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traduzione di Anna Nadotti con una nota di Vittorio Giacopini
Non c’è bisogno di grandi dottrine o spiegazioni per leggere il mondo in cui viviamo e in “Circostanze incendiarie” di Amitav Ghosh (Neri Pozza) c’è tutta la (poca) teoria che dovrebbe servirci per orientarci in un contesto angusto e intollerabile. L’ultima raccolta di saggi, racconti e reportage di Amitav Ghosh è un libro essenziale e misterioso che ci guida nei labirinti del presente e ci fa appassionare alla Storia senza ricorrere a trucchi o a scorciatoie. “Non riesco a immaginare il futuro…/ però conosco un racconto sulle mappe che va bene per te”. La poesia di Ondaatje che Ghosh cita alla fine di un saggio appassionante diventa una sfida programmatica. Anche se i due eventi-trauma degli ultimi vent’anni (la caduta del Muro e delle Torri) hanno generato miliardi di astrusi teoremi e troppe chiacchiere, non siamo costretti a baloccarci con tutte queste teorie prêt-à-porter per vivere il nostro presente con un minimo di intelligenza e passione e un po’ di rabbia. Ghosh lo mostra in ogni frase che scrive: in questi racconti aderenti alle cose e ai sentimenti, nelle digressioni storiche e politiche, nei tentativi calibrati e concreti di spiegare il mondo. La sua posizione è molto chiara. Il nostro è un tempo di “tentazioni imperiali” e prepotenza, una pesante stagione di acquiescenza. Ghosh intuisce benissimo dove stanno il nodo e la croce del presente e poi guarda in faccia il nemico e sa stanarlo. Nessun mistero, l’orrore ha un volto e un profilo familiari: l’imperialismo di ritorno, con la sua pedagogia ipocrita e insolente (l’inedito su Abu Ghraib che presentiamo è una riflessione su questo tema), il fanatismo bigotto del terrore, la fede – ottusa, ostinata, incriticabile – nel dio del “mercato globale” e nel profitto. La “prigione del potere assoluto” si sta facendo sempre più odiosa e soffocante e mentre il mondo diventa più libero “lo spazio per il dissenso” si restringe. La paura di Ghosh è che “in questo spazio ridotto” le voci autonome e indipendenti prendano a “ripiegarsi” su se stesse. Ma è un rischio che è necessario sfatare e si può vincere: “abbiamo bisogno di ricreare, espandere e immaginare daccapo lo spazio per un dissenso articolato, umano e creativo”. “Circostanze incendiare” però non è un libro di riflessioni introverse o un repertorio di esortazioni a buon mercato. Anche in un mondo unificato nel segno della globalizzazione omologante resistono spazi diversi e anomalie e ci sono luoghi, personaggi, situazioni ed esperienze da narrare. Senza farsi illusioni Ghosh resta attento e curioso, si guarda intorno. Accanto ad alcuni testi già noti come “Danzando in Cambogia” o come “Birmania”, il libro presenta molti saggi assai belli su territori e figure sorprendenti. “Conto alla rovescia”, per esempio, ricostruisce le radici del confronto nucleare indo-pachistano e la paradossale carriera del ministro della difesa indiana Fernandez (questo ex gandhiano pacifista che sarà tra gli architetti della strategia nucleare indiana) sino a descrivere l’assurdo della guerra silenziosa che da anni New Delhi e Islamabad conducono a quattromila metri di altezza nel deserto di ghiaccio del Siachen. “I fantasmi della signora Gandhi” è il lavoro forse più utile e importante per capire le radici ambigue e profonde della crisi indiana (e il terrorismo) e persino in “11 settembre” (poche scarne pagine scritte di getto dopo gli attentati) Ghosh si sottrae alle trappole della retorica per offrirci una storia – molto onesta, asciutta, personale – di quei fatti abusati e di quei giorni. Ma ogni pagina di “Circostanze incendiarie” è importante e va letta senza paraocchi. In un universo culturale affollato di grilli parlanti e facili Cassandre, Ghosh è uno degli ultimi intellettuali che non si è trasformato in un bonzo o in un cretino troppo intelligente. (v.g.)
Il testo di Amitav Ghosh Nella generale indifferenza dell’opinione pubblica per l’esito dei processi di Abu Ghraib, si può leggere la tacita ammissione che il fatto ha poco a che vedere con i singoli perpetratori; nonché l’ammissione che il significato dello scandalo va ricercato in circostanze e trascorsi personali ancora da chiarire. Quando scoppiò lo scandalo furono in molti a stupirsi che le forze armate degli Stati Uniti avessero deciso di assumere il controllo di uno stabilimento carcerario in un momento in cui le biblioteche, i musei, gli ospedali e i depositi di armi erano incustoditi. Ma questo concentrarsi sull’incarcerazione ha un lungo pedigree nella storia dell’espansione militare europea, soprattutto inglese. Risale al XVII e XVIII secolo, quando si registrò, come oggi, un enorme aumento della popolazione carceraria; nella Gran Bretagna di allora, come negli Stati Uniti di oggi, un gran numero di soldati e marinai vivevano all’ombra delle nuove istituzioni penali. Per molti di loro tra carcere e servizio militare c’era poca differenza. “Nessun uomo dotato di sufficiente capacità inventiva per entrare in un carcere”, disse il dottor Johnson, “farà il marinaio”. Ma l’aumento della popolazione carceraria era vitale per il processo espansionistico. I detenuti inglesi, per esempio, furono essenziali per la colonizzazione dell’Australia e di alcune zone dell’America, come il Maryland. Anche in India, la conquista inglese del XVIII secolo determinò un rapido sviluppo del sistema carcerario. Nella seconda metà del secolo gli inglesi esportarono i detenuti indiani in una serie di colonie penali costruite nelle isole del Golfo del Bengala e dell’Oceano Indiano: Penang, l’isola di Ramree vicino alla Birmania, le isole Andamane, Mauritius e Bencoolen, al largo di Sumatra. Sono questi gli antenati della Baia di Guantanamo. Un primo e non secondario elemento di continuità tra Abu Ghraib e le prigioni inglesi in India è l’ossessiva fascinazione per i corpi: quello scrutare e marchiare e denudare, come se si volessero ri-fare i prigionieri. Alcune immagini di Abu Ghraib mostrano un’incredibile parentela con le fotografie scattate dagli ufficiali inglesi nelle carceri asiatiche del XVIII secolo. Nelle une come nelle altre i detenuti, uomini e donne, sono nudi e in piedi, con i genitali esposti davanti alla macchina fotografica; e sebbene siano stati spogliati, molti sono in ceppi, in catene e con un braccio sollevato. La differenza è che queste immagini venivano scattate per progetti ufficialmente sanciti e i carcerieri non venivano mai inquadrati. Nell’India d’inizio Ottocento, i reclusi destinati al confino spesso venivano tatuati. Oltre che essere uno strumento di identificazione dei detenuti, i tatuaggi avevano anche un altro scopo. Nell’India pre-coloniale, in nord Africa e in alcune regioni del mondo arabo, i tatuaggi erano un ornamento soprattutto femminile: tatuare i prigionieri equivaleva dunque a un’evirazione simbolica, non solo dei prigionieri, ma dell’intera società che li produceva. È improbabile che gli agenti di Abu Ghraib fossero consapevoli di questo particolare retaggio delle loro azioni, eppure in esse si riscontra un analogo intento. Un secondo elemento di continuità sta nel binomio carcerazione e teoria culturale. A quanto si sa, idee antropologiche come quelle di Raphael Patai, relative alla sessualità, l’onore e la mascolinità degli arabi, hanno avuto un ruolo importante nel definire i metodi di Abu Ghraib e Guantanamo. I funzionari delle carceri inglesi in India erano attenti a colpire anche altre paure e tabù che ritenevano profondamente radicati nel paese. Pensavano, ad esempio, che gli indiani temessero i viaggi per mare più della morte stessa: da ciò, ai loro occhi, uno dei grandi vantaggi dei penitenziari sulle isole. C’era un aspetto della cultura indiana che poneva qualche problema ai funzionari inglesi. Era difficile trasformare le carceri in luoghi dove la lotta per la sopravvivenza individuale spezzasse i legami vigenti all’esterno: invece di schierarsi l’uno contro l’altro, i reclusi ripristinavano reti informali di rapporti famigliari e di villaggio, di casta e di comunità. Le immagini di Abu Ghraib fanno pensare a dinamiche simili. In alcune foto sembra quasi che i prigionieri si protendano l’uno verso l’altro, come per darsi sostegno. Non è difficile immaginare che ciò sia stato fonte di notevoli fastidi per le guardie carcerarie che si sono laureate nel sistema carcerario statunitense. Nel suo precedente impiego, il sergente Graner avrebbe senza difficoltà ricoperto un ruolo importante nel brutalizzare i prigionieri: i detenuti avrebbero fatto il lavoro per lui. Ad Abu Ghraib invece si è trovato davanti una popolazione carceraria non addestrata. Ecco perché nelle fotografie le guardie hanno talora un’espressione esasperata, come se fossero stufe di dover insegnare ai prigionieri qualcosa che dovrebbero già sapere. “Guarda”, dicono le loro facce, “è così che si fa”. Malgrado i precedenti e le indubbie continuità, nelle immagini uscite da Abu Ghraib c’è qualcosa di totalmente inedito. Una novità che non sta negli atti mostrati (si può essere certi che a Abu Ghraib e altrove sono successe cose assai peggiori, prima e dopo la caduta di Saddam Hussein), bensì nello scopo delle fotografie. Molti osservatori hanno sostenuto che ciò che vediamo non è tortura bensì abuso. Tecnicamente credo che sia vero. La tortura implica il ricorso a mezzi estremi per ottenere un dato fine. Nelle foto di Abu Ghraib appare evidente che chi esercita l’abuso non ha uno scopo specifico. È come se costringessero i prigionieri a mettere in scena una concezione della tortura, non come un mezzo bensì come un fine. È come se i carcerieri stessero dicendo ai prigionieri: non abbiamo nessuno scopo preciso nel farvi questo, se non insegnarvi chi siete e qual è il vostro posto rispetto a noi. La guerra in Iraq è stata spesso descritta in termini scolastici, si è detto che doveva essere una lezione di democrazia, insegnare le strade della libertà, e così via. Il significato delle fotografie va situato anche in questo contesto pedagogico: è come se fossero state fatte per illustrare, a beneficio dei cittadini del Terzo Mondo, la concreta realtà del legame non detto tra prigioni e parlamenti. Ed esattamente qui sta l’orrore: non nelle azioni documentate, bensì nel fatto che tali performance sono atti comunicativi, chiaramente intesi a istruire, addestrare. Anche per questo, probabilmente i soldati non hanno avuto alcuna esitazione a scattare le fotografie e farle circolare; anche loro erano certi che la purezza dei fini giustificava i mezzi prescelti. Se da tutto ciò possiamo trarre un’utile lezione, è che, oggi come non mai, è impossibile separare i mezzi dai fini: sono la stessa cosa, e ogni tentativo di distinguere gli uni dagli altri non farà che confermarne l’inseparabilità. Nell’era di Clinton ci furono molti interventisti liberali convinti che la nobiltà dei fini giustificasse qualunque mezzo (l’unilateralismo, farsi beffe del diritto internazionale e così via). Oggi il tono è cambiato e alcuni di loro hanno cominciato a parlare dei pericoli di una politica estera eccessivamente moralistica. Ma ciò significa disconoscere le responsabilità di tutto ciò che è andato storto. Affrontare la questione del miglioramento della vita umana non è mai stato un problema. Il problema è sorto quando si sono privilegiati i fini sui mezzi. Proprio per questa ragione gli interventisti liberali si sono trovati stretti in un nodo inestricabile con i neo-conservatori: essendo incapaci di affrontare la questione dei mezzi appropriati, sono stati incapaci di contrastare l’appropriazione dei loro fini. Basterebbe questo a spiegare l’estrema importanza di figure come Howard Zinn e Noam Chomsky, con la loro insistenza sulla necessità di analizzare tanto i mezzi quanto i fini. L’anniversario di Abu Ghraib dovrebbe servire come memento di ciò che accade quando tra il fine dichiarato di un progetto e i mezzi per raggiungerlo c’è un’immane sproporzione: i mezzi diventano allora essi stessi il fine, e devono essere impiegati più e più volte. (per gentile concessione dell’autore) Amitav Ghosh traduzione di Anna Nadotti con una nota di Vittorio Giacopini
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