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La critica è quasi scomparsa dal dibattito culturale, e specialmente quella letteraria. Puntando ormai alle anteprime e alle anticipazioni, ai “lanci” dei libri accoppiati al giornale, agli onomastici e ai “casi”, la semplice, costante attività della discussione intorno alla produzione letteraria è sempre meno rilevante, e del resto non fa comodo a nessuno recensire in termini di giudizi di valore. Non si dimentichi oltretutto che in letteratura recensori e recensiti sono limitrofi più che negli altri campi, che le case editrici sono le stesse, i giornali su cui si pubblica spesso anche, si è magari critici e insieme consulenti di case editrici, o critici e narratori o poeti. Ha suscitato perciò un certo scalpore il libretto pubblicato da Donzelli, “Sul banco dei cattivi. A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda”, che riunisce quattro stroncature su singoli scrittori o su gruppi: Giulio Ferroni contro Baricco; Massimo Onofri contro Niffoi, De Luca, Santacroce; Filippo La Porta contro la moda del noir italiano; Alfonso Berardinelli contro Tiziano Scarpa. Già il format è curioso: checché lasci presagire il sottotitolo, ciò che accomuna i testi non è una vicinanza di progetti o di temi, ma il fatto di “parlar male” di qualcuno. Non c’è niente di comune tra gli scrittori stroncati, tranne il fatto di essere genericamente “alla moda”: ma davvero è uno scrittore così alla moda Scarpa (che era semmai “alla moda” una decina di anni fa)? o la Santacroce? Il fatto è che i quattro saggi sono uniti non in base al contenuto, ma al fatto di essere appunto recensioni negative. Come se in qualche modo l’assoluta eccezionalità del fatto di parlar male di qualcuno, in un panorama di generale assenza di critica, giustifichi una raccolta di questo tipo. Il primo rischio è quindi che la stroncatura attiri l’attenzione come genere, come fine in sé, rispetto al suo scopo “adesso leggiamo quattro stroncature”, con il sospetto di una trovata editoriale. Poi i saggi, come gli autori affrontati, sono di diverso valore, anche al proprio interno. Si potrebbe dire che il loro interesse sia proporzionale, prima che al prestigio e al talento dei recensori, a quello degli oggetti. Nessuno è mai troppo superiore ai propri nemici, diceva Noventa, e questo libro lo conferma: dimmi l’avversario che ti scegli e ti dirò chi sei. Così, il brano più fiacco del libro è probabilmente quello di Ferroni, che per venti pagine prende sul serio Baricco, ma alla fine lo giudica sostanzialmente da un punto di vista di critica di gusto, e nel seguire i meandri della sua produzione fa perdere di vista la peculiarità dello scrittore, il perché del suo successo, il suo rapporto col pubblico. E d’altro canto, nel saggio di Onofri la parte più interessante è la stroncatura (parziale) dello scrittore migliore del terzetto analizzato: perché che Erri De Luca e Isabella Santacroce siano robaccia non ci vuole granché a dirlo, mentre vedere la tabe del kitsch che lentamente si insinua in scrittori di talento come Niffoi è già più interessante. Il fallimento del libretto non è tanto dovuto ai singoli saggi in sé (comunque opera di critici tra i migliori in Italia), ma all’impressione che si annullino a vicenda, o meglio che insieme compongano un panorama parziale, troppo interno alla letteratura stessa. Viene in mente il vecchio concetto di “campo” che Pierre Bourdieu cercava di applicare alla letteratura e alla filosofia, e che mostrava come quelle che all’interno di un campo intellettuale vigesse un sistema di regole condivise, di “habitus” e di linguaggi tale che quelle che al suo interno possono apparire provocazione e rivoluzioni appaiono, viste dall’esterno, tutte interne a quel campo. Senza andare troppo lontano, è questo che nella raccolta lascia un senso di parzialità e di insoddisfazione al lettore che non sia scrittore o critico per professione o aspirazione. Non che i critici non abbiano ragione, e che i bersagli non siano condivisibili. Solo che ci pare che da soli, come testi, non parlino abbastanza e che in fondo siano insieme meglio di così e peggio di così. Come a dire: ma se questi sono davvero i motivi per cui non dovrebbero piacermi Baricco, Scarpa, Niffoi, il noir, la cosa non è davvero così grave. Apparirà forse una questione di vita o di morte all’interno delle battaglie letterarie, ma al lettore comune, e anche a quello più “forte”, l’impressione che resta è quello di un discorso tutto interno, e si rischia di sentirsi più vicini a scrittori non amati che a critici rispettabilissimi. C’è nel tono di queste stroncature un certo elegante distacco, una sobria atarassia che lascia infine freddo anche il lettore e che può giungere fino al tono di superiorità di alcuni saggi, come quello citato di Ferroni e quello di Berardinelli, scritto come “lettera aperta” affettuosa e paterna all’ex allievo Tiziano Scarpa (il quale però ha 43 anni, un’età in cui si potrebbe essere tranquillamente nonni!). Le stroncature, per non morire nell’immediato, hanno spesso la propria giustificazione nell’essere spunti, sintomi, riflessioni: e dalle stroncature del libro non si capisce non dico “in nome di che cosa” questi autori vengano criticati, ma “da dove”. Quello di cui si sente la mancanza è proprio il salto “fuori” dal campo letterario, che per la comprensione di scrittori “alla moda” (veri o presunti) dovrebbe essere essenziale. Spiegare Baricco “iuxta propria principia”, o fare la psicanalisi di Scarpa, ci aiuta fino a un certo punto: la posta in gioco ci sembra più importante di quanto venga fuori da questo libro. L’unica parte in cui si cerca di ragionare in termini di pubblico, di rapporto con la società e di spiegare il senso di un fenomeno è la parte finale, la più interessante, del saggio di La Porta. Se la pratica critica gode di poca fortuna nel mondo delle lettere, si tratti di giornalismo o accademia, la riflessione teorica della letteratura su se stessa è stata piuttosto frequentata negli ultimi anni, con riflessioni sul filo del pamphlet offerte da varie parti: si va dalle revisioni massimaliste dei quarantenni (per lo più professori universitari di prima o seconda fascia) alle malinconiche e raffinate divagazioni dei docenti a fine carriera o in pensione. Anche lì l’effetto di campo è per il lettore assai determinante, anche se spesso si tratta di lavori accorati, impegnativi e che tentano di stare al passo col proprio tempo. Da questa tipologia si distacca in parte il breve saggio di Antonio Scurati (“La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione”, Bompiani). Scurati è intanto un appartenente all’ultima generazione, e poi è insieme scrittore e critico, critico letterario e sociologo dei media, dentro l’università ma in un campo non esattamente coincidente con quello di cui parla. Forse per questo il suo libretto ha particolare urgenza e immediatezza nella identificazione dell’oggetto, e un passo da pamphlet chiaro e brusco. L’idea centrale è semplice: a differenza che nel dopoguerra, e fino grosso modo al boom, la letteratura è oggi inevitabilmente piena della crisi dell’umanesimo, sfiduciata nei confronti del passato e del futuro e del mondo esterno. Ma soprattutto, gli scrittori sono assolutamente separati dal mondo della vita e dal tempo della vita: “Oggi, le letterature e le esperienze di vita sono destinate a rimanere due universi mai riunificati non perché siano ben distinti tra loro, ma, al contrario, proprio perché indistinguibili. Il discorso di fondo di Scurati non è certo nuovo: è la linea “apocalittica” di Adorno e di certo Debord, con qualche aggiunta di Foucault. Ma l’idea della perdita di esperienza è tratta da un classico saggio di Agamben degli anni settanta (in cui le sue tesi dovevano apparire davvero paradossali, nel mezzo di un decennio così “pubblico”). Eppure, davanti al Debord che circola in questi anni, trasformato in una specie di apologeta di Disney, e all’Adorno spacciato per una specie di affascinante reazionario ottocentesco (in modo non diverso da una nuova vulgata di Pasolini), questo sfondo mostra una sua genuina forza di provocazione. Meno convincono i referenti contemporanei, dal Perniola di “Contro la comunicazione” a Zizek, che è teorico pericolosissimo e ambiguo e privo di pars costruens, anche se comunque pensante, pieno di cortocircuiti e di stimoli. Ma al di là delle “fonti”, il discorso di Scurati fila più che altro per come riesce a mettere in fila e spiegare i sintomi e i dettagli del quotidiano, specie della produzione culturale: dalla narrativa dietrologica alla Dan Brown al concetto di flusso televisivo, dal racconto dell’esperienza di guerra al fallimento della metaletteratura ironica postmoderna (“un romanzo meta-pop finisce con l’essere identico, nei suoi effetti, a un romanzo pop. Il metalivello finisce con l’essere identico al livello inferiore.”) Il problema della letteratura di oggi diventa dunque per Scurati “come trasformare in opera letteraria quel mondo che è per noi l’assenza di un mondo”. La televisione ha vinto, ogni esperienza ci è negata: cosa raccontiamo? Eppure le premesse del ragionamento convincono a metà; e non in linea di principio, ma proprio empiricamente. C’è il sospetto che la condizione di inesperienza analizzata da Scurati riguardi anzitutto i romanzieri e il loro pubblico, ossia una fetta agiata e infelice della classe dominante dei paesi ricchi: noi. L’assunzione di questa condizione è necessaria per raccontarci lucidamente (il libro di Scurati, nato da una sua riflessione di autore, potrebbe funzionare peraltro anche come postfazione a uno dei romanzi italiani più belli e dolenti degli ultimi tempi, “Troppi paradisi” di Walter Siti); ma rischia di giustificare la mancanza di curiosità. Si prenda l’altro libro italiano importante di questi ultimi tempi, “Gomorra” di Roberto Saviano. Non si tratta di contrapporre la “dura realtà” all’inesperienza borghese, per carità: i camorristi di Saviano sono altrettanto ferocemente alienati, mossi da impulsi simili ai nostri e pienamente inseriti in un meccanismo sovranazionale e in parte invisibile; ci somigliano abbastanza, e più ancora somigliano alla televisione e ai suoi modelli. Il fatto è che non tutte le inesperienze e le alienazioni sono uguali; alcune sono più contraddittorie e ibridate di altre, meno oliate, fanno più casino e violenza nel loro funzionamento. Sono più nude. La prospettiva di Scurati (e non solo sua) ci può aiutare al più a mantenere un sano pessimismo, ma a patto di tenerla sullo sfondo mentre ci si sporca con quel che resta del mondo (cosa che peraltro anche Scurati romanziere fa in “Il sopravvissuto”). L’assunzione del “tragico” che viene proposta è una premessa essenziale ma, nella pratica, il senso da tener più desto mi pare piuttosto un umile principio di curiostà, carità (cioè anche indignazione), attenzione ai dettagli, alle imperfezioni del sistema, alla varietà, spesso appunto tragica, dei conflitti anche prossimi a noi, che è sempre meno raccontabile ma non per questo smette di esistere; e soprattutto la costante vigilanza sul proprio punto di osservazione, la sua continua relativizzazione e messa in discussione. Emiliano Morreale
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