Archivio 2007 Febbraio - N. 80 Il compleanno di Radio Popolare
Il compleanno di Radio Popolare
di Stefano Laffi   

“Rp nasceva per far parlare chi non aveva strumenti per farlo e dare informazione in primo luogo a uno strato sociale che subiva i mezzi di comunicazione del sistema e non aveva mezzi propri per veicolare notizie e idee”. Così Piero Scaramucci fotografa il problema del linguaggio all’origine di Radio Popolare, di cui fu primo direttore alla sua nascita, esattamente trent’anni fa a Milano. Rp oggi festeggia, e lo fa curiosamente con ben due strenne uscite a Natale: “Ma libera veramente – trent’anni di Radio Popolare: voci parole e immagini” (a cura di Danilo De Biasio, Kowalski editore), da cui è tratta la citazione, e “Vedi alla voce Radio Popolare” a cura di Sergio Ferrentino, Luca Gattuso e Tiziano Bovini (Garzanti). Il primo è una raccolta di interventi per così dire illustri (Lucia Annunziata, Gad Lerner, Dario Fo & Franca Rame, Francesco Maisto, Gabriele Salvatores eccetera) sul proprio rapporto e sul proprio “debito” con Rp, cui è allegato un cd che rimanda al vero patrimonio della Radio, l’archivio audio delle trasmissioni che hanno raccontato gli ultimi trent’anni spesso attraverso le voci e commenti delle persone comuni che usavano l’invenzione fondamentale di Rp, il microfono aperto e le dirette dagli eventi con le corrispondenze spontanee. L’altro volume è una sorta di “garzantina”, un’autobiografia collettiva, perché oltre 250 collaboratori – me compreso – vi raccontano in prima persona il proprio rapporto con la radio e le trasmissioni cui hanno preso parte. 
“All’alba del 2007 la radio sta bene, è robusta, gli ascolti crescono”: così l’attuale direttore, Massimo Rebotti, sintetizza il quadro attuale, e in effetti Rp è un caso aziendale unico studiato nelle università, capace di raccogliere circa 1.400.000 euro da abbonamenti spontanei, pari al 40% delle entrate, con un numero di ascoltatori in crescita, ma non esorbitante, ovvero poco più di 250.000 nel giorno medio, come si dice nel gergo dell’audience.
Detto questo, c’è davvero di che festeggiare? Scaramucci individua tre elementi nella formula fortunata all’origine di Rp: l’autonomia dalle forze politiche di sinistra cui comunque faceva riferimento sin dalla nascita e dal linguaggio autoreferenziale della politica, il coinvolgimento degli ascoltatori (sia attraverso i microfoni aperti che nel trasformare un testimone in corrispondente sotto la guida abile di chi intervista e grazie al pathos spontaneo di chi assiste), la scelta sistematica della diretta dagli eventi (di cui forse Genova 2001 resta l’episodio più significativo). E isola due fattori come suo limite storico e strutturale: la mancanza di una vera diffusione nazionale e di una base a Roma, l’isolamento che deriverebbe dalla propria indipendenza rispetto a qualunque forza di governo. Sergio Ferrentino, che è stato l’anima della redazione “programmi” ovvero di tutto ciò che non era informazione, sostiene invece che dalla metà degli anni novanta è venuta meno la capacità di sperimentare.
Tutto vero, ma c’è dell’altro? Il problema, io credo, è che Rp rischia di contare sempre meno, ovvero di essere più consolatoria che scomoda (come i due libri, d’altra parte) che di quegli ascoltatori non si dice l’età – sono ormai pochissimi gli under 30, come dire che sono un po’ sempre gli stessi accompagnati per mano nella propria maturità – di essere assai poco “popolare”, e che nel frattempo la sua città, Milano, ha digerito come nulla fosse anni terribili di amministrazioni di centrodestra senza che la radio riuscisse a smontare – fosse anche solo con la forza delle inchieste – l’apatia della sua popolazione.
Rp è stata soprattutto un luogo di formazione, forse la migliore scuola o università che avesse la città. In questo senso i due volumi sono come un doppio omaggio, uno in qualche modo dei suoi docenti (Kowalski) e l’altro dei suoi allievi (Garzanti). Lavorare in una radio di informazione significa elaborare una capacità di lettura della contemporaneità con una velocità superiore a quella di un quotidiano e certo aliena a qualunque facoltà di storia, scienze politiche o sociologia, reggere la sfida dell’andare in onda sempre e comunque, confrontarsi con un gruppo redazionale ma anche con ascoltatori sempre autorizzati a protestare e contraddire, imparare in pochissimo tempo l’uso di diverse tecnologie, capire che un programma di pochi minuti richiede ore di registrazioni, saper fare un’intervista, eccetera. Il problema diventa allora la capacità d’urto di meccanismi oliati, il dubbio se sia davvero “l’informazione” la chiave per comprendere quanto avviene, la tentazione di consolidare anziché rischiare.
Rp ha forse vinto fin troppo le sue battaglie. Per prima a fare trasmissioni in arabo oggi fa i conti con un mondo che ovunque può seguire da casa propria la tv in lingua via satellite. Per prima a dar voce alle minoranze gay e lesbiche che oggi hanno forme di rappresentanza e spazi consolidati, fra le prime non Rai a parlare anziché mandare in onda solo musica e pubblicità oggi si trova circondata da programmi altrui tutti parlati a ritmo vorticoso. È stata fra le prime a fare satira politica in un sistema che oggi ha i picchi di ascolto proprio con la finta controinformazione, l’apparente irriverenza al potere e il cabaret milanese targati Mediaset. Per non dire delle telefonate degli ascoltatori in onda, ormai pratica comune, o del mezzo radiofonico, che ha vinto ogni oltre limite, presente nei cellulari, in auto, nell’idromassaggio, nei supermercati, al bar, sull’autobus, eccetera.
Quale cittadino oggi ha bisogno di Radio Popolare per parlare? E chi non ha davvero voce – le minoranze più escluse – quanto spazio trova nei suoi programmi? E quanti invece si fanno ormai da soli su internet i propri notiziari, assemblando varie fonti, se non diffondendo il proprio blog? Piuttosto, quale contributo di inchiesta ha invece dato Rp nella città che partoriva Mani Pulite non grazie ai giornalisti ma ai magistrati?
Un compleanno dovrebbe essere l’occasione per interrogarsi sul mutamento sociale e sul proprio conseguente mandato, se non si vuol essere solo celebrativi dei meriti del passato, e quindi giocoforza funerei. Allora, nello stile controintuitivo che ha caratterizzato Rp nei momenti migliori, ci si chiede se davvero – per capire, per sapere, per abitare il proprio tempo – occorra seguire o inseguire tanto il microdibattito politico. Non è quello il luogo in cui la parola, che resta l’unico codice espressivo della radio, si è corrotta, si è sganciata dalla verità? Ovvero, siamo certi che non sia una trappola, se Rp si dà il compito di raccontare e disturbare il potere? I giovani, usciti dal radar dell’audience, non l’avranno già capito e non avranno scelto apposta il codice dell’azione in gruppo, dell’espressività libera e senza messaggi, del consumo come svago solitario di fronte all’interesse modesto della cooptazione politica? Non sarà che nelle forme spontanee di protesta, nelle pratiche silenziose di resistenza, nel flusso delle comunicazioni quotidiane della città ci sia più realtà da documentare di quanta ne producono tutti gli uffici stampa di partiti e aziende? Rp sa vivere anche solo un giorno senza lanci d’agenzia, come dire qual è oggi la proporzione fra lavoro di scrivania e quello sul campo? E perché non valorizzare di più la produzione artistica come spazio di pensiero libero, come modello di ricomposizione di un senso di quanto ci succede, come fonte di provocazione autentica, senza il ricatto dell’informazione sul presente e quello della penosa dialettica coi portavoce dei leader? Auguri, radiopop.

Stefano Laffi