvero poco da fare e magari nulla da dire...
Il silenzio dei post-comunisti riguarda allora proprio quei temi e problemi che avevano animato il mitico fantasma che ha dato loro origine. Temi e problemi che, al contrario del fantasma, non sono però scomparsi. Sembrano solo più lontani, visto che il mondo non è certo la regione e tanto meno il comune. Sembrano e sono più universali, ma nel senso nuovo di una globalità che è tanto avvolgente quanto intangibile, tanto incombente quanto irrimediabile. “Che fare?” è una domanda che è felicemente atterrata sui parcheggi e i trasporti, sulle scuole materne e le badanti per gli anziani, sui mille problemi che affliggono e però esaltano i centomila capo-condomini del nuovo decentralismo democratico. Che c’è di male in tutto questo “far del bene”? Che c’è di pericoloso o di sbagliato nello scendere dall’universale al particolare?
Soltanto che la strada per tornare all’universale è tutta in salita, e per di più è facoltativa, e per dirla tutta “non viene compresa né premiata dalla maggioranza degli elettori”. Infine è una strada in cui il fare è nobile ma il dire (discutere, riflettere, informare) è indispensabile.
E invece, tutti distratti dalla dinamica rituale fra movimenti sempre in nuce e partiti senza voce, si sottovaluta un silenzio che sembra iscritto persino nella sigla del primo partito della sinistra italiana. Abbandonata da tempo la P di partito e già impegnata la D per l’imminente parto democratico in gestazione con la Margherita, non resta che la S a segnalare l’intenzione di dire qualcosa di sinistra che però – malgrado l’esortazione di Nanni Moretti – non si dice mai. Ma il silenzio non è una colpa o una prerogativa di D’Alema. Il silenzio è nell’abbandono dei luoghi e dei modi della parola di tutti, nella lontananza dei convegni e nella rarefazione dei congressi (con tutto il male delle loro tesi, scissioni, correnti), nella prepotenza dei mass media e dei soliti personaggi che fingono di essere interpreti, nella delega ai porta-voce e ai passa-parola che funzionano solo dall’alto in basso al fine di rendere pubblica la loro opinione. Il silenzio è nella paradossale mancanza di informazioni di un sistema informativo e informatico colossale e pervasivo, nel circuito impazzito dei siti e dei blog e degli e-mail che tutti inviano e tutti ricevono ma che nessun partito raccoglie e seleziona e valorizza. Il silenzio sta nella pioggia di avvertenze e di commenti forniti al posto della descrizione degli atti, dell’analisi dei fatti, del ventaglio delle ipotesi che potrebbero aiutare a farsi (o addirittura a fare insieme) un’idea.
Intendiamoci, il partito non è mai stato una scuola (e la scuola di partito ha già chiarito a sufficienza la distanza tra le due istituzioni). Intendiamoci ancora, nessuno ha nostalgia dei castelli in aria e dei fantasmi sulla terra di ieri. Gli stessi rifondatori, dopo tanti anni, devono ancora porre la prima pietra. Ma qualche ripensamento circa lo spopolamento delle sedi e delle scadenze, delle lotte e delle adunanze, delle tombole e delle conferenze, i diessini dovrebbero farlo, prima di diventare più diluente che collante del Partito Democratico di qua da venire. Il silenzio incombente sulla base più quello supponente del vertice, sta portando infatti i suoi messaggi e messaggeri ai livelli minimi dei messaggini, terreno privilegiato della propaganda avversaria. La concorrenza del duopolio e la conseguenza dell’eterna campagna elettorale accelera del resto il processo di sintesi, fino a ridurre ogni discorso e ogni riflessione all’insostenibile leggerezza dell’essere.
Un candidato palermitano alle recenti amministrative ha scelto e stampato uno slogan essenziale, anzi esistenziale: “Felice DIESSErci”.
Contento lui…, avranno pensato gli elettori. Sempre che gli elettori pensino…
Piergiorgio Giacchè