Archivio 2006 Ottobre - N. 76 Perché Israele è così odiato
Perché Israele è così odiato
di Uri Avnery   

traduzione di Patrizia Messinese

In occasione del suo ultimo discorso pubblico, il presidente siriano Bashar al-Assad ha pronunciato una frase che merita attenzione: “Ogni nuova generazione araba odia Israele più della precedente”. Di tutte le parole spese sulla seconda guerra del Libano, queste sono, forse, le più rilevanti. Il risultato più importante di questa guerra è l’odio. Le immagini di morte e distruzione in Libano sono entrate in ogni casa araba e, di conseguenza, in ogni casa musulmana, dall’Indonesia al Marocco, dallo Yemen ai quartieri musulmani di Londra e Berlino. Non per un’ora, neanche per un giorno, ma per 33 giorni consecutivi, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Corpi straziati di bambini, donne che piangono sulle macerie della propria casa, ragazzini israeliani che scrivono “tanti saluti” sui proiettili che verranno sparati sui villaggi, Ehud Olmert che blatera di “esercito col più alto senso morale del mondo” mentre sullo schermo appare l’immagine di una catasta di cadaveri.
Queste immagini sono state ignorate dagli israeliani e trasmesse raramente dalle nostre televisioni. Ovviamente avremmo potuto vederle su “Al jazeera” o su qualche canale occidentale, ma gli israeliani erano troppo presi dal calcolo dei danni subiti nelle nostre città settentrionali. Qui, i sentimenti di compassione e solidarietà nei confronti dei non-ebrei sono ormai affievoliti, da molto tempo. Tuttavia, ignorare questo risultato prodotto dalla guerra, è un terribile errore. È molto più importante dell’insediamento di poche migliaia di militari europei lungo i nostri confini, su gentile concessione di Hezbollah. È qualcosa che tormenterà la coscienza di generazioni di israeliani, quando i nomi di Olmert e Halutz saranno stati dimenticati da tempo e quando perfino Nasrallah si sarà dimenticato del nome di Amir Peretz.
Per avere un’idea più chiara della portata delle parole di Assad jr., dobbiamo inserirle in un contesto storico. L’intero progetto sionista è stato paragonato al trapianto di un organo nel corpo di un altro essere umano. Il sistema immunitario si attiva nei confronti di un impianto esterno, il corpo si mobilita con tutta la forza di cui è capace per rifiutarlo. I medici devono usare dosi massicce di medicinali per superare la fase di rigetto. Questa situazione si può protrarre anche per tempi lunghi, a volte fino alla morte dello stesso corpo, compreso l’organo trapiantato. (Naturalmente questa analogia, come qualsiasi analogia, deve essere considerata con cautela. Un’analogia può solo aiutare a rendere più chiaro un concetto, non di più.) Il movimento sionista ha innestato un corpo estraneo in questo paese, che era parte dell’area araba-musulmana. I suoi abitanti, e l’intera regione araba, rigettarono l’entità sionista. Nel frattempo gli insediamenti ebraici si erano consolidati, erano diventati a tutti gli effetti una nuova nazione, piuttosto radicata nella regione. Il suo potere di difesa nei confronti del rigetto è aumentato col tempo. La lotta va avanti da 125 anni, ormai, e diventa sempre più violenta, generazione dopo generazione. L’ultima guerra è solo l’ennesimo, e più recente, episodio. Qual è il nostro obiettivo storico in questo confronto?
Uno sciocco direbbe: fare fronte al rigetto con dosi sempre maggiori di medicinali, fornite dall’America e dalla diaspora ebraica. Quelli ancor più sciocchi direbbero: non esiste soluzione; questa situazione durerà per sempre. Non c’è niente che si possa fare, se non difenderci e combattere una guerra dopo l’altra. E la prossima guerra sta già bussando alla porta. Il saggio direbbe: il nostro obiettivo è fare in modo che il corpo accetti l’organo trapiantato come se fosse proprio, cosicché il sistema immunitario non ci consideri più un nemico da estirpare a qualsiasi costo. E se questo è lo scopo, deve allora diventare l’asse portante di ogni nostra iniziativa. Morale della favola: ogni nostra azione deve essere giudicata sulla base di un semplice criterio: serve a raggiungere questo scopo o a ostacolarlo?
Giudicata secondo questo criterio, la seconda guerra del Libano è stata un disastro. Cinquantanove anni fa, due mesi prima dello scoppio della nostra guerra di indipendenza, pubblicai un libro dal titolo “Guerra o pace nella regione semitica”. Le prime parole erano queste: “Quando i nostri padri sionisti decisero di costruire un ‘porto sicuro’ in Palestina, si trovarono davanti a un bivio. Potevano fare la loro comparsa in Asia Occidentale come conquistatori europei, che vedevano loro stessi come un ponte, capi appartenenti alla ‘razza bianca’ e padroni dei ‘nativi’, come i conquistadores spagnoli e i coloni anglo-sassoni in America.  Questo è ciò che fecero i Crociati in Palestina. L’altra strada era quella di considerarsi una nazione asiatica che faceva ritorno a casa, una nazione erede del patrimonio politico e culturale della razza semitica, pronta a unirsi alle altre popolazioni della regione semitica nella lotta di liberazione dallo sfruttamento europeo.”
Come è risaputo, lo stato di Israele, che fu fondato pochi mesi dopo, imboccò la prima strada. Diede una mano alla Francia coloniale, cercò di aiutare la Gran Bretagna per poter avere accesso al Canale di Suez e, dal 1967, è diventato la sorellina degli Stati Uniti.
Questo non era inevitabile. Al contrario, nel corso degli anni abbiamo avuto un numero sempre maggiore di indicazioni che il sistema immunitario del corpo arabo-musulmano stava iniziando a incorporare l’organo trapiantato, come un corpo umano accetta l’organo di un parente stretto, ed era pronto ad accettarci. Uno dei principali segnali in questo senso fu la visita di Anwar Sadat a Gerusalemme. Un altro fu il trattato di pace firmato con re Hussein, un discendente del Profeta. E, il più importante di tutti, la decisione storica di Yasser Arafat, leader del popolo palestinese, di fare pace con Israele.
Dopo ogni enorme passo avanti, però, ci fu sempre un passo indietro, da parte di Israele. È come se l’organo trapiantato rifiutasse di essere accettato dal corpo. Come se, ormai abituato all’idea di essere rifiutato, facesse il possibile per provocare il corpo fino a farsi rigettare ancor più decisamente.
È in questo contesto che dovrebbero essere inquadrate, e pesate, le parole di Assad jr., un membro della nuova generazione araba, alla fine di questa ultima guerra. Quando tutte le motivazioni evocate dal nostro governo per giustificare la guerra sono venute meno, ne fu trovata una nuova: questa guerra era un momento fondamentale dello “scontro di civiltà”, la grande campagna del mondo occidentale e dei suoi alti valori contro la barbarie e l’oscurantismo del mondo islamico. Ciò mi ricorda alcune parole scritte 110 anni fa dal padre del sionismo moderno, Theodor Herzl, nel documento che determinava i principi fondamentali del movimento sionista: “In Palestina costituiremo, per l’Europa, una parte del muro contro l’Asia e fungeremo da avanguardia della civilizzazione contro la barbarie”.
Olmert, senza saperlo, nel voler giustificare questa guerra, ha ripetuto quasi pedissequamente questa formula per compiacere il presidente Bush. Negli Stati Uniti, di tanto in tanto, accade che qualcuno inventi uno slogan senza senso, ma facilmente assimilabile, che poi, per un po’ di tempo, finisce per dominare il linguaggio corrente. Pare che più stupido sia lo slogan, più numerose siano le possibilità che questo diventi un faro di saggezza per gli intellettuali e i media, sino a che qualcuno non ne inventa un altro più efficace. Il più recente, per fare un esempio, è lo slogan dello “scontro di civiltà”, coniato da Samuel P. Huntington nel 1993 (e che ha sostituito quello della “fine della storia”).
Quale conflitto di idee è in atto tra la musulmana Indonesia e il cristiano Cile? Quale eterna lotta hanno mai combattuto Polonia e Marocco? Cos’è che unisce la Malesia e il Kosovo, due nazioni musulmane? O due nazioni cristiane come la Svezia e l’Etiopia? In che senso le idee dell’Occidente sarebbero più sublimi di quelle dell’Oriente? Gli ebrei che sfuggirono alle fiamme dell’auto da fé dell’Inquisizione cristiana in Spagna, furono ricevuti a braccia aperte dai musulmani dell’Impero ottomano. Le nazioni europee più acculturate elessero democraticamente Adolf Hitler e perpetrarono l’Olocausto, senza che il Papa protestasse.
Secondo quale criterio i valori degli Stati Uniti, l’attuale Impero d’Occidente, sono superiori a quelli dell’India e della Cina, le stelle nascenti dell’Est? Huntington stesso ha dovuto ammettere: “L’Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma grazie all’applicazione sistematica della violenza organizzata. Se gli occidentali spesso dimenticano questo fatto, i non occidentali non lo dimenticano mai.” Perfino in Occidente le donne hanno avuto diritto al voto solo nel ventesimo secolo e la schiavitù è stata abolita nella seconda metà del diciannovesimo. Per non parlare del fondamentalismo che, anche nella maggiore nazione dell’Occidente, sta rialzando la testa.
Per amor del cielo, quale interesse possiamo mai avere noi a farci avanti per diventare l’avanguardia politica e militare dell’Occidente in questo scontro immaginario? La verità, ovviamente,  è che tutta questa storia dello scontro di civiltà non è nient’altro che una copertura ideologica per qualcosa che non ha niente a che vedere con le idee e i valori: la determinazione da parte degli Stati Uniti a dominare le risorse naturali del mondo, e in particolare il petrolio.
La seconda guerra del Libano è considerata da molti una “guerra per procura”. Vale a dire: se Hezbollah è il dobermann dell’Iran, noi siamo i rottweiler dell’America. Hezbollah riceve denaro, missili e sostegno dalla Repubblica Islamica, noi riceviamo denaro, bombe a grappolo e sostegno dagli Stati Uniti d’America. Certo, questa è una esagerazione. Hezbollah è un autentico movimento libanese, con profonde radici nella comunità sciita. Il governo israeliano ha i suoi interessi (i territori occupati) e questi non dipendono necessariamente dall’America. Tuttavia non v’è dubbio che c’è molto di vero nell’affermare che questa sia una guerra per sostituzione.
Gli Stati Uniti combattono contro l’Iran perché ha un ruolo chiave nella regione in cui sono situate le più importanti riserve petrolifere del mondo. L’Iran, oltre a starsene seduto su enormi depositi di petrolio, rappresenta, tra l’altro, con la sua ideologia islamica rivoluzionaria, una minaccia per il controllo statunitense sui paesi produttori di petrolio confinanti. E il petrolio, risorsa in via di esaurimento, sta diventando sempre più essenziale nell’economia moderna. Chi controlla il petrolio, controlla il mondo. Gli Stati Uniti attaccherebbero volentieri l’Iran e lo farebbero comunque, anche se fosse abitato da pigmei devoti al Dalai Lama. C’è una somiglianza scioccante tra George W. Bush e Mahmoud Ahmadinejad. Il primo si intrattiene in conversazioni private con Gesù, l’altro è in contatto diretto con Allah. Ma ciò che vogliono è la stessa cosa: dominare.
Che interesse abbiamo noi a farci coinvolgere in questo scontro? Che interesse abbiamo a farci considerare, e a ragione, gli scagnozzi del più grande nemico del mondo musulmano in generale e del mondo arabo in particolare?
Vogliamo vivere qui ancora fra 100, 500 anni. Il nostro principale interesse nazionale ci esorta a stendere la mano alle nazioni arabe che ci accettano, per poi lavorare insieme alla riabilitazione di questa regione. Questo era vero 59 anni fa e sarà ancora vero tra altri 59 anni.
Politici modesti come Olmert, Peretz e Halutz non sono capaci di ragionare in questi termini. Riescono a malapena a vedere oltre il proprio naso. Ma dove sono gli intellettuali, coloro che dovrebbero essere più lungimiranti? Forse Bashar al-Assad non è un grande pensatore, ma la sua frase dovrebbe almeno permetterci una pausa di riflessione.

(Questo articolo è stato pubblicato su www.zmag.org il 28 agosto 2006, ed è stato poi ripreso, in traduzione italiana, in www.peacelink.it)

Uri Avnery
traduzione di Patrizia Messinese