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Joan Didion, tra le più acute penne dell’America contemporanea, dopo “Democracy” (Frassinelli, 1984), “Prendila come viene” (Bompiani, 1978), “Diglielo da parte mia” (Bompiani, 1979) e il reportage narrativo “Miami” (Mondadori, 2006), torna nelle librerie italiane con “L’anno del pensiero magico” (Il saggiatore, 2006), che è l’anno che cambia la sua vita, e del quale in queste vorticose, carnali pagine autobiografiche rende conto con cauta lucidità. L’evento che legittima la narrazione pura, lacerante e puntuale della Didion è la perdita improvvisa del marito, John Gregory Dunne, stroncato da un infarto la sera del 30 dicembre del 2003, mentre chiacchieravano, come sempre, in quarant’anni di vita insieme. Un giorno come altri, che si sarebbe potuto spegnere al tepore del soggiorno di casa... a New York, di ritorno da una visita all’unica e amata figlia, Quintana, ricoverata al Beth Israel North per una polmonite con conseguente shock settico. Il cuore del racconto (che non fa sconti ai morti né ai sopravvissuti) è la difficoltà di accettare, di elaborare e di gestire quel lutto (a cui l’autrice si immola), che è un lutto azzerante, perdente sia sul piano fisico che psichico. Un lutto che da solitario, nascosto, silente, nella realtà – quella degli altri, non la sua (che è sospesa) – si sforza di mutare. E lo fa dandosi pubblico contegno, assumendo un certa (o incerta) vigilanza: in “L’anno del pensiero magico” di rado Joan Didion parla in prima persona, piuttosto “si lascia dire”, nel tentativo di liberare se stessa (e il lettore) dal peso dei frammenti di ricordi con cui ha puntellato la sua esistenza. È la realtà che l’impone, e dunque l’esterno-interno più prossimo: l’alta società americana e il chiuso dei salotti radical chic da cui la tenera e a tratti cinica Didion scrive, e a cui pur sempre appartiene. E scrive una musica nuova, ardente, ultravolatile... Un libro tragico, sull’amore che vince la morte e sulla morte che vince l’amore, da cui emerge intatta la volontà dell’autrice di spogliarsi degli abiti che veste abitualmente – quelli di giornalista, saggista, sceneggiatrice – per consegnarsi a una narrazione diaristica autentica. E questo per fissare i punti, le tappe del dolore, fino al traguardo: il superamento del lutto, la guarigione, che non è però la salvezza. E che fatica per Joan ricominciare il cammino senza John, e malgrado un nuovo, destabilizzante senso di spossatezza… “Questo è un caso”, scrive la Didion, “in cui per trovare il significato mi serve qualcosa di più delle parole. Questo è un caso in cui mi serve tutto ciò che io credo o ritengo penetrabile, se non altro per me stessa.” Perché la morte del marito uccide anche lei, seppure di una morte in vita. Ed è una prigionia il cui racconto ha una forza dirompente: sia per chi è in lutto, che arriva a riconoscersi nell’autrice fino a trovare normale, necessaria la sua follia (tutti quei riti! quei santuari!), sia per chi si crogiola nel nulla, avendo ancora tutto, perché impari a riconoscere, nel quotidiano di chi sopravvive a una perdita, lo stordimento, l’impotenza, la rabbia, come segni ripetuti, ossessivi di quell’evento, di quella loro, sia pur parziale, fine, e perché impari a intercedere tra loro e un possibile stato di calma tutto da costruire. I sintomi che Joan Didion accusa e descrive, e su cui torna e ritorna, potrebbero risultare comuni a chi subisce un lutto: respingere la perdita, autoincriminarsi, autocommiserarsi per quella perdita. Dell’ultima sera con John, Joan scrive: “In un primo momento pensai che volesse farmi uno scherzo, che fosse un tentativo di far sembrare meno opprimente quella brutta giornata. Ricordo che dissi: Non fare così.” Silenzio. Poi il racconto sincopato, convulso della chiamata al New York Presbyterian per l’ambulanza, i minuti che seguirono, la spola continua tra il soggiorno in cui giaceva John e la camera da letto, per recuperare gli indumenti che gli sarebbero serviti per tornare a casa. E ancora, la tenacia con cui respinge chi deve ufficializzare la notizia, “È morto, vero? Sentii la mia voce chiedere al dottore.”. L’ostinazione con cui impedisce all’amica Lynn di informare dell’accaduto Christopher Lehmann-Haupt, il capo degli scrittori di necrologi del “New York Times”. “Necrologio, diversamente da autopsia, che era una cosa tra me, John e l’ospedale, voleva dire che era successo.” Il freddo, l’impressione di avere la gola chiusa, e il dolore che arriva a ondate, parossismi, ansie improvvise... Ha un tono stridulo Joan Didion, eppure la sua presenza in “L’anno del pensiero magico” è piena: cuce e scuce i dettagli con abnegazione, come va e viene da quel 30 dicembre. E quante questioni avrebbe ancora voluto affrontare con John! Parlavano molto Joan e John. “Poiché facevamo gli scrittori e lavoravamo in casa tutti e due, le nostre giornate erano piene del suono delle nostre voci. Non sempre pensavo che avesse ragione lui, e non sempre lui pensava che avessi ragione io, ma ciascuno di noi era la persona di cui l’altro si fidava.” L’abilità di Joan Didion di restituirci “il meglio” della morte, sentendosi lei morta (“dipendeva forse dal fatto che non riuscivo a vederla come una cosa capitata a lui?”), è stupefacente: si rivela attraverso la scrittura, le libertà che la scrittura offre. In “L’anno del pensiero magico” Joan Didion resta nell’ombra; da lì osserva e processa la realtà. “Queste persone che hanno perso qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili. Io stessa per un certo lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea.” “Io volevo urlare!”, dice, “Io volevo che tornasse!”. La narrazione cresce, ora è un ping pong di déjà vu; eppure i ricordi a poco a poco sbiadiscono e la malattia di Quintana la assorbe completamente. È il suo nuovo, gravoso impegno: “Sono qui. Sei salva.” Anche questa volta J. D. si immola, avendo però il tempo di prepararsi al peggio. Quintana sa della morte del padre, lo sa dalla madre il 15 gennaio del 2004, nel reparto di terapia intensiva del Beth Israel North, dopo tre settimane di intubazione per una sepsi. “Ma come sta ora?, continuava a domandare. Aveva assorbito la parte dell’evento improvviso ma non l’esito.” Dopo i funerali al St. John the Divine, dove mesi prima il padre l’aveva data in sposa a Gerry, i cedimenti fisici di Quintana si susseguono. Di nuovo ospedali, di nuovo la lotta per la vita. A casa di Joan la voce della segreteria telefonica è ancora quella di John; le sue scarpe sono lì ad aspettarlo; la scatola con le frasi di Quintana bambina è sempre sul suo scrittoio e la pila di libri accanto al caminetto è la stessa di quella sera. Eppure la vita vissuta insieme via via si dissolve. Il 31 dicembre 2004, un anno e un giorno dopo il tragico evento, Joan Didion è a casa e annota: “Oggi mi sono accorta per la prima volta che il mio ricordo di questo giorno un anno fa è un ricordo che non riguarda John. Questo giorno un anno fa era il 31 dicembre 2003. John non vide questo giorno un anno fa. John era morto.” Così “l’anno del pensiero magico” compie il suo ciclo. Joan Didion, assistita da una fede personale, traccia una prospettiva laica del dopo, sostenendo che la fatica di vivere che avverte chi subisce un lutto può diventare altro. Finanche la forza di vivere. Ma l’elaborazione è dolorosa e lenta, e mal si presta a essere compresa da chi non l’abbia affrontata. La società contemporanea, l’arida e luccicante società contemporanea, vive dell’istante: per la morte, per le cose della morte (e della malattia) non ha tempo. Eppure siamo più che mai una società che si ammala irreversibilmente. Ornella Bellucci
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