Archivio 2006 Novembre - N. 77 Economia italiana: le scelte di chi conta
Economia italiana: le scelte di chi conta
di Alberto Rocchi   

“Solo la vera democrazia può sconfiggere la falsa democrazia”: così scriveva quasi quaranta anni fa Pier Paolo Pasolini, ed era già una levata di bandiera (bianca) nei confronti di un sistema che aveva ormai fagocitato ogni capacità di condizionarne le leve dal proprio interno. E oggi che ormai questo paradigma, nella sua mostruosità, l’abbiamo oppressivamente di fronte a negarci la vista dell’orizzonte; oggi che nessuno, ma proprio nessuno, più o meno consapevolmente, può sentirsi artefice del proprio agire politico, di fronte a ciò che ci tocca quotidianamente di vedere e subire, si avrebbe più bisogno di certe teorizzazioni di Hannah Arendt sulla “falsa rappresentazione dei fatti” usata dal potere per sottrarre alla gente la possibilità di agire, piuttosto che rimestare nel torbido di un cadavere (la politica) per rivitalizzarne alcune sue parti, evidentemente e irrimediabilmente compromesse e inutilizzabili.
La storia ci pone dinnanzi a una tendenza globale, che non si può negare, dove sono in azione degli “agenti corrosivi” che stanno progressivamente erodendo non già lo spazio politico (che non esiste più, da tempo) ma il “sistema democratico” nel suo complesso. La deriva finanziaria, quella tecnologica e quella criminale: tre sfere in espansione che di volta in volta si intersecano tra loro creando un monolite dalle forme via via diverse che avanza costantemente, aumentando il proprio spazio a discapito di quello pubblico, svuotando di senso le opzioni individuali, attribuendo in modo arbitrario a pochi il potere di decidere sulla vita di molti.
Non è fantascienza, ma un processo in atto, in pieno svolgimento qui e ora, a livello globale, certamente, e anche, con le sue specificità, nel quotidiano del nostro Paese. Eppure, se si è avuta la pazienza di seguire alcuni dei dibattiti che, in questi giorni, hanno occupato i maggiori quotidiani nazionali, si fatica non poco a trovare la traccia di un ragionamento ancorabile a un simile stato di cose, una chiave di lettura chiara, delle spiegazioni, antidoti, sperimentazioni. Ad esempio, servono ancora certe dispute pro o contro il capitalismo, pro o contro il socialismo (“la Repubblica”), la cui origine si confonde in tempi andati e il filo che ancora le lega alla realtà è diventato così incredibilmente esile? Forse bisognerebbe abbandonare un po’ l’accademia e rimboccarsi le maniche per osservare quello con cui si ha a che fare nella vita di tutti i giorni, senza pregiudizi. E non sarebbe difficile scoprire, intanto, che nel 2006, gli individui che chiamiamo “capitalisti” non lo sono perché accumulano (lecitamente o meno) il proprio capitale, ma in quanto dilapidano quello altrui (di tutti): la parola è la stessa ma il significato è ben diverso.
La realtà, dunque, e tre vicende, apparentemente scollegate, possono dirci molto sulla recente storia patria, se osservate e analizzate attentamente non da semplici spettatori ma in quanto soggetti coinvolti: Parmalat, le scalate bancarie di quest’estate e, infine, il caso Telecom, riesploso in tutte le sue contraddizioni nei giorni scorsi. Proprio quest’ultima storia è più delle altre emblematica della peculiarità italiana nell’ambito di quella tendenza “globale” di cui si diceva all’inizio: un’ostinata, sorda incapacità a contrapporre alcunché alla visione di selvaggia competizione per la ricchezza, a un modello unico di pensiero, a un rigetto endemico e aprioristico per tutto ciò che limita la “libertà” (o il liberismo, o il neo-liberismo) in nome dell’“eguaglianza”. Una mancanza di alternativa che da vuoto culturale è diventata nel tempo complice asservimento e, in alcuni casi, consapevole adesione al pensiero dominante. Ce lo dimostra in modo inequivocabile il fatto che, a un decennio di distanza da quando tutto ebbe inizio (le liberalizzazioni del 1995-1999), i soggetti coinvolti sono gli stessi: un governo di centro-sinistra, banche affiliate, manager di grandi ambizioni, imprenditori in attesa di ricevere il proprio dividendo.
I numeri a volte possono essere fuorvianti, pur nella loro oggettività: 2,6 miliardi di euro, ad esempio, è una cifra che chi scrive non è neppure in grado di immaginare. Eppure a tanto ammontava circa cinque anni fa la plusvalenza conseguita da Colaninno e Gnutti a fronte della cessione del controllo di Telecom all’attuale assetto proprietario. Numeri irreali, inesistenti per le persone comuni, forse addirittura anche per gli stessi protagonisti e possessori, una volta smessi i panni dei finanzieri e assunte di nuovo sembianze umane (per quello che ne resta): non a caso, lo stesso Colaninno ebbe una volta a dichiarare che neppure in tre vite avrebbe potuto spendere quello che ha guadagnato. Denaro che genera denaro e ancora denaro nel momento stesso in cui distrugge ricchezza reale, un paradosso apparentemente incomprensibile eppure semplicissimo da spiegare. Quando nel 1995 lo Stato iniziò la privatizzazione dell’allora Stet (il “contenitore” della telefonia fissa pubblica), a comandare l’azienda era un piccolo gruppo di azionisti del quale facevano parte la finanziaria degli Agnelli e le principali banche del Paese, quest’ultime con un punto di riferimento forte in Mediobanca. Era uno schema di gioco semplice semplice, ancora da Prima Repubblica, caratterizzato dalla presenza delle grandi famiglie in connubio con i poteri finanziari concentrati sotto l’ombrello di una grande banca monopolista. Ma il patto di ferro tra politica, finanza e industriali (gli Agnelli) che durava dal dopoguerra, aveva perso ormai la gran parte del suo vigore, sotto i colpi della globalizzazione e della dematerializzazione dei mercati e delle merci. Una situazione nuova, da tempo in evoluzione, che poneva gli industriali di fronte a una storica crisi del comparto produttivo e ne indeboliva la potenza. Si arriva così a orchestrare e portare a termine un’operazione che, in una lettura perversa della storia, può (tristemente) considerarsi l’atto costitutivo della nuova sinistra italiana: la colossale scalata alla Telecom lanciata dai cosiddetti imprenditori di “razza padana”, alias i “capitani coraggiosi”, primo atto della stagione delle speculazioni finanziarie pure all’italiana.
Si tratta di un evento di portata storica perché intreccia per la prima volta i tre nodi che ancora oggi costituiscono il groviglio irrisolto del nostro capitalismo (e della nostra democrazia): le privatizzazioni, le banche, la politica. Sul primo versante, intanto, nei processi di privatizzazione, si privilegiano gli assets che generano flussi di cassa, quelli che fanno gola: così si fa a gara per acquistare autostrade, gas, luce e soprattutto telefoni ma nessuno si mette in fila per, ad esempio, Finmeccanica. Il risultato è che dai monopoli pubblici si passa a dei quasi-monopoli privati a beneficio dei pochi che hanno fatto i giochi. Dall’altro lato, le banche mostrano una disponibilità infinita a supportare tali acquisizioni: servendosi di finanzieri d’assalto come kamikaze (ben pagati), si combattono una guerra l’una contro l’altra in un gioco al rialzo potenzialmente infinito che ricorda il paradosso della gara di matematica: chi dirà il numero più alto? chi finanzia di più? Tutto questo, naturalmente, con la garanzia infinita dei flussi di cassa dell’azienda indebitata che, in termini meno tecnici, sono i gonzi che pagano, ovvero tutti noi. Infine, a chiudere la triangolazione, in un’ideale vertice del poligono troviamo loro, i politici, e segnatamente i politici in transizione della nuova sinistra italiana, ansiosi di scendere finalmente nell’arena “che conta”, liberi una volta per tutte da vecchie inibizioni ideologiche e alla ricerca di interlocutori forti con i quali intessere trame di potere.
Quanto fossero evanescenti certe velleità è dimostrato dal successivo sviluppo dei fatti: nel luglio 2001, infatti, Olimpia, una società appositamente costituita e controllata per il 60% da Pirelli e per il 20% dai Benetton, rileva il controllo di Telecom attraverso una complicata ragnatela di partecipazioni in società controllate, compresa, naturalmente, la Olivetti. Come è avvenuta questa seconda operazione? Attraverso una sopravvalutazione delle azioni a tutto beneficio dei cedenti (Tronchetti acquistò a 4 euro per azione, circa il doppio della quotazione attuale) e per mezzo di un secondo colossale intervento delle banche che finanziarono (facendosi una seconda guerra tra loro per farlo) interamente l’operazione con denaro successivamente scaricato sotto forma di debito, sulle larghe spalle dell’azienda acquisita. Non si dimentichi che a guadagnare dalla speculazione non furono soltanto i finanzieri d’assalto ma anche gran parte delle banche che parteciparono alla prima operazione (molte delle quali sponsorizzate proprio dal Governo) oltre a una serie di soggetti non identificabili in quanto celati dietro misteriosi fondi gestiti da paradisi fiscali. Quel che è certo è che il debito accumulato a ogni passaggio di mano, alla fine del gioco ammonta a ben 42 miliardi di euro! È un altro numero irreale, inesistente, valido per la fantastica gara di matematica ma non per quantificare alcunché di tangibile, salvo naturalmente il fardello che, in quote infinitesimali e, queste sì, reali, tutti noi abbiamo nel tempo pagato. Come si paga infatti un debito simile? Innanzitutto, addossandolo ai clienti/utenti sulle loro bollette; ma anche riducendo gli investimenti in tecnologia, quelli in risorse umane, cedendo rami di azienda, partecipazioni di società controllate e infine avviando una massiccia stagione di dismissioni immobiliari. La rete telefonica pubblica in Italia era all’avanguardia anche grazie agli investimenti in tecnologia che erano stati fatti nella passata gestione; in questo contesto, il nuovo management poté godere di una duplice rendita: quella “tecnologica”, sfruttando la rete già esistente senza dover investire particolarmente in ricerca e sviluppo; quella “di posizione”, perché alla privatizzazione non fece mai seguito una vera e propria liberalizzazione. Nessuna regolamentazione del settore fu naturalmente avviata in sede politica e l’azienda poté continuare a operare in posizione di monopolio imponendo tariffe fino a 20 volte più alte che nel resto del mondo. A ciò si aggiunga la successiva fusione per incorporazione di Tim, la società titolare della rete di telefonia mobile, diventata nel frattempo la seconda gallina dalle uova d’oro, portatrice di ulteriore denaro da destinare al servizio del mastodontico debito.
Si arriva così alla cronaca recente, caratterizzata dall’annuncio di Tronchetti Provera di un’operazione straordinaria sul gruppo, un progetto di scorporo della rete mobile e di alcune attività della rete fissa da collocare in due società separate, entrambe sotto il controllo della capogruppo. Praticamente l’inverso dell’operazione del 2004, quando fu la fusione tra Telecom e Tim a segnare l’avvio di una nuova stagione della telefonia italiana e di un processo di modernizzazione delle reti. Una strategia fallita? In realtà, né l’una né l’altra hanno molto a che vedere con piani manageriali o progetti industriali in senso lato: la prima fusione, aveva come obbiettivo quello di aumentare i flussi di cassa e, soprattutto, evitare che una eventuale scalata in Tim annacquasse la partecipazione di controllo in Telecom da parte di Olimpia. Dietro a questa seconda operazione annunciata, c’è sicuramente una spinta da parte delle banche, che sono, in definitiva, le vere proprietarie dell’azienda: probabilmente c’è stata una richiesta di rientro da parte di alcuni istituti di credito, anche perché la recente fusione tra San Paolo e Imi ha di nuovo scombussolato gli equilibri bancari aprendo una terza guerra tra Unicredit, Capitalia e Banca Intesa, con sullo sfondo i Benetton e naturalmente Mediaset pronti a inserirsi. È anche probabile che la dichiarazione di Tronchetti sia stata una mossa politica per sfruttare l’effetto-annuncio al fine di carpire dal mercato e dalla politica informazioni utili a guidare le mosse future. Ne è testimonianza la piccata risposta di Prodi e il successivo valzer di dichiarazioni e smentite e di chiacchiericcio pseudo-politico che ne è seguito. E quali ulteriori oscure trame si addensino oltrecortina, non è facile capirlo: si può ipotizzare che siano in corso i “lavori” per un accordo bipartisan, (una riedizione di quello abortito l’estate scorsa in occasione delle scalate bancarie) con al centro ovviamente gli interessi di Mediaset da una parte e quelli delle grandi banche che appoggiano il Governo di sinistra dall’altra, con l’aggiunta del “fattore Prodi”, cioè la dote di intrecci e forti legami economici che a questi fanno capo.
Oggi i telefoni, domani l’acqua, l’aria, la luce; la ricetta però è la stessa. Privatizzazioni, speculazioni finanziarie, corruzione politica: tre facce della stessa medaglia, tre aspetti di un passaggio epocale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Una società in evoluzione, in cambiamento: tutto ciò che è pubblico diventa privato, tutto ciò che è politico diventa economico, tutto ciò che è discussione, spazio pubblico, partecipazione, si riduce a una scelta tra un’opzione e l’altra, tra un fornitore e l’altro, tra un pacchetto di offerte e l’altro. Il cittadino del futuro non è un titolare di diritti ma un proprietario, titolare di azioni, obbligazioni, polizze assicurative, frammenti di una ricchezza gestita da altri attori che decideranno del suo destino in nome dei propri interessi. Se il Novecento aveva segnato il sorgere dei diritti sociali, ovvero il diritto al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza economica, alla salute eccetera, con gli anni duemila ha avuto inizio il processo di lenta decostruzione di questo paradigma (si veda in proposito il recentissimo saggio di A. Casiccia, “Democrazia e vertigine finanziaria. Le avventure del cittadino in una società proprietaria”, Bollati Boringhieri): la “owners society”, il modello dominante, inventato dalla finanza neoliberista americana, sta per essere silenziosamente sdoganato nell’Europa, che millanta ancora una sua anima statalista e garantista. E non è fuori luogo chiedersi cosa resta, a questo punto, in realtà della nostra democrazia. Il destino di miliardi di persone, cosa mangeranno, respireranno, ascolteranno, come si muoveranno, come moriranno, è in mano a un pugno di speculatori, a un consiglio di amministrazione? E tutto questo avviene con la consapevole adesione degli stessi cittadini manipolati-dominati? È uno scenario inquietante, ben reale.

Alberto Rocchi