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La redazione di “Lo straniero” ha creduto utile dedicare una parte di questo numero alla conoscenza di una regione, la Sardegna, e della sua produzione artistica e culturale di questi anni. I motivi sono molti, due in particolare: l’esperienza politica che vi è stata avviata sotto la leadership di Soru, un presidente della Regione che non viene dalla politica, e che non si lascia ricattare dalla politica (i partiti sono in Sardegna come altrove raggruppamenti di interessi non sempre limpidi, compresi quelli della sinistra); la rinnovata o nuova vitalità di alcune forme di espressione artistica – la letteratura, il cinema, la musica – che anch’esse, come la politica di Soru e dei suoi collaboratori, non si limitano alla valorizzazione della tradizione isolana e della sua diversità ma la mettono a confronto con una modernità di cui è opportuno recepire molto ma non tutto, e certamente non i suoi caratteri principali, segnati da progetti di manipolazione, alienazione, omologazione, e in una parola di dominio. Quel che va facendo Soru in Sardegna si pone su una linea di novità e di “sviluppo sostenibile”, adeguato agli interessi profondi della sua terra e non a quelli apparenti, che appartengono al fanatismo del benessere a ogni costo, perseguito per demagogia o, peggio, per interessi economici o, peggio, per convinzione, da tanta sinistra, con varianti solo secondarie rispetto alla destra. Quel che va producendo la cultura sarda di questi anni è, nonostante i cedimenti o la smania di alcuni di adeguarsi alla tendenza nazionale, di alto livello artistico proprio perché “non somiglia” e solo in piccola parte subisce i ricatti delle grandi agenzie della corruzione culturale e antropologica nazionale che sono i grandi giornali, la televisione, l’insieme di poteri chiamato Roma, l’editoria maggiore. A noi Soru, per ora, piace; a noi la produzione culturale sarda, per ora, piace. E ci sembra utile che i lettori di “Lo straniero” possano, per nostro tramite, saperne di più, capirne di più, goderne di più. L’occasione di questo numero ci ha permesso di conquistare alla rivista nuovi collaboratori e amici, che resteranno tali oltre la scadenza di questo numero. (E va ricordato che, dal tempo di “Linea d’ombra”, abbiamo avuto vicini negli anni personalità del valore di Salvatore Mannuzzu, di Giulio Angioni, il rimpianto Sergio Atzeni…) Ci ha permesso di conoscere fatti e persone di cui non sapevamo. Ci ha permesso di aprirci e di scoprire, e di trovare ambiti di comunicazione con persone che ci somigliano o che ci sembra abbiano da dire più di noi o meglio di noi. Ci ha infine permesso di ricorrere all’aiuto di un sardo tra quelli che più dialogano con la cultura internazionale, Igor Tuveri in arte Igort, amico da sempre. Ma decine sono le persone che dovremmo ringraziare per la loro vicinanza in questa piccola e doverosa impresa, oltre gli autori dei vari saggi e interventi. Ricordiamo in particolare Mario Argiolas, Marco Asunis, Umberto Cocco, Vittorio De Seta, Marcello Fois, Mattea Lissia, Bastiana Madau, Giuseppe Marci, Salvatore Mereu, Sergio Naitza, Salvatore Niffoi, Francesco Pigliaru, Giuseppe Podda, Giancarlo Porcu, Emanuela Re, Stefano Salis, Mariangela Sedda, Renato Soru, Gianni Usai, Pablo Volta, le case editrici Il maestrale e Ilisso a Nuoro e la Cuec a Cagliari. Confessiamo infine un nostro sogno: che sia possibile, per la dimostrazione di altrettanta vitalità e novità, dedicare presto altri “speciali” a regioni o zone del “continente” o all’altra grande isola italiana. Lo straniero
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