Letto visto ascoltato
di Redazione   

Paul Greengrass          United 93         UIP
Il film racconta la storia dell’unico aereo dirottato l’11 settembre che non colpì il bersaglio, a causa soprattutto dei passeggeri che riuscirono ad assaltare i dirottatori, schiantandosi nelle campagne della Pennsylvania. Il regista Paul Greengrass aggiorna l’esperimento del proprio “Bloody Sunday”, specie di “Battaglia di Algeri” sulla celebre “domenica di sangue” di Belfast. Anche “United 93” è girato in stile secco e finto-documentario, e man mano che procede la suspense si fa sempre più efficace. Inoltre, si svolge in tempo reale e senza attori noti (anzi, con alcuni personaggi nella parte di loro stessi). Nuovo esempio di una recente ondata di film americani che cercano di dar conto come possono del nuovo disordine mondiale, il film di Greengrass sfoggia in realtà un pathos ridondante e usa lo spunto cronachistico per sfuggire da ogni spiegazione causale. Ma è il suo stesso stile a essere ideologia, in modo non troppo implicito. Il film, con la sua obbedienza alle leggi del cinema catastrofico, è infatti un gigantesco esorcismo quasi propagandistico: come dire, voi (qualunque cosa voi siate) avete fatto l’11 settembre, ma noi riusciamo a raccontare tutto questo; noi abbiamo la suspense, il montaggio alternato, la narrazione, possiamo mettere ordine, se non altro a posteriori, in tutto ciò. Anche la finta polemica nei confronti dei militari e del presidente che non reagiscono per tempo è solo funzionale all’esaltazione del piccolo gruppo americano fatto di individui, che si mettono insieme e quasi riescono a farcela contro i terroristi (basta poco, basta lo spirito di gruppo, basta non aver paura). Che il film poi fallisca nei propri intenti, e che l’impressione che se ne ricava (come in molti film simili, tipo il recente “Syriana” o il più rozzo “Munich”) sia di un caos drammatico che sfugge di mano agli autori, è impressionante e significativo di un non perfetto aggancio di Hollywood all’ideologia del proprio paese. Ma non si sa se imputarlo a una certa onestà di registi e sceneggiatori, o solo (come pare più probabile) alla loro fiacchezza.


Diego Olivares     I cinghiali di Portici     Istituto Luce
Le ambiguità e i disastri delle distribuzioni hanno impedito a questo film di venir visto, dal momento della sua realizzazione due o tre anni fa, salvo che in festival e rassegne. è un buon film e meritava di più. Nello scombinatissimo “modo di produzione” che è del cinema attuale, sempre per i giovani un azzardo e soprattutto per quelli non protetti da Roma, il cinema napoletano continua a proporre film interessanti, anche se spesso più d’effetto che di sostanza, più superficiali che profondi, più banali e folklorici che autentici. “I cinghiali di Portici” spicca per la sua originalità e diversità. Intanto, è un film “sportivo” e del genere rispetta alcuni passaggi canonici. Lo sport non è però il solito calcio né la solita boxe, è invece il rugby, uno sport violento e trascurato, ma amatissimo in alcune regioni e più praticato di quel che non si pensi. A farlo non sono qui atleti di vocazione o aspirazione, ma i ragazzi di una vera comunità “di recupero”, Il pioppo, fatta di ex tossici, ladruncoli e affini, insieme a pochi attori di mestiere come il siciliano Ninni Bruschetta (che viene dal teatro: regista e attore) nel ruolo dell’educatore tanto ostinato quanto disilluso. Non è facile, il lavoro dell’educatore o rieducatore Ciro, e anche l’eventuale successo della squadra di rugby – che comporta la grande fatica di destare l’interesse dei ragazzi distogliendoli dai loro perdenti individualismi, dalle loro sfiduce e dalle loro arroganze – a cosa mai può portare? Ciro ha coscienza dell’effimero di quest’esperienza, più pedagogica che sportiva, sullo sfondo del disordine delle istituzioni e dello sfascio di un sistema morale, della crisi delle famiglie e dell’assenza di prospettive serie di futuro per questi ragazzi cresciuti ai margini di quasi tutto ma non delle suggestioni idiote della malavita, che però sono più efficaci di quelle “buoniste”. Non basta apprendere il gusto del lavoro di gruppo, conquistare una dignità, liberarsi dai propri pregiudizi o da altre più intime zavorre per diventare davvero “liberi”, padroni del proprio destino… Ciro sa bene che non c’è fine al disagio e alla marginalità se non è tutta la società che cambia, e Ciro sa che questo non avverrà mai. I suoi “cinghiali” non troveranno mai una nuova umana armonia – con la natura, con la cultura, con la violenza e la sofferenza di cui sono coscienti o incoscienti portatori.


Ulf Peter Hallberg   Il calcio rubato   Iperborea
Ancora un libro sullo sport più amato e discusso. Hallberg è uno scrittore svedese molto noto in patria: i suoi libri mescolano narrazione e saggio, autobiografia e critica del costume. “Il calcio rubato” (è il suo secondo libro tradotto in italiano dopo “Lo sguardo del flâneur”) raccoglie e inserisce in una nuova cornice narrativa una serie di reportage che l’autore scrisse dall’Italia durante i Mondiali del ’90. Da giornalista sportivo d’occasione Hallberg s’immerge in quel mondo finto eroico e luccicante: segue da vicino i tifosi svedesi e scozzesi, entra in una Bologna militarizzata per la paura degli hooligans, si innamora di Maradona (che proprio in quei Mondiali visse la sua più cocente sconfitta). Sa trasformare l’agone sportivo in campo letterario e soprattutto sa descrivere il contorno, ciò che fa del calcio “l’ultimo rituale sacro della nostra vita”, come scrisse una volta Pasolini. E il contorno è quello dell’Italia alla fine degli anni ottanta, prima che crolli il sistema craxiano e che la mafia uccida Falcone e Borsellino. È un’Italia che sogna notti magiche, convinta di aver già vinto quel mondiale (organizzato con sperpero di miliardi) ancor prima di scendere in campo. È un’Italia che vuole dare di sé l’immagine migliore, e che prova a nascondere la polvere sotto il tappeto. Seguendo il circo dei Mondiali, Hallberg si sposta verso Sud: i capitoli più belli del libro sono quelli dedicati a Napoli e a Bari. A Napoli, lo scrittore assiste alla “tragedia nazionale” della sconfitta ai calci di rigore con l’Argentina  e si stupisce dei processi sommari che iniziano già nel dopopartita. Intanto gira tra i vicoli e qui le sue pagine sembrano riecheggiare i toni dei “Grand Tour” ottocenteschi. Ancora più interessante è il racconto della Bari “mundial”, dal titolo “La tribuna d’onore nel deserto”. A Bari si giocò la finale per il terzo posto tra Italia e Inghilterra: gli azzurri vinsero 2-1, ma a Hallberg interessa, ancora una volta, raccontare il “contorno” più che la partita. E il contorno è quello di una città del Sud diametralmente opposta a Napoli che ha voluto fare dei Mondiali, e della costruzione del nuovo stadio San Nicola, il trampolino della propria emancipazione (o almeno di quella del proprio ceto neoricco): “La città si distingueva totalmente da tutto quanto avevo visto finora in Italia. Era come se essenzialmente si lavorasse alla creazione di una realtà alternativa non-italiana, un’atmosfera da aeroporto internazionale che si lasciasse alle spalle le strutture semplici degli stupidi contadini.” A sedici anni da quei Mondiali, “Il calcio rubato” rimane un affresco composito ed efficace del “paese del pallone” al tramonto del Novecento.


Margo Lanagan      Black Juice      Giano
Il fantasy c’è a chi piace e a chi no. è legittimo detestarlo nella veste per bambini, per adulti, e per adulti cui piace imbambinirsi, ma la derivazione dalla letteratura fantastica e gotica e la vicinanza alla fiaba possono renderlo molto gradito quando supera i confini del genere. Questo vale per i racconti dell’australiana Margo Lanagan (trad. di Gaja Cenciarelli), che sono una autentica sorpresa. (Della letteratura australiana sappiamo davvero poco: si vedano, tra le ultime opere tradotte, il poema di Les Murray “Freddy Nettuno”, Giano, e il bellissimo romanzo di Richard Flanagan “La vita sommersa di Gould”, Frassinelli, ma per esempio non si sono ancora tradotti i racconti di Patrick White, che pure vinse il Nobel nel 1976.) La loro bellezza – sia che scivolino verso l’horror o che si innalzino verso la fiaba, sia che cerchino una catarsi nel negativo e nel macabro sia che propongano una strana, consolante positività – deriva dalla vicinanza dell’autrice al mondo dell’infanzia. Abbiamo situazioni estreme e perfettamente irreali, luminosamente fiabesche: una ragazza viene fatta sprofondare nel catrame da una comunità di cui ha infranto le regole ed è assistita fino all’ultimo dai famigliari (narra l’atroce rito un fratello minore di lei),  un bambino che ha assistito e guidato una tribù di elefanti ne viene salvato quando si ammala, dei  ragazzi uccidono dei clown con un arma detta Fiore, un ragazzo libera la primavera dopo una immane ascesa montana, una giovane ribelle si mescola a un gruppo di spose fino a uno strano matrimonio, un ragazzo va alla ricerca degli angeli che potrebbero salvare sua nonna e scopre che sono molto diversi da come li immaginava… La Lanagan scrive anche per bambini, ha lavorato con loro, e si sente. Sono i bambini e la loro sensibilità non edulcorata e banalizzata i protagonisti di questi racconti, e sembra a volte che ne siano quasi i coautori… L’editore ci dia presto altre storie di questa bravissima scrittrice, anche le sue fiabe vere e proprie.


Fred Halliday    Cento miti sul Medio Oriente     Einaudi
“Cento miti sul Medio Oriente” è un libro da leggere attentamente, meditare, consigliare, diffondere. Fred Halliday, studioso della storia, della cultura, della politica araba, si preoccupa di smontare uno per uno tutti i miti, tutte le false credenze acquisite che sono fiorite intorno alle questioni mediorientali e che inquinano quotidianamente il già infiammato dibattito contemporaneo. Si va dall’incredibile tesi antisemita secondo cui gli ebrei, avvisati dal Mossad di quanto sarebbe accaduto, l’11 settembre si sarebbero tenuti lontani dalle Torri gemelle a quella secondo cui l’islam è una religione del deserto incapace di rinnovarsi. Diviso in cento capitoletti, quanti soni i miti da sfatare, il libro di Halliday incoraggia una riflessione scevra da ideologismi e paraocchi, ma soprattutto esorta al confronto con la verità storica (con la v minuscola) e il suo accertamento storiografico. E, allora, non è vero che le relazioni politiche mediorientali seguano regole “speciali”, diverse da quelle di altre parti del mondo. Non è vero che il “religioso” sia la causa preponderante di quanto avviene. Non è vero che quanto accade in Medio Oriente dipenda unicamente dagli errori commessi durante la Guerra Fredda da Usa e Urss. Non è vero che “l’arma petrolifera” sia stata sempre così efficace. Non è vero che Arafat sia stato un grande leader. Non è vero che i governi militari abbiano favorito la modernizzazione. Non è vero che non è mai esistito un pensiero arabo laico. Non è vero che esiste una sola lingua ebraica. Eccetera eccetera. Negli ultimi decenni i conflitti mediorientali si sono nutriti di simboli che hanno eternato le ragioni dello scontro anziché collocarlo nella cornice della storia moderna. Quanto alle società arabe, il rinnovamento politico è necessario, ma dovrà seguire altre strade. Scrive Fred Halliday: “La società araba e gran parte del mondo musulmano, infatti, non sono dittatoriali, autoritari e culturalmente bloccati a causa della religione; bensì, esattamente il contrario, è l’esistenza, dovuta ad altre ragioni, di Stati e società del genere a generare una religione bloccata. Il superamento della censura nel mondo arabo, per esempio, oppure della condizione di disuguaglianza della donna, non va ricercato in un cambiamento della dottrina religiosa o della sua interpretazione, bensì nel cambiamento della società e dello Stato.”