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È difficile non indignarsi davanti ai bombardamenti israeliani sui quartieri di Beirut. È difficile non intravedere nel tentativo egemonico dell’Amministrazione Bush un serio pericolo per la pace nel mondo. Eppure, troppo spesso ci si ferma a questo stadio, come se la stigmatizzazione di una parte della medaglia (stigmatizzazione, quanto a Israele, non sempre innocua) porti automaticamente a santificarne l’altra. Il rischio è che si veda in tutti coloro che alzano la voce e le armi contro Bush e Israele una riedizione del classico terzomondismo, una nuova forma di rivoluzione mondiale contro le ingiustizie. Il rischio è che, sotto sotto, si scorga nell’islamismo radicale l’unica forza organizzata in grado di opporsi ai disegni imperiali di chi sta dall’altra parte, l’unica in grado – dopo la fine del socialismo – di sovvertire il mondo occidentale. Questo è esattamente quanto pensava Khomeini un quarto di secolo fa e affascinò perfino Foucault (non certo l’ultimo degli sprovveduti) nei suoi reportages dalla rivoluzione iraniana. Ma oggi quanto gioca il fascino della resistenza islamica nella sinistra del ventunesimo secolo, nel movimento per la pace, tra i gruppi più critici della globalizzazione? A tale domanda, in genere raramente indagata, ha provato a rispondere Fred Halliday, l’autore di “Cento miti sul Medio Oriente”, sulla rivista “Open Democracy”. L’articolo è stato tradotto da “Internazionale” (n. 661) e merita di essere ricordato e commentato. Halliday si scandalizza giustamente dopo aver visto in una manifestazione londinese contro la guerra in Libano molti striscioni con su scritto “Siamo tutti Hezbollah”. Nell’articolo elenca tutti i casi storici in cui i fondamentalisti, oltre a essere sovente finanziati dagli Usa o da altre potenze estranee al proprio paese di origine, si sono scagliati con inaudita violenza contro le forze laiche e socialiste, in Algeria, in Medio Oriente, in Indonesia, in Pakistan, in Iran… Negli ultimi anni la musica non è cambiata: anche quando il fondamentalismo si mescolava all’antiamericanismo, le forze progressiste sono state oggetto di ripetuti attacchi. Anche quando si sono presentati come forza di resistenza, i fondamentalisti non hanno cambiato le loro idee. Insomma, ribellarsi è giusto, ma non tutte le rivolte guardano avanti, e non tutti i gruppi che vi si mettono alla loro testa sono limpidi, democratici e libertari. Ci vuole poco a bollare come reazionario l’islamismo politico che fa leva sulla legittimazione della violenza politica e su un’idea pre-illuministica (potremmo dire alla De Maistre) del rapporto Dio-politica. E non ci vuole molto, né necessariamente si ricade nell’elogio di Bush, nel convenire che la loro idea di società da costruire in Palestina, in Libano, in Pakistan, e oggi anche in Iraq, è oppressiva e, in casi estremi, totalitaria (se definiamo totalitario quella regime che ha la pretesa di controllare la totalità della vita degli individui). Certo, la mancata risoluzione della questione palestinese, la violenza subita, i ricatti dell’Occidente, la povertà dilagante e la frustrazione della piccola borghesia alimentano il successo dell’islamismo radicale e spiegano molto dei suoi sviluppi. Ma mai e poi mai è possibile concedere un solo centimetro alle loro idee, al maschilismo, al jihadismo, al desiderio di sopprimere la libertà di parola e di opinione. Scrive ancora Fred Halliday: “Quanto poi all’idea di etichettare i gruppi islamici radicali e la loro ideologia con il termine ‘fascisti’, è inutile oltre che inesatta, viste le molte differenze dal modello europeo. Non occorrono slogan per capire che il programma, l’ideologia e i precedenti dell’islamismo radicale sono diametralmente opposti a quelli della sinistra. Parlo della sinistra nata sulla base dei principi del socialismo classico, dell’illuminismo, dei valori delle rivoluzioni del 1789 e del 1848, e dell’esperienza di intere generazioni. Ebbene, le attuali incarnazioni di questa sinistra non hanno alcun bisogno di quella ‘falsa coscienza’ che spinge tante persone progressiste tra le braccia dei jihadisti.” Ovviamente qualcuno potrebbe farci notare che non è bene mescolare movimenti di massa come Hezbollah e Hamas e cellule terroristiche, sciiti e sunniti, Medio Oriente Maghreb e Asia centrale, islam europeo e islam extraeuropeo. Ma qui siamo nel campo delle idee, e se oggi le idee sono così confuse è anche perché si è abbandonato troppo presto il campo della loro battaglia o, cosa ancora peggiore, lo si è lasciato ad “aut aut” del tipo “o con Bush o con Ahmadjnejad”. Oggi ad essere in gioco, su scala planetaria, sono proprio i valori universali dell’89 e del ’48. Fred Halliday ha ragione, eppure quanto al polverone suscitato in Italia dalla espressione “fascismo islamico”, spesso abusata, andrebbe fatta un’ulteriore precisazione. Paul Berman o Christopher Hitchens (i teorici dell’anti-islamofascismo) scrivono spesso inesattezze e possono anche giocare sporco, ma non è un’infamia scorgere germi di fascismo laddove allignano o risorgono sotto nuove forme, almeno fino a quando ciò non diventa una giustificazione delle guerre di Bush. Questa rivista lo ha sempre fatto, del resto è da almeno sessant’anni che in Italia e nel mondo il termine “fascista” si adotta come aggettivo e non come sostantivo. E quell’aggettivo sta a indicare pressoché contemporaneamente: movimenti reazionari di massa, regimi liberticidi, gruppi politici che si prefiggono di creare uno “Stato etico”, il volontarismo violento, l’arroganza, il sopruso, le avanguardie autoreferenziali, le bombe e i fucili… Silone, ad esempio, è tra i primi a parlare di fascistizzazione della Rivoluzione di ottobre sotto Stalin. Oggi sono fascisti Putin, Kim Jong-Il con le sue atomiche, Khamenei, i marines di Abu Ghraib. E Nasrallah non è un resistente. Non ripugnano solo i soldi che prende dalla Siria o dall’Iran, ripugnano le idee che ha in testa. E il fatto stesso che, se questa frase venisse scritta su un giornale di maggior tiratura, la redazione correrebbe qualche rischio, deve comunque far riflettere. L’islamofobia e l’islamismo radicale sono le due facce reazionarie della stessa medaglia. È la medaglia per intera che va rigettata, lasciando spazio alla critica e all’autocritica: siamo kantiani, o almeno dovremmo esserlo, e ogni minimo tentativo di convivenza non può non partire da questo assunto. Non si è data, ad esempio, sufficiente importanza alle parole di Ghazi Hamad, leader di Hamas e portavoce dell’esecutivo palestinese. “Ci siamo abituati a incolpare altri dei nostri sbagli.”, ha detto Hamad, “Ma che rapporto c’è tra il caos, l’anarchia, l’illegalità, le uccisioni indiscriminate, il furto di terreni, le faide tra famiglie, i reati su terreni pubblici, il traffico caotico, e l’occupazione israeliana?”. Hamad avrà avuto i suoi buoni doppi fini politici per fare una dichiarazione del genere, ma il fatto che queste parole siano state pronunciate in ebraico e alla radio israeliana, poco dopo la fine delle ostilità in Libano, conferisce loro un’importanza enorme. Sono questi i discorsi che dovrebbero essere incoraggiati, e che invece vengono sempre soffocati tra gli opposti estremismi. È tra gli autocritici delle due sponde che bisogna provare a creare ponti, altrimenti la situazione diverrà insostenibile. Per questo, nella calma Europa, gridare alla pace e confondere i reazionari per resistenti (soprattutto se benedetti dal colonnello Chávez…) è un errore imperdonabile. Anche perché le frontiere sono mobili, e il rapporto tra Europa e islam è strettamente intrecciato a quello tra società europee e musulmani d’occidente. In assenza di altro, i modelli politici si affermeranno per mimesi, e in Italia potrebbe accadere, una volta che la seconda e terza generazione di musulmani italiani si sarà sedimentata senza essersi pienamente integrata, quello che già accade in Gran Bretagna e in Francia. Non serve l’allarmismo di Magdi Allam o del “Foglio” di Ferrara, né il giustificazionismo alla rovescia. Serve una ferma e non rancorosa battaglia delle idee che non segua i diktat del costruito “scontro di civiltà”, ma lo oltrepassi e lo scardini. Alessandro Leogrande
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