Archivio 2006 Novembre - N. 77 Il caso Grass o la difficile arte del perdere
Il caso Grass o la difficile arte del perdere
di Piero Salabè   

Diciamo la verità. Abbiamo sempre amato Günter Grass per i suoi primi, formidabili romanzi che con strabordante fantasia e pungente realismo hanno immortalato un’epoca e una società votata all’estinzione e all’autodistruzione e che, malgrado l’orrore immane di cui si era resa colpevole, sotto la penna fatata del grande scrittore tedesco ci apparve in una sua banalità inquietantemente umana. Abbiamo sempre ammirato l’onestà di Grass che, rinunciando a facili demonizzazioni, affidò al nano deforme Oskar Mazerath, l’antieroe del “Tamburo di latta” (1959), il compito di mostrare al mondo l’eterna insanabilità della ferita tedesca. E abbiamo sempre ammirato l’impegno politico di Grass, infaticabile lottatore nelle campagne elettorali socialdemocratiche per oltre quaranta anni – un ruolo che non aveva bisogno di ricoprire e che, letterariamente, non gli giovò, ma che lui volle per affermare un’idea di intellettuale impegnato a cui ha mantenuto fede fino ai nostri giorni, come ha dimostrato appoggiando Schröder nel suo ultimo fallito arrembaggio. Ci ha sempre, infine, infastidito o almeno insospettito il suo indice perennemente puntato, immancabile denunciatore delle altrui ipocrisie, non perché le sue cause non fossero giuste, ma perché a tenere sempre alzato il dito si finisce per stancare se stessi e gli altri, o perché, come sospettavamo, il dito si alza spesso per non metterlo sulla propria piaga. 
Fino a quando quest’estate – per la gioia dei cronachisti alle prese con il classico buco – il Premio Nobel in un’intervista per la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” punta, con gran e ben orchestrato gesto, un’ultima volta l’indice per metterlo questa volta sulla sua piccola piaga inconfessata, scatenando un putiferio di reazioni planetarie e polarizzando con buon tempismo l’opinione pubblica sull’uscita della sua autobiografia, in cui indaga le verità subliminali che la memoria sempre ingannatrice rimuove, come suggerisce il titolo “Sbucciando la cipolla”. Un’autobiografia in cui Grass civetta con l’impossibilità di scriverla per scriverne poi una in cui rivela cose poco subliminali, come il fatto che l’autore all’età di 17 anni si arruolò con entusiasmo nelle fila delle Waffen SS – una sottodivisione delle famigerate SS di Himmler – dopo che la sua richiesta di essere assunto nella Marina militare era rimasta senza esito.
Considerato il ruolo di autorità morale che Grass si è costruito negli anni, l’eco polemica di questa confessione tardiva è stata, prevedibilmente, enorme, all’estero come nel proprio paese. Immediatamente si sono formate schiere di sostenitori e detrattori, concordi tuttavia nel considerare non la rivelazione ma il suo il ritardo il vero peccato. Mentre però fuori dalla Germania, fatta eccezione per i paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca che hanno maggiormente subito il nazismo, si è teso a scagionare il baffuto moralista – quasi spiacesse vedere venir meno l’unica icona della cultura tedesca a propria disposizione – in Germania, principale campo d’azione politico morale di Grass, il dibattito è stato più acceso, più controverso e di più ampia portata.
È sintomatico che siano stati soprattutto gli scrittori della stessa generazione a prendere le difese di Grass – fra cui Martin Walser, Walter Jens o Adolf Muschg – reclamando per la letteratura una sorta di edenico luogo al di là del giudizio storico e dimenticando che lo scrittore che assume un ruolo pubblico non può sottrarsi alle responsabilità implicite in quel ruolo se non vuol essere accusato di superficialità o ipocrisia. Sorprende l’ingenuità di coloro che vedono nella tardiva confessione addirittura un gesto di tormentata umanità che ingrandisce la figura intellettuale di Grass come se commettere un peccato sia in sé più meritevole della coerenza morale – una fuorviante concezione di “orgoglio del peccato”. Fra i coetanei, l’unica, consueta voce fuori dal coro è quella di Peter Handke, che con il suo appoggio incondizionato a Milosevic ha sconcertato l’opinione pubblica, altro caso di scrittore ambiguamente e irresponsabilmente attratto da un ruolo pubblico, il quale rimprovera a Grass il modo arrogante, impenitente e calcolato con cui ha imposto la sua rivelazione all’opinione pubblica, “una vergogna per le lettere” da parte di un “uomo scandaloso” che ha vissuto della rendita di tre anni di genialità.
Nel dibattito prevalgono le voci critiche, sebbene con toni moderati e facendo salvo il valore dell’opera letteraria di Grass. C’è chi si rallegra della caduta di un ingombrante monumento, chi si avventa sulla carcassa del grande nome reclamando la restituzione del Nobel, e tutti, fra politici e uomini di cultura, concordano con la perdita di credibilità e autorità intellettuale di Grass. Il grande storico del nazismo appena scomparso, Joachim Fest, ha parlato di un “danno ingente”, Charlotte Knobloch, alla guida della comunità ebraica tedesca, ha tacciato Grass di opportunismo per aver temporeggiato in vista del Nobel e dell’uscita dell’autobiografia, il cancelliere Angela Merkel ha biasimato pubblicamente lo scrittore, ma anche molti socialdemocratici si sono detti amareggiati dalle rivelazioni.
Uno dei rimproveri più frequenti è l’aver perso innumerevoli occasioni per rendere pubblica questa pagina del proprio passato, la più clamorosa delle quali nel 1985 durante la visita di Reagan e Kohl al cimitero militare di Bitburg, dove accanto a soldati americani e tedeschi sono sepolti 49 membri della Waffen-SS. Grass aveva veementemente polemizzato contro quella visita considerata una “intollerabile falsificazione storica” che metteva sullo stesso piano vittime e carnefici. Intollerabile risulta oggi per la maggior parte dei commentatori l’intransigenza con cui lo scrittore pretendeva una rielaborazione del passato che, alla luce delle sue rivelazioni, lui stesso non è stato in grado di compiere. Il modo migliore di sfuggire al tribunale è di ergersi a tribunale, scrive indignato il critico Ulrich Greiner nel suo fondo su “Die Zeit”.
Controbattere al pesante moralismo di Grass con un moralismo altrettanto pesante conduce però in un vicolo cieco. Più interessante appare la chiave di lettura che offre il sociologo Claus Leggwie per il contraddittorio comportamento dello scrittore. L’impeto giustiziere di Grass si spiegherebbe con il meccanismo dell’ipercompensazione, secondo cui il tentativo di superare il proprio irrisolto complesso di colpa conduce a un’identificazione estrema con la parte lesa e a un’assolutizzazione del male che non rende giustizia a quella banalità del male, descritta acutamente dallo stesso Grass. Nel suo caso si aggiunge una vera e propria fobia per tutto ciò che abbia a che fare con la “nazione tedesca” come potenza mondiale tanto da dichiararsi fervente oppositore della riunificazione. Non occorre soffermarsi sulla comodità e poca lungimiranza di queste claustrofobiche posizioni politiche del multimilionario occidentale Grass, proprio lui che era sceso in campo per essere “più che solo uno scrittore”.
Difficile dire cosa Grass abbia voluto vincere o perdere con la sua confessione. Politicamente è stata un errore perché la sincerità non è una categoria politica e il suo “suicidio morale” non è certo stata una consapevole e generosa abdicazione. Anche il tornaconto letterario risulta modesto. Grass voleva forse attribuirsi un tormento in extremis che, a giudicare dall’esiguo spazio che nel libro occupano il pentimento e la cattiva coscienza, non gli appartiene. Forse, involontariamente, il tormento provocato dalle rivelazioni qualche frutto lo darà, anche se il tempo sta per scadere.  
Ma ecco che, al di là del fatto personale, il caso Grass fa luce su un nodo fondamentale della cultura tedesca ed europea del dopoguerra, il ruolo dell’intellettuale di sinistra impegnato. Per cui sbagliano coloro che si affrettano a sdrammatizzare l’episodio, in maggioranza colleghi scrittori animati da uno spirito sindacalista di difesa dei privilegi di categoria, relegandolo a un dettaglio biografico privato. La confessione di Grass è una sconfessione di questo ruolo, già da tempo in crisi, ma che nel grande moralizzatore sembrava potersi conservare per sempre. Non solo: tutto il concetto della rielaborazione critica del passato tedesco, portato avanti da generazioni di intellettuali e politici, si vede messo in questione come una nietzscheana menzogna dalla parvenza veritiera che serve a coprire la verità. Improvvisamente si allentano le granitiche certezze morali di un tempo, se chi le proclamava non si rivela alla loro altezza. Non sorprende quindi che lo storico e parlamentare democristiano, Christoph Stölzl, proclami la fine “dell’idealizzazione dello scrittore come istanza morale” e che l’autore dell’intervista scoop Frank Schirrmacher parli di un’“ironia della storia” che supera l’immaginazione del miglior romanziere, visto che con l’ammissione del grande accusatore si chiude l’ultimo capitolo di quel lungo e tormentato racconto che è stato il complesso di colpa dei tedeschi nel dopoguerra.
C’è da allarmarsi o da rallegrarsi di questo cambio di prospettiva che, in realtà, era già in atto da tempo, e che il caso Grass non ha fatto che rendere evidente? In un impeto di ritorno al “salvifico moralismo” lo storico Hans Mommsen vede nella polemica intorno a Grass l’ultimo caso di capro espiatorio con cui i tedeschi si esimono dal farsi domande sulla propria responsabilità. Dal versante opposto è in certo modo inquietante l’assenso da parte dello storico revisionista Ernst Nolte secondo cui è giunta l’ora di abbandonare il concetto di “colpa collettiva” e di riconciliarsi con una generazione, quella di Grass e degli attuali nonni, che non può essere responsabilizzata per i crimini nazisti. Che provengano da una parte o l’altra, che invochino l’assolutizzazione o la relativizzazione della colpa, tutte queste posizioni risentono del complesso che ha segnato quella generazione come una maledizione in cui, fatalmente, chi tenta di liberarsene si ritrova più invischiato. Spetta alla generazione successiva, a partire dagli oggi cinquantenni, di rivisitare il passato senza amnesie o isterie depositando i monumenti nei musei affinché la loro rispettata presenza non ostacoli la nascita del nuovo. Potrebbe far paura questo nuovo senza le sicurezze e autorità di un tempo, ma proprio perché dovrà, nel rispetto del passato, trovare una propria morale oltre lo schematismo moralizzante del dopoguerra, c’è la speranza che sia una vera e viva coscienza. In questo senso l’uscita di scena del monumento Grass può avere anche un effetto liberatorio.
Se è vero che l’idea dell’intellettuale impegnato esce ridimensionata da questo dibattito, sarebbe falso liquidarla tout court dall’immaginario culturale postmoderno. Anzi, il caso Grass riapre la sua prospettiva vigorosamente. Come in innumerevoli altri casi meno illustri, questo episodio evidenzia quali siano i pericoli che sottendono l’ingresso degli scrittori nella polis, l’abbandonare lo stato privilegiato di osservatori per diventare attori in altro luogo. Il profilo morale, il senso di responsabilità richiesto a questo tipo di essere bifronte che non rinuncia alla marginalità dello scrittore né alla centralità del politico o dell’agente culturale è alto e realizzabile solo attraverso un difficilissimo esercizio di equilibrismo, perché un ruolo va a scapito dell’altro. Se nella società dei mass media lo scrittore di successo diviene subito personaggio ed è assai difficile resistere alla tentazione di parlare – i casi di chi lo fa a sproposito sono molti, da García Márquez a Handke –, tanto maggiore dovrebbe essere il suo senso di responsabilità. Ma dal dilemma dell’ambiguità dell’intellettuale, come ricordava Pasolini, non si esce. Se dunque inevitabilmente si perde, la vera questione è come riuscire a perdere bene, come diventare maestri nella difficile arte di perdere.
Che cosa ha perso Grass ed è stato lui capace di perdere? Sin dall’inizio e per lunghissimo tempo Grass è stato un vincitore. Ha vinto con i suoi romanzi, ha vinto con il suo impegno in politica. Fino alla fine gli è costato perdere. Anche la sua ammissione così sfrontata ha qualcosa di trionfale, somiglia a quelle inezie che i potenti confessano per rivestirsi di umanità, fragilità e giustizia – perdite con profitto. Non si può perdere così elegantemente, torturare le coscienze di un paese per quarant’anni con la colpa, per farsi vivo, poco prima della fine, dal giardino della propria casa di campagna dichiarando allegramente: “Scusate, anch’io volevo dire che mi sento ancora colpevole.” Se fosse anche vero che il dramma della colpa indelebile lo perseguita, Grass l’ha patito da gran signore con poca indulgenza verso chi non aveva i suoi mezzi e megafoni. Nell’intervista a proposito delle nazioni vincitrici della Seconda guerra mondiale, Grass afferma che la vittoria non avrebbe dovuto esimerle dal rielaborare i lati oscuri del proprio passato: “L’ho già detto altre volte: vincere rende stupidi, i vincitori credono di non doversi occupare dei peccati del passato, ma anche loro non ne potranno fare a meno.” Questa frase Grass la può applicare a se stesso e chiedersi cosa ha perso sulla strada delle sue vittorie.
Delle perdite politiche abbiamo già detto, ma anche letterariamente Grass ha perso più di un’occasione. Per esempio quella così semplice di usare il pronome “io” invece della terza persona singolare, oppure di riferire di quel conflitto che a quanto dice lo ha tormentato per sessanta anni. Lo fece mirabilmente la coetanea Christa Wolf nel suo libro “Trama d’infanzia” del 1976 dove ricorda la seduzione che il nazionalsocialismo con la sua componente antiborghese e giovanilistica esercitò sulla bambina di un tempo. Non che Grass non abbia elaborato la sua esperienza in figure letterarie, il già citato Mazerath e il Grande Mahlke in “Gatto e topo” (1961), il quale alla disperata ricerca di riconoscimento simboleggiata dalla croce al valore militare muore martire al fronte. Ma queste figure sono rimaste nello stadio infantile, non sono cresciute, non ci hanno fatto partecipare al conflittuale processo della loro memoria che il loro autore nondimeno ha vissuto. Infine, un’altra importante occasione letteraria perduta è non l’avere trasformato in letteratura l’inevitabile conflitto fra il ruolo politico e quello letterario, che nel suo caso si sarebbe imposto da sé. Anche qui, basta un cenno all’icona dell’altra Germania, Christa Wolf, che nel suo libro “Cosa rimane?” – scritto nel 1979 ma uscito, per ovvie ragioni, nel 1990 –, senza paura di perdere, si interroga sulla sua connivenza con il regime comunista e riconosce le proprie colpe.
L’incapacità di perdere di Grass è in realtà un incapacità di perdonarsi, di accettare la propria debolezza e fragilità, di portare il lutto per la perdita del proprio narcisistico sogno di autorità, come aveva acutamente osservato lo psicologo Mitscherlich a proposito dei tedeschi impenitenti del dopoguerra. La durezza di chi nega e l’intransigenza di chi accusa sono la faccia di una stessa medaglia. Forse Grass ha avuto la sfortuna di una precoce celebrità che gli ha impedito di seguire un processo più profondamente umano, e dopo essere stato vittima della seduzione del nazionalsocialismo non ha saputo resistere o riflettere sulla seduzione del successo. Che in mezzo a tante vittorie Grass non abbia saputo perdere, non sminuisce il significato delle sue conquiste. Ma è ovvio e doveroso che la sua figura di intellettuale e di scrittore sia riletta alla luce del ritardo delle sue rivelazioni. In certo modo gli siamo grati per averci ricordato con questa ultima involontaria sconfitta quanto sia difficile per ogni grande scrittore vincere nella moderna società della comunicazione quella vera grande e letale battaglia che rappresenta il successo.

Piero Salabè