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Dopo ogni rivoluzione arriva sempre un momento in cui qualcuno di coloro che l’hanno fatta dichiara che questa è stata tradita, mentre gli sconfitti, i vinti, dicono che è stata un sopruso, una prevaricazione, un’ingiustizia. È successo con l’Ottobre, con la Resistenza, con Tangentopoli, potrebbe benissimo accadere con Calciopoli, anzi, in qualche maniera sta già accadendo. Perché di questa vicenda, molto italiana nei suoi sviluppi, il dato sorprendente è la rapidità con la quale sono nati i due sentimenti contrapposti, quello di chi s’indigna perché il repulisti è stato parziale e quello di chi dice che non c’erano prove né colpevoli – un partito questo che sposa anche un’altra tesi molto bizzarra, e cioè che “le società hanno già pagato”. Lo disse un giorno Antonio Matarrese, personaggio resuscitato dalla preistoria del calcio (la sua elezione a presidente della Lega calcio non poco ha contribuito al partito del “nulla è cambiato”), in una dichiarazione fatta all’indomani della sentenza e non, come vorrebbe la logica, all’indomani dell’espiazione della pena. Come se Riina dicesse, “ho già pagato” e volesse uscire fuori dal carcere. Un bilancio iniziale però può essere fatto. I dati sono semplici, e il partito dei delusi dovrebbe tenerli in maggiore considerazione: la vecchia federazione è stata spazzata via, dirigenti che hanno fatto il bello e il brutto del calcio per quarant’anni adesso sono fuori dai giochi e coperti dal discredito, è stato distrutto un nucleo di potere legato alla Juventus capace di controllare le gare e il mercato (attraverso la Gea), l’organizzazione arbitrale è in rifacimento, la società più amata del calcio italiana è stata retrocessa in serie B e la squadra smembrata. Eppure c’è un sentire diffuso secondo il quale si poteva fare di più e il pericolo del ritorno del vecchio è sempre in agguato. Questo accade perché più che la fattualità delle cose, a emergere sono l’apparenza, il costume (il malcostume, ovviamente), le degenerazioni mediatiche. I condannati sono finiti in televisione per spiegare indisturbati che i colpevoli erano i giudici, altri sono diventati opinionisti nel marasma delle trasmissioni locali più o meno trash, ci sono stati ministri che hanno contestato le sentenze privilegiando l’amicizia con gli imputati alle ragioni del diritto (e alle ragioni degli italiani perbene, molti dei quali li hanno eletti), chiunque avesse o no voce in capitolo si è scagliato nelle forme più varie contro il commissario straordinario Guido Rossi (insultato come incompetente, nel migliore dei casi). Ci sono stati organi di informazione che hanno sposato tesi innocentiste e premuto per sconti e perdoni, naturalmente accusando di giustizialismo chi chiedeva il rispetto delle leggi. La complessità (che non va nascosta) di questa vicenda, con l’intreccio di dinamiche sportive e interessi economici che sono alleati ma che entrano in conflitto quando c’è da far rispettare delle norme, ha portato anche a prolungati patteggiamenti tra giudici e imputati, sì che alla fine la percezione è stata quella di una giustizia (altro che giustizialismo!) in qualche modo impossibilitata a giudicare e quasi ricattata dal potere degli imputati. (Ricordate la canzone di De André di più di trent’anni fa? “Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?”) Questo potere, specialmente la Juventus, ha avviato un attacco aggressivo, con le minacce di ricorsi al Tar e richieste di risarcimenti, alle gracili strutture del calcio. Non è vero che non è cambiato nulla, la Juventus ha iniziato il suo campionato in serie B e ha perso due scudetti, e solo chi ignora cosa rappresenta per il calcio italiano questa squadra può fingere che sia un fatto trascurabile. Eppure a vincere sono stati, come sempre, la tentazione dell’inciucio, la caciara mediatica, la convinzione che a raccontare una storia da gossip prima o poi si viene redenti o arriverà un invito all’“Isola dei Famosi”. Questo circo può vivere, sopravvivere e perpetuarsi fidando della povertà organizzativa del pallone e di quella culturale dei suoi dirigenti. Perché ciò che non può cambiare è l’assemblea dei presidenti delle società, la loro incapacità a risolvere i problemi di tutti, la vacuità degli orizzonti, l’egoismo di chi spera nell’inefficienza altrui, l’anteporre sempre e comunque il proprio tornaconto da furbetti del quartierino. L’allarme dei delusi non è stato del tutto infondato davanti alla manovre della Lega calcio che si è precipitosamente affidata a Matarrese per scampare al commissariamento e che, un attimo dopo, si è messa a dare lezioni di vita a Rossi (che a sua volta, però, è poi ricaduto nel più classico dei conflitti d’interesse accettando la presidenza di Telecom). Un assembramento di dirigenti che in passato si è dedicato a ogni forma di mala amministrazione adesso dovrebbe risorgere illuminato e darsi (e soprattutto rispettare) nuove e innovative regole del gioco. E allora forse fanno bene i delusi a protestare, perché insieme all’assalto della Juve c’è stato anche il tentativo – molto goffo, peraltro – da parte delle società di riprendere l’iniziativa “politica”, di provare a essere ancora i padroni del giocattolo. Come se l’aver subito, sofferto ma anche condiviso il potere di Moggi non chiedesse loro in qualche maniera il conto (e i conti). Corrado Sannucci
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