Archivio 2006 Dicembre/Gennaio - N. 78/79 Libano, estate 2006. Un diario
Libano, estate 2006. Un diario
di Neliana Tersigni   

13 luglio 2006
Confine fra Siria e Libano. Un chiarore progressivo sta trasformando il buio in alba. Esco dal posto di frontiera libanese con un visto di dieci giorni, in tempo per vedere l’autista della macchina che ho affittato a Damasco scaricare il mio scarso bagaglio. Al mio urlo di protesta, alza le spalle: “Bum bum” dice e mi fa capire che sulla strada di montagna che dovremmo percorrere stanno cadendo le bombe dei caccia israeliani (che hanno già reso impraticabile l’autostrada Damasco-Beirut) e lui tiene più alla vita che ai soldi. Così mi ritrovo in quella luce lattiginosa con il mio trolley rosso, in mezzo al nulla. Ieri gli israeliani hanno messo fuori uso l’aeroporto di Beirut e – via Damasco – sono in viaggio ormai da quasi dodici ore. Le macchine che vedo ora sulla strada sono quelle – una lunga teoria – che vengono in senso contrario. In fuga dall’eden del medioriente che il peccato di hezbollah – il sequestro di due soldati israeliani, al di là del labile confine che divide i due paesi – sta trasformando in inferno. Tutti via: i paperoni sauditi e degli emirati che spargono dollari al loro passaggio, alla ricerca estiva in Libano di piaceri proibiti in patria; le loro mogli a caccia del lusso firmato, i libanesi, quelli che hanno i soldi all’estero e possono abbandonare la nave, dopo avere riconosciuto i segni noti da decenni dell’inferno in arrivo. Tutti in fuga. Riesco alla fine a trovare un passaggio su una macchina che trasporta giornalisti di varie nazionalità e, dopo altre quattro ore di curve e boati più o meno lontani, arriviamo a Beirut.

25 luglio
Non c’è preavviso. Nessuna sirena che dia l’allarme e neanche nessun rifugio dove correre. I caccia sono silenziosi. Quando arriva il rimbombo, cupo, pesante, quando si vede il rosso dell’esplosione e la colonna grigia che si leva, è già tardi. La bomba ha colpito: palazzi, strade, ponti, viadotti, tir o macchine in movimento. Gli israeliani stanno tagliando qualsiasi via di
rifornimento di armi, soprattutto dalla Siria, agli hezbollah. Di notte, dalle finestre – lasciate aperte perché i vetri non esplodano – sembra entrare, con il boato, prima la paura, poi la rabbia, poi l’impotenza. Cerco di riaddormentarmi, la stanchezza non permette il lusso di pensare a chi è ferito, a chi sta morendo, a chi è già morto. A chi si è visto distruggere in un attimo tutto quello che possedeva. Di giorno, in una città da dove è stata evacuata la vita stessa, i boati sembrano scandire le ore e l’angoscia di chi non ha potuto andarsene, al sicuro all’estero, o più a nord, in montagna. Manca sempre più spesso l’elettricità e la benzina comincia a essere preziosa. Non si trova più neanche il latte, perché è stata colpita, nella valle della Bekaa, la principale azienda che produce latticini. Tutta la zona sud di Beirut, Dahie, sta diventando giorno dopo giorno un campo di macerie. Ci vado quasi quotidianamente con la troupe e un accompagnatore hezbollah. Sì, perché Dahie è il dominio hezbollah a Beirut. Il partito di Dio, dei musulmani sciiti, ha la sua vera roccaforte – uno stato nello stato – a sud, in quella striscia di una quarantina di chilometri al di là del fiume Litani, occupata per decenni da Israele. A Dahie, vivono,o vivevano, decine e decine di migliaia di sciiti, la maggioranza della maggioranza musulmana dei libanesi. Un trenta per cento circa sono cristiani maroniti. Ora a Dahie camminiamo fra i detriti, con l’odore di decomposizione – animale, umana? – che sta invadendo tutto. Non ci si può attardare perché un missile dal mare o una bomba dal cielo potrebbe arrivare anche adesso. A Sud si combatte. I miliziani hezbollah – forse cinquemila, ma chi può dirlo con esattezza? – non mollano. Nessuno – né in Israele, né in Libiano – aveva messo in conto quella che qui tutti, anche chi gli hezbollah li vede come responsabili dello scatenamento dell’inferno, cominciano a chiamare la Resistenza, con la r maiuscola. I razzi katiusha colpiscono sempre più a lungo raggio, arrivano a Haifa, la città dove più radicata è la convivenza fra israeliani e arabi con nazionalità israeliana. Dal Sud del Libano fugge chi può. Sono centinaia di migliaia, una marea: occupano scuole, moschee, chiese, qualsiasi edificio disponibIle. Vivono di solidarietà. Solidarietà è ora la parola d’ordine. Nessuno si tira indietro. Ma il paese è allo stremo. I più miseri fra i miseri non hanno neanche un tetto, una tenda che li ripari. In quattrocento sono accampati in un parco nel centro di questa Beirut desolata. Gli hezbollah e la Mezza luna islamica e la Croce rossa libanese portano cibo e acqua. C’è un solo bagno per tutti. Con la giornalista, davanti alla telecamera, non vogliono parlare. Sono arrabbiati, sanno che non troveranno più quello che hanno lasciato. Hanno paura non solo della guerra e del futuro, ma anche e soprattutto di perdere la loro dignità. Qualcuno fa il segno di vittoria con le dita a V. Ma io mi commuovo, in questo giardino pieno di corpi, davanti a una siepe coperta da panni stesi ad asciugare. Penso che non perdere dignità significa anche cercare di restare puliti, Dio solo sa con quali mezzi.

28 luglio
Sembra non dover finire mai. Non c’è via d’uscita. Il Libano è isolato dal mare, dalla terra e dal cielo. Si riesce ad andare via solo con le poche navi che le varie ambasciate riempiono di stranieri evacuati. Non arriva nessun genere di rifornimento, neanche i medicinali salvavita. Lunghe file di macchine ai pochi distributori aperti si contendono una benzina che ormai si trova soprattutto al mercato nero. è stata bombardata la maggiore centrale idroelettrica del Libano. L’elettricità è razionata a poche ore al giorno. Oltre la centrale, i caccia hanno colpito anche il deposito di carburante. In mare sono finite ventimila tonnellate di gasolio. Acqua e coste sono nere. E neri sono i pesci che si arenano lungo il litorale. In Libano non c’è più una strada nazionale agibile, non c’è più un ponte. In un paese dove culture e religioni convivono da secoli, i ponti sono più di un simbolo. Ormai la diplomazia internazionale si è mossa. Ma le posizioni sono inamovibili. Gli israeliani non vogliono trattare per lo scambio dei due soldati. Sono determinati ad arrivare alla soluzione del problema hezbollah e dei razzi sul nord del paese una volta per tutte. Usano qualsiasi mezzo. Qualcuno comincia a parlare di armi non convenzionali, come le bombe a grappolo, quelle che seminano il territorio di centinaia di altre piccole bombe e di quelle al fosforo. Le telecamere testimoniano i fuochi d’artificio bianchi che disegnano in cielo. Non c’è tregua. E il Libano – nonostante l’unità forzata in qualche modo dalle bombe che cadono sulla testa di tutti – comincia di nuovo a fare i conti con le sue divisioni, interne, con una Siria costretta a lasciare il paese l’anno prima, dopo l’assassinio dell’ ex primo ministro Hariri, ma ancora influente, con I’appoggio incondizionato agli hezbollah. Con un partito sciita che da una parte è movimento di guerriglia, dall’altra ha due ministri al governo e quattordici deputati al parlamento. E che soprattutto è riuscito a creare un impianto sociale che lo rende popolarissimo fra la popolazione sciita più povera. Anche gli studi privati dove lavoro si paralizzano – e non solo perché è notizia – quando sulla tv del partito di Dio appare Hassan Nazrallah, il leader carismatico che parla di vittoria prossima e incita i libanesi come un capo di stato. II primo ministro Fuad Siniora, che cerca indefessamente di salvare il salvabile appellandosi ai paesi arabi e alle diplomazie occidentali, si trova a combattere due battaglie: quella di un paese che il nemico esterno sta massacrando e quella di ricostituire, all’interno, l’autorità di uno stato legittimo.

1 agosto
Quando arriviamo si sta ancora scavando con le mani. Le immagini che ho davanti agli occhi sono quelle delle agenzie internazionali, già sul posto. A Qana, villaggio del sud, questa notte i caccia hanno bombardato un edificio, rifugio improvvisato di decine di profughi, quelli che non erano riusciti ad andarsene dall’inferno, ma che le bombe avevano già privato di un tetto. è una strage: non si sa quanti siano rimasti là sotto, ma da pezzi di muro diventati cumuli, spuntano il braccio di un bambino, un piede... Un uomo urla: dov’è la civiltà. In questo momento è morta anche lei. Gli uomini della Croce rossa sono arrivati solo questa mattina: le strade sono interrotte e anche le autoambulanze possono essere colpite. Ora usano per i cadaveri la stessa delicatezza che avrebbero per i feriti. Qana, il villaggio del miracolo dell’acqua trasformata in vino, diventa il simbolo dell’insensatezza, della follia. Dieci anni fa, nel 1996, ero dall’altra parte, nell’alta Galilea, ancora una volta per un conflitto fra gli hezbollah e l’esercito israeliano, quando i missili dello Tzahal colpirono Qana, facendo oltre cento vittime. L’allora primo ministro israeliano Peres disse che era stato un errore. Oggi Gerusalemme afferma che in quell’edificio erano nascoste armi. Forse è vero. Ma c’erano anche tanti bambini. Ora chi fermerà la violenza, chi potrà dare ancora una speranza? Una folla inferocita assale a Beirut la rappresentanza delle Nazioni Unite. Il governo Siniora fa sapere al segratario di Stato americano Condoleezza Rice che si trova a Gerusalemme e che dovrebbe tornare qui, che la sua visita non è opportuna. Nessun negoziato – dice il primo ministro – è possibile se non si fermeranno subito e senza condizione i bombardamenti. Dimentico per un attimo di essere un’osservatrice e mi lascio andare con un collega libanese a un’esclamazione in genere proibita con un musulmano. Se Dio c’è... – dico, lasciando in sospeso il dubbio della disperazione. E lui, sciita e volterriano insieme, risponde che se c’è, c’è però anche un “bad management”, una cattiva amministrazione.

15 agosto
Sono passate ventiquattro ore e comincio a crederci. La speranza sembrava utopia, ma la necessità di fermare l’orrore ha trasformato l’utopia in speranza. La tregua regge da un giorno intero, anche se su tutto il Libano vige ancora il blocco israeliano. Ma non ci sono più droni in cielo. Non cadono le bombe, non arrivano missili dal mare. Ha vinto, almeno per il momento, la ragione e il lavoro della diplomazia internazionale. Provo anche la sensazione abbastanza strana dell’orgoglio nazionale: l’Italia non si è risparmiata nello sforzo di trovare una soluzione. Per ora si, parla di tregua, ma potrebbe diventare pace. La soluzione, quella di mandare migliaia di soldati delle Nazioni Unite in tutta la fascia meridionale del paese, quella a sud del fiume Litani fino al confine con Israele, in qualche modo ha sbloccato una situazione che stava diventando insostenibile per i miliziani hezbollah, ma anche per l’esercito israeliano che, dopo oltre un mese, non è riuscito a vincere una resistenza che era convinto di debellare in una settimana e che deve fare i conti con ingenti perdite di soldati e i danni provocati dai razzi katiusha. Il partito di Dio d’altra parte deve fare i conti con le forze della guerriglia decimate, con l’impossibilità di rifornimento di armi e soprattutto con l’opinione pubblica libanese dei sunniti e dei cristiani che sempre più lo accusa di avere dato l’alibi iniziale per la distruzione del paese. Hanno invitato il lupo a cena, mi dice un amico. Ma oggi a Beirut c’è voglia di vita. C’è voglia di sedersi ai caffè che hanno riaperto già ieri, di ricostruire. è il miracolo libanese, il miracolo di un popolo che – qualsiasi siano le differenze – ritrova l’unità nazionale nel non compiangersi, nell’agire. Ed eccoli qua, maniche rimboccate, a cercare fra le macerie di Dahie quello che si può recuperare, perché fra poche ore entreranno in azione le ruspe e poi le gru che tireranno su di nuovo i palazzi. Le strade si riempiono di macchine, anche se la benzina è ancora razionata. Ma quello che mi sconvolge è vedere ora, subito, la processione di auto e di pullman dei profughi che non perdono un minuto, tornano a casa. Tornano in un sud dove niente è più in piedi, ma dove loro non saranno più ospiti della carità altrui. Sono oltre un milione i profughi di questa estate di guerra, un milione su quattro milioni di abitanti. E sono milletrecento i morti, un terzo bambini.
L’economia, una delle più fiorenti della regione, è azzerata. E si dovranno ricostruire strade, ponti, oltre le case. Ma oggi ricomincia la vita. Poi si faranno i conti umani, economici, politici. Poi si affronterà il problema del disarmo degli hezbollah, della loro influenza sul popolo e nel governo. Ma la vera vittoria è quella di Fuad Siniora che ha rimesso in piedi un esercito quasi obsoleto e lo ha mandato a riappropriarsi di una parte del paese dove non andava da quasi quarant’anni. Certo, con l’aiuto delle truppe dell’Onu, ma intanto oltre il fiume Litani non c’è solo la bandiera gialla dei resistenti hezbollah, ma anche quella con il cedro.

31 agosto
Arrivano le truppe italiane. La tregua regge ormai da oltre due settimane. Partirò questa sera dall’aeroporto di Beirut che ha riaperto da pochissimi giorni. Vado a salutare i miei collaboratori libanesi, divenuti in questi due mesi di convivenza amici con cui discutere, litigare, cercare di capire. Mi fanno trovare una grande bandiera, la loro bandiera, bianca rossa e verde, come la nostra. E ognuno di loro ha scritto un saluto, un ricordo. Quello che mi piace di più dice: grazie di avere raccontato quello che abbiamo sofferto.

Neliana Tersigni