|
La litania del bullismo L’Abu Ghraib in versione belpaese – due o tre video scolastici tra il criminale e il trash e una manifestazione di piazza andata a male – ha riaperto il dibattito e siamo a posto. Parole a vuoto intorno a parole vuote, consumate. Bullismo (nell’era della riproducibilità tecnica, ovviamente) e le 10-100-1000 Nassiriya: l’analisi psico-sociologica diventa moneta corrente, litania. I giovani e le regole, i diritti-doveri, la maturità; i giovani e la politica, oppure il sesso (più o meno di gruppo o solitario); i giovani e la tv; i giovani e gli adulti; i giovani con quelle “facce da schiaffi” e i macchinini elettrici e l’iPod (e… il quarantesimo compleanno di Sophie Marceau). La nobile gara delle Grandi Pensate in Prima Pagina ha avuto momenti di comica irrilevanza e un tono di fondo di ricattatoria, compunta seriosità. Voci impostate, accenti sempre troppo solenni, sentenziosi; spensierati sermoni e triti ma devastanti predicozzi. Scurati che discetta di una “subspeciazione antropologica” ( “non è del tutto priva di fondamento la paranoia collettiva che spesso ci fa avvertire i giovani come un’orda di assalitori barbarici… è come se in seno alla specie umana si fosse prodotta una subspeciazione…”) o Serra con la sua nostalgia della politica (“Le nostre adolescenze furono diverse… La politica, per la mia generazione, era comunque intesa come un percorso, come un divenire…”) non sono troppo lontani dalle mega-cariatidi di sempre (l’ombroso Magris o il solito Scalfari). Parlano dei “giovani” e il tono si fa immediatamente saccente, accusatorio. Anche il pretesto iniziale (o il problema) svanisce in questa soffocante nebbiolina. La politica – o il giornale dove scrivi – non parrebbero decisivi, rilevanti. C’è una lingua franca della maturità che lascia ovunque grigie tracce di muffa, scie di forfora. Ma dietro tutte queste belle parole – e queste prediche – c’è una partita più ampia, un’altra trama. Un progetto sociale reazionario.
Contro i giovani è in atto una cospirazione Chiuso il “secolo breve” dei giovani scatenati, esaurita la folle e spiazzante stagione dei ribelli, tornano in voga gli abbecedari più grigi e una stagnante morale dell’adeguamento discreto, il codice deficiente del successo. L’ordine del discorso – e quando si parla di generazioni e di giovani, di educare, questo viene subito a galla, senza freni – non è particolarmente consolante. Forse ci sono meno pudori, ipocrisie. Gli adulti vogliono dire la loro, a “casa loro” (Scurati). Paternalismo e disprezzo, degnazione. Troppe frasi intrise di astio, insofferenza, troppi ricatti mascherati da insegnamenti benevoli, consigli. Di conflitti, scontri e scarti generazionali, di questa distanza quasi ontologica tra i vecchi e i giovani che è stato uno dei grandi temi “politici” (e antropologici) del Novecento, adesso parlano quasi soltanto gli Adulti, e a modo loro. Gli imperativi di uno zeitgeist fumoso risuonano come i rintocchi di un campanaccio monotono, insistente. Il carnevale e la ricreazione sono finiti da un pezzo e adesso sarebbe il caso di farla finita con le bambinate di ieri, le sconclusionate utopie, i sogni fragili e sciocchi del passato. I grandi insulti, adesso, sono – di nuovo – “estremismo”, “infantilismo”. Ci cascano quasi tutti, non c’è scampo. Questo parlare e parlare di giovani è mortale. Fossi ancora ragazzo, vorrei soltanto un mantello fatato per diventare invisibile, e sparire. La società è già una trappola per tutti ma per qualcuno diventa qualcosa di peggio: un’angusta tana o una nuda stanzetta, una prigione. I giovani – oggi – sono le cavie supreme, vuoti a rendere. Definizioni e significati abusivi, ridicole prescrizioni, facili fenomenologie da due soldi, predicozzi: la persecuzione – sociologica e terapeutica – dei bambini e la sistematica denigrazione delle generazioni che crescono, dei ragazzi, sono fiorenti industrie in ascesa e crimini perfettamente legali, incoraggiati. Maturità è una (falsa) parola che sta diventando un ricatto, anzi, qualcosa di peggio: una minaccia.
Il Sistema si è chiuso, un’altra volta Purtroppo, non ci sono incantesimi, magie. Dileguarsi, diventare invisibili, è impossibile. L’irriverente, ostinato sogno di secessione che negli anni sessanta aveva fatto del Movement e degli studenti qualcosa di più di un dato generazionale, un fatto vuoto, non è mai stato tanto remoto e sfocato come oggi. La soffocante retorica della maturità che fa da pietoso sottofondo a tutti i discorsi pubblici (e privati) nasconde un significato politico più estremo. Il Sistema è tornato a richiudersi, integralmente. Non ci sono spiragli, scappatoie e chi prova a negarlo non è onesto. Siamo tornati dentro quella maledetta “stanza chiusa” che ossessionava gente come Goodman o Marcuse. Fuori, in un modo o nell’altro, non c’è niente. Globalizzazione, pensiero unico, capitalismo, omologazione: le formule non contano, conta il fatto. Se i margini sono dati – e invalicabili – qualsiasi mossa che fai è un giro a vuoto. A passi di danza o strascicando i piedi torniamo sempre al punto di partenza. La Comunicazione fa il resto, e chiude i giochi. Le voci sono sempre le stesse, stanche e pigre. Ordini dati, schemi regolari, pratiche spente di consumo e obbedienza. Ma dove vai, dove credi di andare?
Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni Però non bisogna accettare, rassegnarsi. Quando il paesaggio è bloccato, paludoso, puoi ancora provare l’azzardo di una lingua diversa (o il sabotaggio). Se c’è una cosa che si può sempre fare, è immaginare altre strade, altri scenari. Non è un giochetto da niente, non è facile, ma bisogna provarci, bene o male. Le responsabilità cominciano nei sogni, ma davvero. Vuol dire che bisogna sognare, non l’inverso. Contro i discorsi dovuti, dominanti, ci sono slogan da riciclare, altre canzoni ribelli da cantare. Quando trovò la terribile faccia tosta di urlare in faccia al mondo il suo “Forever Young”, Dylan non stava corteggiando nessuno, e non barava. Ma con l’aria che tira vanno anche bene le sparate di Jerry Rubin, quei suoi proclami eccessivi, tendenziosi. “Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni” (o trentaquattro) era uno slogan cretino ma efficace. Bisogna ripartire da uno strappo voluto e da un rifiuto. Non possiamo svanire e allora cominciamo a ribaltare piani, prospettive. Rubin aveva anche le sue ragioni; almeno questa: “ogni generazione dovrebbe cercare la leadership della generazione più giovane perché è la generazione più giovane che subisce in modo più diretto e più emotivo la repressione della società”. Provatevi a dargli torto, se vi riesce.
Dogmi Ai padroni del presente, ai tetri custodi dell’esistente e ai loro servi, non danno fastidio i punti di vista estremisti o tendenziosi, le astute provocazioni politiche o gli scandali. La democrazia non è ancora in archivio, almeno come tolleranza formale, repressiva. Si possono fare e dire un mucchio di cose, siamo più o meno liberi, si capisce. Dentro spazi precisi, definiti è lecito giocare un mucchio di giochi di società diversi, anche insidiosi. L’importante è non superare certe soglie critiche e investire con gli acidi del dubbio, con la critica, quei due o tre dogmi normali, naturali, che rappresentano i pilastri impliciti del nostro modo di vivere (e morire). La nostra smorta pace sociale riposa su poche premesse indiscutibili e uno dei suoi assiomi capitali riguarda proprio l’ordine del rapporto tra le generazioni, lo schema implicitamente gerarchico, oppressivo, che struttura le relazioni tra i vecchi e giovani (e tra tutti e i bambini, a dire il vero). Di questo, non è dato parlare, sembra inutile. Anche una cultura come la nostra, disponibile a rivedere molti suoi parametri bio-etici, su questo terreno continua a trincerarsi dietro un’ideologia della natura. Tra giovani e vecchi i rapporti sono quelli segnati dal tempo, e dalla storia. Bambini e ragazzi vivono in un non ancora permanente. La loro esistenza è attesa, esercizio, propedeutica, e nel migliore dei casi crescere significare tessere a comando quella ragnatela di lente pratiche di adeguamento che definiamo “istruzione”, educazione. Confinati in un limbo affollato di compiti, impegni e doveri irrilevanti, i giovani non dovrebbero far altro che darsi da fare per venire ammessi in un paradiso sociale per definizione adulto, maturo. “Partecipare” significa innanzitutto accettare questo schema obbligato e un po’ stagnante: nella società si entra crescendo, se maturi.
Riti di passaggio fasulli, senza gioia Li guardiamo con allarme, apprensione, un po’ di inconfessabile invidia, sufficienza. Ragazzi e adolescenti, da un po’ di tempo, sono tornati al centro del mirino; fanno paura, destano preoccupazioni, fanno “schifo”. Ma i fatti di cronaca – gli eventi-non-eventi che radio-tv-giornali trasformano sempre in preoccupanti tendenze, oscuri simboli – c’entrano solo fino a un certo punto o forse sono solo pretesti, sono scuse. Quello sguardo – allarmato, apprensivo e invidioso, supponente – torna a insistente su giovani e adolescenti per un motivo diverso, meno semplice. Ogni cultura ha le sue fissazioni, le sue angosce. La nostra, vive il passaggio alla maturità come un momento politicamente (ed economicamente) decisivo. Il bruco che si trasforma in farfalla-sociale, cittadino; il giovane selvaggio che mette la testa a posto e fa sul serio. L’intera società è in attesa di questo rito di iniziazione borghese senza gioia. L’intera società ti segue con impazienza, interesse, insofferenza come se fossi una cambiale che va in scadenza, o una scommessa. Da un certo punto di vista, è pure ovvio. Non ti regala mai niente nessuno e anche la tua educazione è stato un investimento sociale, speculazione. Chi cresce è soltanto un impiccio, un gran disturbo, almeno finché non arriva al sofferto traguardo della maturità e da quel momento entra nel gioco sociale e ha una funzione. La società si riproduce in questo modo, grazie a questo percorso pedagogico, ed è normale, allora, che i giovani siano sempre tenuti sotto sorveglianza speciale, guardati a vista. C’è un latente patto tra le generazioni che rischia di saltare proprio in questo arbitrario momento di passaggio. Ne va del capitale sociale, del futuro (inteso come pura ripetizione del presente): il rischio è che al momento dell’ingresso nella società qualcosa non vada per il verso giusto e il bruco non voglia trasformarsi in farfalla, non si adegui. Per l’ordine costituito è una doppia seccatura, quasi un incubo. All’investimento sbagliato si aggiunge una rogna ulteriore, complicata: cosa bisogna farne di questa anomalia neghittosa, che disturba? Dove si può inserire questa tessera che si sottrae al mosaico normale, prestabilito? Opinionisti, preti, politicanti parlano in questi casi di “sindrome di Peter Pan” o “immaturità” ma i due termini non sono equivalenti o interscambiabili. Il peccato mortale non è mai il desiderio di restare bambini, l’infantilismo, ma questo non accettare il passaggio alla vita adulta, la maturità. Nella nostra società, il Grande Criminale è il ragazzo che per un motivo o per l’altro resta nel Limbo di un’adolescenza ringhiosa, esagitata. Tutta la nostra sensibilità – economica, politica, terapeutica – ha fatto del debutto in società un’ossessione sociale luttuosa, esasperante.
Una questione di metodo Senza intenzione politica – e utopia – il discorso sui giovani diventa automaticamente chiacchiera reazionaria, cicaleccio. Opinionisti e scrittori, educatori, dovrebbero capirlo quando è il momento di fermarsi e almeno per una volta restare in silenzio, vergognarsi. Il mesto lamento sui disagi generazionali, i “giovani infelici”, l’anomia, è un fastidioso refrain che si ripete sempre una volta di troppo, all’infinito. In precario equilibrio tra illusioni perdute, equivoche perle di saggezza, passioni tristi, adulti lugubri e presuntuosi intonano le solite litanie valide sempre e comunque, adatte a qualsiasi occasione e circostanza. Da sempre, i giovani sono un problema da risolvere, un imbarazzo; sempre saranno motivo di apprensione. E allora di che diavolo stiamo parlando, che vogliamo? Evocare triti e perenni dilemmi inestricabili, recitare a soggetto su copioni usurati, prevedibili: sono futili esercizi di stile, pantomime. Un discorso sui giovani accettabile non esiste fuori dalla critica generale della società, da un gesto di rifiuto convinto, dalla protesta. È un’ovvia questione di metodo. Chi condivide l’andazzo dominante non ha neanche bisogno di parlare. Dal suo punto di vista, l’unico limite sarà sempre un difetto di socializzazione, il disordine, la spiacevole macchia di una carenza. Se c’è un’unica società possibile c’è anche un unico modo di crescere, imparare, obbedire. Forme di autorità e convenzioni, comportamenti e sistemi di valore, strutture di potere e stili di vita sono già definiti (e obbligati) una volta per tutte e i parametri, bene o male, restano sempre quelli: o ci stai o non ci stai; o ti adegui o fallisci. Ma chi dice di no apre un altro orizzonte e allora tutto si complica e si muove. La critica radicale della società dovrebbe mettere tutto in discussione, anche scopi e obiettivi di vita, vocazioni e ideali, desideri. Almeno in teoria è solo qui che è sensato parlare di cosa significa crescere e svilupparsi, diventare grandi. L’istupidimento non si può scaricare su una sola generazione è se c’è una magagna questa riguarda tutti. Un testo come “La gioventù assurda” di Paul Goodman resta una pietra miliare e un modello proprio perché non era una predica. Goodman non parlava di giovani ma spingeva la denuncia dell’“infamia del sistema organizzato” sino alle sue conseguenze più spiacevoli. Una società senza scopi non può chiederti di crescere; può soltanto intimarti l’obbedienza, uno sciocco rispetto, l’acquiescenza e un grigio, sconfortante conformismo. Prima di rimproverare ai giovani la loro scarsa passione, l’abulia, l’arroganza, sarebbe il caso di chiedersi cosa c’è che non va in quel mondo bloccato che li aspetta al varco come un cupo destino o una condanna. “La nostra società opulenta”, diceva Goodman e il suo elenco è ancora troppo attuale e un po’ spiazzante, “manca oggi di molte delle possibilità oggettive più elementari e delle mete degne che renderebbero possibile crescere. Manca di un numero sufficiente di lavori da uomo. Manca di discorsi pubblici onesti, e la gente non viene presa sul serio. Manca della possibilità di essere utili e produce stoltezza, corrompe il patriottismo sincero. Corrompe le belle arti. Inceppa la scienza. Raffredda ogni ardore animale. Scoraggia l’intima fede religiosa nella Giustificazione e nella Vocazione… Non ha onore. Non ha comunità.” Vittorio Giacopini
|